Arcobaleno termico per la luna marziana Phobos

Tre immagini della luna marziana Phobos scattate dall’orbiter 2001 Mars Odyssey della Nasa usando la sua camera a infrarossi, Themis. Ogni colore rappresenta un intervallo di temperatura diverso. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech/Asu/Ssi

Risultato importante per la più longeva missione della Nasa attorno a Marte, cioè 2001 Mars Odyssey. Per la prima volta la sonda ha catturato il satellite naturale Phobos durante la fase di luna piena. Ogni colore in questa nuova immagine rappresenta un intervallo di temperatura rilevato dalla telecamera a infrarossi Thermal Emission Imaging System (Themis), che ha esaminato la luna di Marte dal settembre del 2017 al mese scorso. L’aspetto è quello di una caramella color arcobaleno, e le osservazioni potrebbero aiutare gli scienziati a capire quali materiali costituiscono la più grande delle due lune marziane.

Dalle immagini si nota facilmente che, al centro, la temperatura è più alta, e diminuisce man mano che ci si avvicina alla superficie. Tra i materiali trovati dagli esperti della Nasa ci sono nichel e ferro e in base alla loro abbondanza e all’interazione con altri minerali si aprirebbero due strade: Phobos è un asteroide catturato dall’orbita di Marte o un agglomerato di frammenti provenienti dal pianeta a seguito di una deflagrazione?

Questa animazione mostra la luna marziana Phobos vista in luce visibile dal satellite 2001 Mars Odyssey della Nasa. Il movimento apparente è dovuto al movimento della camera a infrarossi di Odyssey, Thermal Emission Imaging System (THEMIS). Crediti: Nasa/Jpl-Caltech/Asu/Ssi

Registrare le chiamate: cosa rischiano i clienti Vodafone, TIM , Wind e Iliad

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Registrare le chiamate è una pratica comune in vari ambiti. Spesso è un metodo utilizzato per raccogliere prove, altre volte viene fatto semplicemente a scopo ricreativo. Bisogna però fare molta chiarezza, per non incorrere in problemi. La registrazione delle chiamate è infatti illegale nel nostro paese, qualsiasi sia l’uso che ne vogliamo fare.

Qualora il nostro interlocutore non sia avvisato per tempo infatti si potrebbe essere passibili di una denuncia penale. Facciamo chiarezza e vediamo una serie di utili applicazioni per registrare le nostre chiamate sui dispositivi Android.

Registrare le chiamate: come fare con Vodafone, TIM , Wind Tre e Iliad

Dando per scontato che abbiate già avvertito l’interlocutore o gli interlocutori, per effettuare la registrazione ci servirà un applicazione. Dovremo infatti recarci sul nostro store ed effettuare il download di una di queste tre in base alle nostre esigenze. Alcune potrebbero essere presenti anche su dispositivi iOS qualora ne abbiate bisogno. Scopriamole insieme:

  • Call Recorder è la più completa e ben realizzata. Potremo registrare tutte le chiamate, sia in entrata che in uscita. Potranno poi essere salvate sulla memoria interna del nostro smartphone o sul cloud. I servizi cloud permessi sono molteplici, tra cui: Google Drive, Dropbox ecc. Vi consigliamo di fare attenzione alla lista di autorizzazioni che vi verranno richieste quando andrete ad installarla.
  • Cube Call Recorder ACR è invece un applicazione rivolta a chi vuole registrare chiamate “social”. Ci permette quindi di registrare le chiamate effettuate via Internet. Riusciremo quindi a registrare le chiamate diSkype, Messenger e Whatsapp.
  • TapeAcall è una di quelle applicazioni disponibili solo su Android. E’ presente sia la versione Free che quella Pro. Nella versione gratuita tuttavia potremo solo registrare i primi 60 secondi della nostra chiamata. Una scelta che purtroppo la rende quasi inutile. Pagando ovviamente la versione Pro sbloccheremo la registrazione completa delle chiamate.

Due astrofisici in cima al podio di GiovedìScienza

09.05.2019

Edwige Pezzulli, prima classificata, ricercatrice all’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Roma. Fonte: pagina Facebook di GiovedìScienza

Sei minuti e 40 secondi per presentare nel modo più efficace possibile la propria attività di ricerca. Venti slides da venti secondi ciascuna. E un’età inferiore ai 35 anni. Questi i rigidi vincoli imposti ai concorrenti del Premio GiovedìScienza, giunto quest’anno all’ottava edizione. Dieci i finalisti rimasti in gara, tre dei quali astrofisici dell’Inaf: Enrico Corsaro dell’Osservatorio di Catania, Andrea Longobardo dello Iaps di Roma ed Edwige Pezzulli, astrofisica in fase di transizione – fino all’estate scorsa all’Osservatorio di Roma e dai prossimi mesi negli Stati Uniti, all’università di Miami.

Ed è stata proprio quest’ultima, Edwige Pezzulli, con una presentazione sui primissimi buchi neri, a sbaragliare la concorrenza, conquistando i voti della giuria – uno per ciascuno dei cinque giurati e uno per ciascuna delle cinque scuole – e aggiudicandosi, insieme al primo posto, un bell’assegno da 5000 euro. «Non era semplice, avevo meno di sette minuti per spiegare un argomento molto complesso: come si sono formati i buchi neri primordiali. L’ho fatto ricorrendo a un parallelismo con i nostri alberi genealogici», dice Pezzulli a Media Inaf. E i soldi del premio, come se li spenderà? «Essendo in una fase lavorativa molto precaria, mi sa che per il momento me li metto sotto il cuscino…».

Andrea Longobardo (con l’assegno in mano), secondo classificato nonché vincitore ex aequo del premio “Futuro”, ricercatore all’Inaf Iaps di Roma. Fonte: pagina Facebook di GiovedìScienza

La premiazione si è svolta ieri, giovedì 9 maggio, al Salone del Libro di Torino, e sul podio insieme a Pezzulli c’era anche un altro astrofisico, Andrea Longobardo. Secondo classificato per GiovedìScienza, Longobardo ha poi vinto – a pari merito con Emilia Petronijevic del Dipartimento di scienze di base e applicate per l’ingegneria della Sapienza – il “Premio Futuro” per il miglior studio di fattibilità. Il suo argomento erano le microbilance, ed è all’intero team della pluripremiata microbilancia Cam – del quale fanno parte, oltre a Longobardo, anche Ernesto Palomba e Fabrizio Dirri, tutti dell’Inaf Iaps di Roma – che è andato l’assegno da 1500 euro.

«Il premio “Futuro” proprio a me, che ero il più “anziano” fra i dieci partecipanti…», scherza Longobardo, che con i suoi 35 anni di prospettive per il futuro ne ha ovviamente in abbondanza. E ha già ben chiaro anche di cosa si occuperà nei prossimi mesi. «Continuerò a dedicarmi alla missione Rosetta, che sebbene sia terminata sta ancora fornendo molti dati. E al progetto delle microbilance, sia per impieghi spaziali sia qui, sulla Terra, per il monitoraggio delle polveri sottili».

Per saperne di più:

Osservata con il Vlt la cavia spaziale Didymoon

Il sistema binario Didymos è l’oggetto luminoso che vedete immobile al centro, su uno sfondo di stelle che si muove. Le immagini sono presse con il Very Large Telescope dello European Southern Observatory. Il tempo del telescopio è stato ottenuto da un team guidato da Benoit Carry (Osservatorio della Costa Azzurra) e le osservazioni sono state compiute da Andy Rivkin (Apl). Fonte: dart.jhuapl.edu. Crediti: Northern Arizona University / Colin Chandler

È minuscola, appena 160 metri di diametro. Ma catalizza l’attenzione delle più grandi agenzie spaziali, Nasa ed Esa. E non solo: a inizio aprile è stata osservata anche dal Cile, con due dei quattro telescopi del Vlt, i giganti da 8.2 metri dell’osservatorio Eso di Paranal. Oggetto di tanto interesse è una piccola roccia, la minore delle due che formano l’asteroide binario 65803 Didymos: Didymos A (la più grande, 780 metri di diametro) e, appunto, Didymos B, la più piccola – meglio nota con il nomignolo Didymoon, visto che orbita attorno alla sorella maggiore come farebbe un satellite naturale con il proprio pianeta.

A renderla così interessante non è la sua eventuale pericolosità, anzi: proprio il contrario. Didymoon potrebbe infatti essere la roccia che ci salverà. E se c’è qualcuno che rischia qualcosa, in questa storia, è proprio lei, la vittima sacrificale: saremo infatti noi terrestri a colpirla. Se tutto andrà secondo i piani, nel settembre del 2022 la sonda spaziale Dart (Double Asteroid Redirection Test) della Nasa – 550 kg di massa, lancio in calendario nel giugno 2021 con un Falcon 9 della SpaceX – si schianterà contro la piccola Didymoon a oltre 20mila km/h, con l’obiettivo dichiarato di perturbarne l’orbita.

L’operazione rientra nell’ambito del più ampio programma Aida (Asteroid Impact and Deflection Assessment, un programma congiunto Esa e Nasa), che ha come scopo proprio quello di capire se e come sia possibile deviare l’orbita di un futuro asteroide in rotta verso la Terra. Per questo esperimento, Didymoon è la cavia perfetta. Anzitutto, essendo così piccola, anche un impatto modesto come quello in programma dovrebbe sortire qualche effetto. Ma è il suo esser parte di un asteroide binario a renderla particolarmente adatta allo scopo: misurare la variazione impressa dall’impatto sull’orbita di Didymoon attorno alla roccia compagna è, infatti, enormemente più semplice rispetto a misurare la stessa variazione sull’orbita di un singolo asteroide attorno al Sole. Detto altrimenti, poter condurre l’esperimento su un sistema in miniatura permette agli scienziati di valutarne con maggior precisione gli effetti.

Crediti: Johns Hopkins Applied Physics Laboratory

Per misurarne accuratamente le conseguenze è però necessario conoscere lo stato del sistema anche prima dell’impatto. Sia in termini di composizione geologica – una roccia più morbida assorbirebbe assai meglio il colpo rispetto a una superficie più dura, rendendolo così meno efficace – sia in termini di dinamica del sistema binario. Ed è su quest’ultimo punto che entrano in gioco le recenti osservazioni da terra compiute con il Vlt dell’Eso: benché l’intero sistema, a causa dell’enorme distanza, persino agli occhi dei più grandi telescopi al mondo appaia come nient’altro che un minuscolo puntino luminoso (vedi immagine in apertura), studiandone con attenzione le variazioni di luminosità gli astronomi possono infatti calcolare con precisione il periodo orbitale di Didymoon.

A impatto avvenuto, toccherà poi a una sonda Esa raccogliere il testimone del programma: si chiama Hera, come la dea greca del matrimonio, e dovrebbe essere lanciata nel dicembre del 2023 – il condizionale è d’obbligo, finché la missione non verrà approvata – con lo scopo di recarsi sul posto per misurare i “danni” provocati da Dart. Nel mentre, però, gli scienziati non resteranno con le mani in mano: al momento dell’impatto ci sarà infatti da quelle parti un piccolo testimone oculare, a documentare “in tempo reale” il delitto e le sue conseguenze. Un testimone che parla italiano: si tratta del nanosatellite LiciaCube, fornito dall’Agenzia spaziale italiana. Grande come una scatola da scarpe, LiciaCube viaggerà a bordo di Dart, ma poco prima dell’impatto abbandonerà la sonda madre proprio per seguirne da vicino l’impresa.

 

Truffe online e telefoniche: come reagire e scongiurare il pericolo

truffe

Essere vittima di una truffa o quantomeno di un tentativo di frode è diventato sempre più frequente. Grazie alla diffusione della posta elettronica e delle informazioni degli utenti, ormai è molto facile capitare in una lista che cade nelle mani sbagliate ed è altrettanto facile cadere, a propria volta, nelle trappole.

Tra i diversi tentativi di phishing, truffe via sms e telefonate effettuate da Call center fittizi, gli utenti meno attenti vengono messi sempre in difficoltà ed in pericolo attraverso un continuo assedio che molte volte risulta essere efficace. Purtroppo, bisogna ammettere, che alcune volte l’ansia e la sorpresa giocano un brutto ruolo, soprattutto quando si ricevono chiamate inaspettate da finti doganieri o finti banchieri che sembrano conoscere tutte le vostre informazioni più personali.

Oggi, però, vi rammentiamo alcune linee guida che vi aiuteranno ad affrontare tali situazioni e soprattutto a riconoscere un tentativo di truffa in maniera istantanea.

Truffe telefoniche, via email e per sms: come dire addio a questi rischi

La prima informazione che vi diamo può essere applicata a tutte le modalità di comunicazione e riguarda sia banche che Poste Italiane: queste aziende non contattano mai per comunicare di bonifici o carte bloccate e tanto meno richiedono codici o di effettuare accessi in maniere poco convenzionali.

Tutti gli istituti di credito impegnati in questo lavoro, appena scoprono un problema inerente al vostro conto, inviamo comunicazioni in cui invitano i clienti a recarsi nella propria filiale per poter indagare insieme. Cosa molto lontana da richiedere pin di sicurezza.

La seconda informazione che bisogna tenere sempre a mente è che nessuno regala mai niente, soprattutto se si parla di oggetti costosi come smartphone, televisioni o viaggi. Le email o gli sms che avvisano i clienti di fantastici premi sono sempre esche per rubare informazioni personali.

La terza informazione da tenere sempre presente, infine, riguarda i Call Center: molti operano in modalità lecite, ma molti altri cercano di effettuare attivazioni a tutti i costi. Quando ricevete una chiamata di telemarketing informatevi sempre prima ed eventualmente siate voi stessi a richiamare il servizio clienti. Così facendo avrete il tempo di leggere tutte le condizioni dei contratti con calma e a mente lucida.

Cielo gamma: due specchi sono meglio di uno

Il telescopio Astri-Horn si trova presso la stazione osservativa dell’osservatorio astrofisico dell’Inaf di Catania, a Serra La Nave, sull’Etna. Lo specchio principale tassellato ha un diametro di 4 metri e lo specchio monolitico secondario ha un diametro di 1.8 metri. Crediti: Inaf

Esattamente 30 anni dopo la prima osservazione storica della Nebulosa del Granchio alle energie TeV, che ha aperto l’era dell’astronomia nei raggi gamma di altissima energia con la tecnica Cherenkov, è stato raggiunto un altro importante traguardo in questo campo. Il telescopio Cherenkov Astri-Horn, basato sull’innovativa configurazione ottica aplanatica a doppio specchio Schwarzschild-Couder e dotato di una camera altrettanto innovativa, ha rilevato per la prima volta la Nebulosa del Granchio alle energie dette “del TeV”, dimostrando la fattibilità di queste nuove tecnologie.

Nel 1989, la prima osservazione della Nebulosa del Granchio alle energie del TeV (circa mille miliardi di volte l’energia della luce visibile) era stata ottenuta con il telescopio americano a singolo specchio Whipple. Questa scoperta ha segnato l’inizio dell’astronomia TeV che, con la sua rapida crescita, ha portato alla rilevazione di circa 200 sorgenti di raggi gamma da parte di altri strumenti a terra come Hess, Magic e Veritas e ha aperto la strada alla prossima generazione: il Cherenkov Telescope Array (Cta).

Immagine ottenuta sommando insieme più lunghezze della Nebulosa del Granchio. La Nebulosa del Granchio è quanto rimane di una supernova esplosa nel 1054 d.C. Al centro della nebulosa è presente una stella di neutroni. La Nebulosa del Granchio è stata osservata a tutte le lunghezze d’onda che vanno dalla radio fino ai raggi gamma ed è tipicamente usata come una “candela standard” per strumenti che osservano il cosmo alle alte energie. Crediti: Nasa

Poiché i raggi gamma non raggiungono mai la superficie terrestre, questi strumenti utilizzano la rivelazione della cosiddetta luce Cherenkov che si genera nell’interazione dei raggi gamma con l’atmosfera. I raggi gamma di alta energia entrando in contatto con l’atmosfera terrestre producono cascate di particelle subatomiche – queste particelle altamente energetiche possono viaggiare più velocemente della velocità della luce nell’aria, dando luogo a un debole (e brevissimo, dell’ordine del miliardesimo di secondo) lampo di luce bluastra. I telescopi Cherenkov, sin dall’inizio, sono stati costruiti per catturare questa luce e quindi, indirettamente, rilevare i segnali in raggi gamma emessi dalle sorgenti celesti. Per questo scopo sono stati adottati finora configurazioni ottiche semplificate che prevedono un solo specchio in cui la luce viene riflessa per essere catturata direttamente dalla camera di rilevazione.

L’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) con il sostegno del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) sta conducendo il progetto Astri finalizzato alla progettazione, implementazione e all’uso astronomico di un prototipo di telescopio completo proposto per i Telescopi con specchio principale di 4 metri per il futuro grande Osservatorio internazionale per raggi gamma Ctao (Cherenkov Telescope Array Observatory), il cui centro direzionale è a Bologna, nella sede dell’Inaf.

Questo telescopio Cherenkov è denominato Astri-Horn, in onore di Guido Horn d’Arturo, astronomo italiano che fu direttore dell’Osservatorio di Bologna, che per primo propose nel secolo scorso la tecnologia degli specchi a tasselli in campo astronomico. Il prototipo Astri-Horn, situato sull’Etna presso la stazione di osservazione Inaf “MC Fracastoro”, è stato sviluppato come un progetto completo, basato in larga parte su tecnologie sviluppate da INAF e industrie nazionali. Il telescopio adotta per la prima volta una configurazione ottica detta di Schwarzschild-Couder a doppio specchio, che permette di ottenere un campo di vista molto grande, di circa 10 gradi di diametro. I due specchi sono posizionati in asse, così da poter riflettere e focalizzare la luce e “fotografare” in modo omogeneo, senza distorsioni, una regione di cielo molto estesa, al contrario di altri telescopi che sono necessariamente limitati nel loro campo di vista. Il telescopio ASTRI è inoltre dotato di una innovativa camera per raccogliere le immagini, che fa uso di nuovi sensori al silicio ed è dotata di un’elettronica di lettura molto veloce in grado di registrare i brevissimi lampi di luce. Inoltre INAF ha sviluppato l’intera catena di archiviazione e analisi dei dati scientifici che, partendo dai segnali elettronici rilevati, permette di arrivare alle immagini astronomiche in raggi gamma.

La tecnica detta “Imaging Atmospheric Cherenkov Technique” (IACT): I raggi gamma di origine cosmica che interagiscono con l’atmosfera terrestre producono cascate di particelle subatomiche. Queste particelle – altamente energetiche – si propagano nell’atmosfera causando un debole e brevissimo lampo di luce bluastra. Le immagini prodotte dalla luce Cherenkov causata dagli sciami di particelle sono rilevate dai telescopi da Terra. Dalla loro analisi, a seconda della forma osservata, si ricavano informazioni astrofisiche sui raggi gamma primari e l’immagine in raggi gamma delle relative sorgenti cosmiche.

Le osservazioni della Nebulosa del Granchio sono state condotte tra il dicembre 2018 e il gennaio 2019, durante la fase di verifica del telescopio Astri-Horn, per un tempo di osservazione totale di circa 29 ore. La camera di rivelazione era tuttavia ancora in fase di verifica e la sua funzionalità non ancora ai massimi livelli. Inoltre, a causa delle recenti eruzioni dell’Etna, l’efficienza della riflessione degli specchi era parzialmente ridotta. Nonostante queste limitazioni, le osservazioni hanno consentito di osservare la Nebulosa del Granchio con un significatività statistica molto alta ad una soglia di energia di circa 3,5 TeV, dimostrando definitivamente l’efficacia dei telescopi a due specchi e aprendo una nuova era per l’astronomia in raggi gamma con tecnica Cherenkov.

«Il risultato ottenuto da Astri-Horn rappresenta un traguardo importante, ottenuto nell’ambito delle tecnologie per l’astronomia in raggi gamma da Terra. Dimostra che la configurazione a doppio specchio proposta originariamente dal grande astrofisico tedesco, Karl Schwarzschild, funziona in modo egregio e apre nuove frontiere osservative nell’ambito dell’astronomia in raggi gamma», afferma Giovanni Pareschi, astronomo dell’Inaf-Milano e Principal Investigator del progetto Astri, che prosegue: «Con i telescopi a due specchi è infatti possibile ottenere un campo visivo molto ampio pur mantenendo una configurazione molto compatta. Ciò permette l’uso di sensori innovativi a pixel piccolo e, in futuro, di osservare i raggi gamma di energia più alta, fino a qualche centinaia di TeV. L’utilizzo scientifico di telescopi a grande campo è di importanza fondamentale per l’astronomia gamma».

Il futuro Osservatorio Cta, coprirà l’intero spettro energetico (da 20 GeV a 300 TeV) osservando tutto il cielo dai due siti in cui sarà dislocato (uno nell’emisfero nord, a La Palma, Isole Canarie ed uno in quello sud, a Cerro Paranal in Cile) utilizzando circa 120 telescopi suddivisi in tre classi: a) i telescopi di classe media (con specchio con diametro di 12 m) copriranno la gamma di energia di base della Cta (da 100 GeV a 10 TeV) mentre i Telescopi di grandi dimensioni (23 m) e quelli di piccole dimensioni (4 m) sono previsti per estendere la gamma di energia inferiore a 20 GeV e superiore a 100 TeV, rispettivamente. Il telescopio Astri-Horn è uno dei tre progetti proposti per la realizzazione dei telescopi di classe 4 metri che sono stati realizzati a livello di prototipo e ora in fase di caratterizzazione e qualifica.

«Cta ha esplorato la tecnologia a doppio specchio sin dall’inizio del progetto e alcuni prototipi sono stati realizzati utilizzando un approccio del genere: l’Astri-Horn e il Gct in Europa per i telescopi di classe piccola e pSct negli Stati Uniti per i telescopi di classe media», afferma Federico Ferrini, direttore dell’Osservatorio internazionale Ctao. «Il risultato ottenuto dal telescopio Astri-Horn è molto incoraggiante e conferma il potenziale di avanzamento tecnologico per l’astronomia Cherenkov».

Il progetto Astri è guidato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica con la collaborazione le Università di Padova, Perugia e Roma Tor Vergata e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), e la diretta partecipazione della Universidade de São Paulo (Usp) e Fapesp in Brasile e la North-West University in Sud Africa.

L’Osservatorio Cta (Chrenkov Telescope Array Observatory) è un’iniziativa internazionale che mira alla costruzione dell’osservatorio di raggi gamma ad alta energia più grande e sensibile al mondo con 118 telescopi divisi tra due siti: uno nell’emisfero nord dell’isola di La Palma, in Spagna, e l’altro nell’emisfero sud, vicino a Paranal, in Cile. Oltre 1400 scienziati e ingegneri provenienti da 31 paesi da cinque continenti e oltre 200 istituti di ricerca partecipano al progetto Cta. Cta sarà il principale osservatorio a livello internazionale per l’astronomia a raggi gamma ad altissima energia e sarà reso completamente operativo nel prossimo decennio. Sarà inoltre il primo osservatorio astronomico per raggi gamma da terra aperto alle comunità di fisica astronomica e delle particelle di tutto il mondo.

LG TV OLED 2019, se acquistate una TV in promozione riceverete 300 euro

LG TV OLED 2019

Buone notizie per tutti coloro che stanno valutando l’acquisto di un TV OLED. LG, uno dei produttori più importanti in questo settore, ha dato il via ad un’iniziativa che permette di ricevere un rimborso sull’acquisto della nuova TV. Un rimborso pari a 300 euro che verrà erogato direttamente tramite bonifico bancario, e quindi accreditato sul conto corrente.

L’iniziativa “CON TV OLED 65″ TI RIMBORSIAMO 300 EURO” è valida per acquisti effettuati dall’1 maggio al 31 luglio 2019 ma solo su alcuni specifici modelli. Inoltre, gli utenti avranno 15 giorni di tempo a partire dall’acquisto per registrare la TV LG acquistata sul sito ufficiale del produttore.

LG TV OLED 2019, i modelli coinvolti nell’iniziativa e dove acquistarli

I prodotti che permettono di accedere all’iniziativa e di avere, dunque, il rimborso di 300 euro sono tre e tutti con una diagonale dello schermo pari a 65 pollici. Si tratta rispettivamente dei modelli OLED E9 65″ OLED65E9PLA, OLED C9 65″ OLED65C9PLA e OLED B9 65″ OLED65B9PLA.

Le TV potranno essere acquistate presso i punti vendita fisici delle insegne di seguito elencate, riconoscibili dal materiale pubblicitario della promozione esposto: Comet, Elettrosintesi, Euronics, Expert, Freeshop, Mediaworld, SalvadorI, Sinergy, Sme, Supermedia, Trony e Unieuro.

Oppure nei seguenti siti online: www.comet.it, www.eprice.it, www.euronics.it, www.expertonline.it, www.freeshop.it, www.mediaworld.it, www.monclick.it, www.supermedia.it, www.trony.it e www.unieuro.it. Per ottenere il rimborso, la registrazione dell’acquisto dovrà contenere:

  • lo scontrino o la fattura d’acquisto con i dati del punto vendita e i dati della TV;
  • il codice del modello acquistato;
  • il numero di serie del prodotto acquistato;
  • copia del documento d’identità;

Maggiori informazioni ed il regolamento completo sono disponibili a questo indirizzo.

Sandra Savaglio e l’astrofisica di oggi

Sandra Savaglio, “Tutto l’universo per chi ha poco spazio tempo”, Mondadori, 2108, 300 pp.

Ingannevole è il titolo più di ogni cosa. E quello del libro di cui vi parliamo oggi non fa eccezione. Tutto l’universo per chi ha poco spazio tempo – un libro dell’astrofisica Sandra Savaglio, scienziata di fama internazionale, oggi all’Università della Calabria – per essere apprezzato come merita, di tempo, ne richiede più che un poco. Ma se l’universo vi incuriosisce, sarà tempo ben investito. Soprattutto se volete tenervi al passo con i risultati più recenti raggiunti da chi l’universo lo indaga.

Entrato nella cinquina – unico titolo di astronomia – del Premio letterario Galileo edizione 2019 (forse il più importante, in Italia, fra i premi dedicati ai libri di divulgazione scientifica), Tutto l’universo per chi ha poco spazio tempo, rispetto ad altre opere dal taglio “l’universo in breve”, si distingue anzitutto per essere molto aggiornato. Di più: i risultati che presenta sono quelli delle pagine di attualità, e i problemi che affronta sono gli stessi con i quali gli astrofisici si stanno misurando oggi.

Questo ne fa uno strumento prezioso per districarsi tra le news, comprese quelle che trovate qui su Media Inaf. “Ora vi faccio qualche esempio, e poi vi svelerò il segreto su come interpretare correttamente le notizie e dormire sonni tranquilli”, promette l’autrice nel capitolo sui rischi d’impatto con asteroidi. Promessa mantenuta: le due pagine che seguono, con qualche dato e molto ragionamento, rendono una volta per tutte il lettore – purché abbia la pazienza di seguire tutti i passaggi – immune ai titoli allarmistici che immancabilmente accompagnano ogni incontro “ravvicinato” fra il nostro pianeta e un asteroide.

Ma “interpretare correttamente le notizie” è un’abilità – difficile, gratificante e oggi cruciale – che non si limita al non farsi prendere inutilmente dal panico. Richiede anche una buona dose di scetticismo. Ecco così che, nel capitolo sui pianeti extrasolari, Savaglio offre al lettore un’altra perla, di quelle che raramente si incontrano nei libri divulgativi scritti da astrofisici. “Una curiosità sul marketing delle scoperte scientifiche”, la chiama. Già, perché anche nella scienza il marketing si prende la sua parte. E permette di spiegare, per esempio, come sia stato possibile che la scoperta dei sette pianeti attorno alla stella Trappist-1 – opera principalmente di scienziati europei – sia stata presentata al mondo come un risultato della Nasa.

Gli stessi protagonisti del libro sono gli scienziati – e spesso le scienziate, spesso italiane – di oggi. Con nome e cognome. C’è Marta Burgay, l’astronoma dell’Istituto nazionale di astrofisica che ha scoperto la prima “pulsar doppia”. C’è Marco Drago, il fisico del Max Planck che per primo al mondo ha visto lo storico segnale dell’onda gravitazionale rilevata da Ligo nel 2015. C’è Marica Branchesi del Gran Sasso Science Institute, forse l’astrofisica più premiata degli ultimi anni – è finita su Nature, su Time, su tutte le maggiori riviste scientifiche e non – per il suo ruolo nella rilevazione del primo “segnale multimessaggero”: quello – gravitazionale ed elettromagnetico – prodotto dalla fusione di due stelle di neutroni nell’agosto del 2017. E ovviamente c’è la scoperta, tutta italiana, del lago d’acqua nel sottosuolo marziano.

“Ho avuto cura di evitare il più possibile i riferimenti storici che in genere la letteratura divulgativa tratta ampiamente, e molto meglio di quanto possa fare io. La mia intenzione è di andare dritto al punto”, si legge nell’introduzione. E dritta al punto Savaglio sa come andarci. Soprattutto nella seconda metà del libro, dove la scrittura si fa più tesa e graffiante. Il mio paragrafo preferito – ciascuno di noi ne ha uno – è quello sull’emissione di idrogeno nelle microonde, all’interno del capitolo sulla materia oscura. Lo “spazio tempo” che altri autori impiegano a ricostruire le vicende novecentesche della materia oscura viene qui invece dedicato, in modo esemplare, al meccanismo quantistico alla base del segnale a 21 centimetri dell’idrogeno neutro – un’emissione cruciale per arrivare a una conferma indiretta dell’esistenza della materia oscura.

Dritta al punto, asciutta, rigorosa. Se invece di essere un’astrofisica fosse un medico, potrebbe essere Dr House. Fin dalla copertina. Senza pazienza per gli inutili orpelli, perché in fin dei conti tutti noi abbiamo poco spazio tempo. Obiettivo centrato.

Trovata acqua sull’asteroide Itokawa

I due campioni di Itokawa studiati da Jin e Bose sono microscopici: per confronto, un capello umano va da 100 a 500 micron di diametro. In questi piccoli campioni, lo strumento NanoSIMS di Asu è riuscito a rilevare acqua. Crediti: Z. Jin e M. Bose/Asu/Jaxa

Due cosmochimici della Arizona State University (Asu) hanno effettuato i primi rilevamenti di acqua in campioni provenienti dalla superficie di un asteroide, l’asteroide Itokawa, raccolti dalla sonda spaziale giapponese Hayabusa (la “numero uno”, non quella attualmente in orbita attorno all’asteroide Ryugu). I risultati del team suggeriscono che impatti primordiali di asteroidi avvenuti sulla Terra – simili a quello studiato – potrebbero aver rilasciato sul nostro pianeta più della metà dell’acqua presente negli oceani. «Abbiamo riscontrato che i campioni esaminati risultano essere molto più ricchi di acqua rispetto alla media degli oggetti presenti nel Sistema solare interno», spiega Ziliang Jin, della Asu’s School of Earth and Space Exploration, primo autore dell’articolo pubblicato ieri, primo maggio, sulla rivista Science Advances. «È stato un privilegio per noi che l’agenzia spaziale giapponese Jaxa si sia resa disponibile a condividere cinque particelle di Itokawa con ricercatori americani», aggiunge Maitrayee Bose, coautrice dell’articolo.

In due delle cinque particelle analizzate, il team ha identificato il minerale pirossene. Nei campioni terrestri, i pirosseni possono presentare acqua nella loro struttura cristallina. Bose e Jin sospettavano che anche le particelle di Itokawa potessero avere tracce di acqua, ma volevano sapere esattamente quanta ce ne fosse. Itokawa ha sicuramente avuto una storia difficile tra impatti multipli, shock e successive frammentazioni. Tutti questi eventi dovrebbero aver portato ad un aumento della temperatura dei minerali che lo costituiscono, con conseguente perdita dell’eventuale acqua presente.
Per studiare i campioni, ciascuno dei quali ha uno spessore pari a circa la metà di un capello, il team ha utilizzato lo Nanoscale Secondary Ion Mass Spectrometer (NanoSims) di Asu, uno spettrometro in grado di misurare grani così piccoli con un grande sensibilità. Le misure hanno rivelato che i campioni erano inaspettatamente ricchi di acqua. Pertanto persino asteroidi “asciutti” come Itokawa possono in realtà ospitare più acqua di quanta gli scienziati abbiano sempre ipotizzato.

L’asteroide Itokawa è ciò che resta di un corpo progenitore più grande. Analizzando i campioni forniti dalla Jaxa, gli scienziati dell’Arizona State University hanno scoperto che nonostante la sua tumultuosa storia, Itokawa presenta ancora tracce di acqua nei suoi minerali. I campioni studiati da Jin e Bose provengono dal Muses Sea, quella zona pianeggiante e apparentemente liscia nel mezzo di Itokawa. Crediti: Jaxa

Ma vediamo com’è fatto questo asteroide. La forma di Itokawa ricorda quella di un’arachide: lungo circa mezzo chilometro e largo tra i 200 e i 300 metri. Ha due lobi principali, ciascuno ricoperto di massi di diverse densità, e tra i lobi c’è una sezione più stretta. Orbita intorno al Sole in 18 mesi, a una distanza media pari a 1.3 volte la distanza Terra-Sole. Parte del percorso di Itokawa lo porta dentro l’orbita terrestre e al massimo arriva poco oltre l’orbita di Marte.

Sulla base dello spettro di Itokawa ottenuto da telescopi terrestri, i planetologi lo collocano nella classe S, un gruppo di asteroidi principalmente composti da silicati (da cui prendono il nome). Questo lo collega ai meteoriti sassosi, che si pensa siano frammenti di asteroidi di tipo S frantumati durante le collisioni. «Gli asteroidi di tipo S sono tra gli oggetti più comuni nella fascia degli asteroidi», dice Bose. «Inizialmente si sono formati a una distanza dal Sole che va da circa un terzo fino a tre volte la distanza dalla Terra». Sebbene siano piccoli, questi asteroidi hanno conservato l’acqua e altri materiali volatili con cui si sono formati.

Jin e Bose sottolineano che l’Itokawa che vediamo oggi è in realtà ciò che resta di un corpo largo almeno 19 chilometri che ad un certo punto è stato riscaldato tra i 500 e gli 800 gradi centigradi. Il corpo genitore deve aver subito numerosi forti shock da impatto, con un unico evento sconvolgente che è stato in grado di spezzarlo. In seguito, due dei frammenti si sono fusi e hanno formato l’odierna Itokawa, che ha raggiunto le sue attuali dimensioni e forma circa 8 milioni di anni fa.

«Le particelle che abbiamo analizzato provengono da una parte di Itokawa chiamata Muses Sea», spiega Bose. «È un’area sull’asteroide liscia e coperta di polvere. Sebbene i campioni siano stati raccolti in superficie, non sappiamo dove questi grani si trovassero nell’oggetto dal quale l’asteroide si è originato. Ma la nostra ipotesi è che fossero sepolti più di 100 metri al suo interno».

Nonostante l’evento catastrofico che ha portato alla distruzione del corpo genitore e l’esposizione dei grani del campione alle radiazioni e agli impatti da parte di micro meteoriti sulla sua superficie, i minerali mostrano ancora tracce di acqua che non è stata rilasciata nello spazio.

«I minerali hanno costituenti isotopici dell’idrogeno che sono indistinguibili da quelli terrestri. Questo significa che gli asteroidi di tipo S e i corpi genitori delle ordinarie condriti probabilmente rappresentano fonti di acqua e di molti altri elementi per i pianeti terrestri. Possiamo dirlo grazie alle misure isotopiche in situ sui campioni provenienti dalla regolite degli asteroidi, e questo rende questi asteroidi obiettivi prioritari per l’esplorazione spaziale».

Ziliang Jin (a sinistra) e Maitrayee Bose, mentre stavano preparando i campioni di Itokawa per l’analisi presso l’Asu. Crediti: Z. Jin and M. Bose/Asu

Bose sta mettendo in piedi un laboratorio presso l’Arizona State University, che con il NanoSims, sarà la prima struttura presente in un’università pubblica in grado di analizzare grani di polvere provenienti da altri corpi del Sistema solare.

Nei prossimi anni ci aspettiamo altri campioni: Hayabusa 2, attualmente sull’asteroide Ryugu, raccoglierà campioni riportandoli sulla Terra nel dicembre 2020 e Osiris-Rex, programmata per raccogliere campioni da Bennu nell’estate 2020, lì porterà sulla Terra nel settembre 2023.

Per i planetologi e i cosmochimici che stanno cercando di definire come si sia formato il Sistema solare, gli asteroidi sono una grande risorsa: come elementi costitutivi avanzati del sistema planetario, variano notevolmente tra loro, preservando i materiali di cui sono fatti dagli albori del Sistema solare.

«Le missioni che ci portano i campioni sono necessarie se vogliamo compiere uno studio davvero approfondito degli oggetti del Sistema solare», dice Bose. «La missione Hayabusa su Itokawa ha ampliato la nostra conoscenza dei contenuti volatili dei corpi che hanno contribuito a formare la Terra. Non mi sorprenderebbe se un simile meccanismo di produzione dell’acqua fosse comune anche a esopianeti rocciosi in orbita attorno ad altre stelle».

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