Dinosauri, l’unico killer è l’asteroide

Rappresentazione artistica di un T. Rex che assiste impotente e inconsapevole alla fine del suo mondo. Crediti: Nasa

Se c’è un’estinzione di massa che è nota a tutti – adulti e bambini – è senz’altro quella dei dinosauri, avvenuta circa 66 milioni di anni fa. Per la verità non furono solo i dinosauri a scomparire dalla scena, ma circa il 75 per cento delle specie viventi all’epoca. Questo evento è tecnicamente noto come estinzione del Cretaceo-Paleocene (o evento K/Pg). Fu proprio grazie a questo impatto che i mammiferi iniziarono la loro ascesa, occupando le nicchie ecologiche che si erano improvvisamente liberate.

La svolta per capire la causa di questa estinzione di massa si ebbe nel 1980, in seguito alle analisi effettuate dal fisico e premio Nobel Luis Walter Alvarez su antichi sedimenti marini – databili fra 185 e 30 milioni di anni fa -– affioranti nell’Appennino umbro (nei dintorni di Gubbio). Alvarez e colleghi scoprirono, infatti, la presenza di uno strato di argilla scura (databile a circa 66 milioni di anni fa), dello spessore di circa 1 cm, con una concentrazione molto elevata di iridio (circa 30 volte superiore al normale). L’iridio è un metallo siderofilo e nella crosta terrestre è rarissimo perché sprofondato, insieme al ferro, nel nucleo del nostro pianeta durante la fase di differenziazione gravitazionale. Al contrario, l’iridio è molto abbondante nelle meteoriti (e quindi negli asteroidi di cui le meteoriti sono i frammenti), dove è presente in misura mille volte superiore rispetto alla crosta terrestre. Da qui la formulazione della teoria sulla caduta di un asteroide di circa 10 km di diametro come responsabile dell’estinzione dei dinosauri: l’evento, alterando il clima terrestre, avrebbe portato all’estinzione dei meno adatti a sopravvivere. La successiva scoperta del cratere di Chicxulub – una struttura da impatto di circa 200 km di diametro, parzialmente sepolta al di sotto della penisola dello Yucatan, nel golfo del Messico – fu un’ulteriore prova a sostegno della teoria di Alvarez.

Pur essendo le prove della caduta di un asteroide incontestabili, si riteneva che l’estinzione di massa fosse stata coadiuvata anche da un periodo molto intenso di eruzioni vulcaniche, della durata di circa 30mila anni, che immisero nell’atmosfera un’enorme quantità di ceneri e gas vulcanici (fra cui il biossido di zolfo e il biossido di carbonio), contribuendo così al rapido cambiamento climatico. Quale paleovulcano potrebbe avere alterato il clima così profondamente a livello globale? La risposta è: i Trappi del Deccan, una serie di imponenti colate stratificate fatte di basalto che si trovano nell’Altopiano del Deccan, nell’India occidentale. Si tratta di una delle regioni vulcaniche più estese della Terra, con un’età di circa 66 milioni di anni, coincidente quindi con quella dell’estinzione di massa.

Ma i due eventi – asteroide ed eruzione – sono stati realmente coincidenti? E l’eruzione vulcanica ha avuto un ruolo nell’estinzione di massa? Ha cercato di fare chiarezza il geologo Pincelli Hull, della Yale University, in un articolo pubblicato venerdì scorso su Science. Come già detto, il problema è la risoluzione temporale degli eventi: se è troppo grossolana, è impossibile dire se l’eruzione abbia rafforzato gli effetti della caduta dell’asteroide o meno. Hull e colleghi si sono concentrati sull’emissione dei gas vulcanici, in particolare dell’anidride carbonica, che – essendo un gas serra – deve avere provocato un aumento di temperatura in coincidenza con l’eruzione. Come “termometro” il team ha prelevato carote di sedimenti marini oceanici, e ha analizzato prevalentemente le variazioni del rapporto O18/O16 (ossia il rapporto fra gli isotopi 16 e 18 dell’ossigeno), presente nei foraminiferi e nei molluschi fossili.

Le variazioni di temperatura globali al limite K/Pg determinate con foraminiferi e molluschi fossili (Crediti: Hull et al., Science 367, 266-272, 2020)

In natura l’ossigeno è presente in due isotopi: O16 e lO18, appunto, con il primo che costituisce il 99 per cento degli atomi. Quando nella molecola di acqua si trova l’O16, essendo più leggera di quelle che contengono l’O18, evapora più facilmente. Se il periodo è caldo, l’acqua leggera compie il suo normale ciclo di evaporazione – condensazione – pioggia e ritorna al mare, quindi il rapporto O16/O18 resta invariato. Nei periodi freddi, invece, l’acqua che evapora viene intrappolata nelle calotte polari, quindi in mare aumenta la frazione di acqua che contiene l’O18. Di conseguenza, nei periodi di temperatura più bassa si trova una maggiore quantità di acqua con l’O18 che i foraminiferi utilizzano per costruire il loro guscio di calcare che si ritrova nei fossili. Da qui la correlazione fra il rapporto O18/O16 e la temperatura dell’acqua dell’oceano. Esaminando le variazioni di O18/O16 (e anche quelle degli isotopi del carbonio C13/C12), i ricercatori hanno scoperto che c’è stato un evento di aumento della temperatura attorno ai 2 °C circa 200mila anni prima dell’evento K/Pg. Dopo un calo di temperatura in coincidenza con lo strato K/Pg, c’è stata una crescita della temperatura che ha superato 1 °C circa 600mila anni dopo l’estinzione dei dinosauri (vedi il grafico qui sopra).

Tenendo presenti questi dati sull’andamento delle variazioni di temperatura, Hull e colleghi hanno cercato di stabilire la cronologia dell’emissione di anidride carbonica dai Trappi del Deccan. A questo scopo hanno usato un modello climatico globale e cinque diversi scenari per l’emissione dei gas vulcanici, per valutare quale scenario permettesse di ricostruire al meglio le variazioni osservate di temperatura. Dei cinque scenari considerati, solo due – eruzione prima dell’impatto, oppure eruzione in corso durante l’impatto – hanno superato questo test. Quindi, in ogni caso, la maggior parte – o almeno il 50 per cento – dei gas prodotti dai Trappi del Deccan sono stati emessi in atmosfera molto prima della caduta dell’asteroide, e non da 10mila a 60mila anni prima come si riteneva in precedenza. Chiaramente non si è verificata nessuna estinzione di massa in conseguenza dell’eruzione, altrimenti ce ne sarebbe traccia nei fossili. Di conseguenza, concludono gli autori dello studio, la caduta dell’asteroide è stata l’unica causa dell’estinzione K/Pg. Al confronto, l’eruzione dei Trappi del Deccan è stato solo un piacevole diversivo.

Per saperne di più:

  • Leggi su Science l’articolo “On impact and volcanism across the Cretaceous-Paleogene boundary“, di Pincelli M. Hull, André Bornemann, Donald E. Penman, Michael J. Henehan, Richard D. Norris, Paul A. Wilson, Peter Blum, Laia Alegret, Sietske J. Batenburg, Paul R. Bown, Timothy J. Bralower, Cecile Cournede, Alexander Deutsch, Barbara Donner, Oliver Friedrich, Sofie Jehle, Hojung Kim, Dick Kroon, Peter C. Lippert, Dominik Loroch, Iris Moebius, Kazuyoshi Moriya, Daniel J. Peppe, Gregory E. Ravizza, Ursula Röhl, Jonathan D. Schueth, Julio Sepúlveda, Philip F. Sexton, Elizabeth C. Sibert, Kasia K. Śliwińska, Roger E. Summons, Ellen Thomas, Thomas Westerhold, Jessica H. Whiteside, Tatsuhiko Yamaguchi e James C. Zachos

Google Stadia: 10 esclusive e 120 giochi in arrivo nel 2020

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Durante i mesi successivi al lancio ufficiale di Stadia, Google ha tentato di sviluppare varie funzionalità del servizio ma non ha dato molte informazioni riguardo i giochi. A quanto pare, però, oggi Google ha condiviso alcuni dettagli sui videogiochi che prevedere di rilasciare sulla propria piattaforma nel 2020. 

Oggi, in un post sul blog della community di Stadia, Google ha spiegato che ha ‘più di 120 giochi’ pronti per il lancio su Stadia nel 2020. Di questi, Google afferma che ‘più di dieci’ saranno esclusiva per il servizio. La società afferma anche che questi dieci giochi usciranno nella prima metà dell’anno, quindi siamo curiosi di sapere quali giochi riserverà Google per la seconda metà dell’anno.

Google Stadia: le esclusive attireranno i giocatori ?

Tuttavia, i dettagli sui giochi terminano qua. Google, in realtà, non ha nominato nessuno dei titoli che intende rilasciare a breve. I fan del servizio Stadia saranno sicuramente contenti di sapere che il numero di giochi supererà i 100 nel 2020, ma vorranno sapere al più presto quali sono questi giochi. Invece, tutto ciò che hanno ora è una piccola parte di informazioni, con Google che promette maggiori dettagli quando i suoi partner daranno il via libera per poterlo fare.

Sul fronte delle funzionalità, Google afferma che si focalizzerà su quattro aree specifiche nei prossimi tre mesi. Stadia sul Web sarà l’obiettivo principale di Google nel primo trimestre, poiché è previsto il supporto per i giochi 4K, più funzioni di Google Assistant e supporto per il gameplay wireless quando si utilizza il controller Stadia. Arriverà anche il supporto Stadia per più smartphone Android durante il trimestre, il che potrebbe essere già nelle fasi di test.

Inoltre, la società afferma che rilascerà più dettagli sui giochi Stadia Pro di febbraio verso la fine di gennaio.

Quando Davide sembra Golia

Impressione artistica del presunto buco nero stellare Lb-1 con la stella Ls V+22 25 che gli orbita attorno. Crediti: Jingchuan Yu

I buchi neri stellari si formano quando stelle massicce terminano la loro vita con un drammatico collasso gravitazionale. Le osservazioni hanno dimostrato che buchi neri di questo tipo hanno generalmente masse circa dieci volte superiori a quella del Sole, e queste stime sono in accordo con la teoria dell’evoluzione stellare. Tuttavia, di recente un team internazionale di scienziati guidato dall’Osservatorio astronomico nazionale di Pechino dell’Accademia cinese delle scienze ha individuato un buco nero stellare con una massa straordinariamente alta – circa 70 volte quella del Sole – che, se confermata, metterebbe a dura prova l’attuale visione dell’evoluzione stellare. La pubblicazione, avvenuta a novembre dello scorso anno sulla rivista Nature, ha immediatamente innescato nuove indagini teoriche e ulteriori osservazioni astrofisiche. Tra coloro che hanno dato un’occhiata più da vicino all’oggetto in questione c’è stato un team di astronomi delle università di Erlangen-Norimberga (Fau) e Potsdam, secondo il quale l’oggetto potrebbe non essere necessariamente un buco nero: potrebbe essere una stella di neutroni massiccia, o forse persino una stella ordinaria. I risultati sono stati pubblicati il 10 dicembre sul sito della rivista Astronomy & Astrophysics.

Il presunto buco nero è stato rilevato indirettamente dal movimento di una stella compagna luminosa, in orbita attorno a un oggetto compatto invisibile con un periodo di circa 80 giorni. Da nuove osservazioni, un team belga ha dimostrato che le misurazioni originali potrebbero essere state fraintese e che la massa del buco nero è, di fatto, ancora molto incerta. La domanda più importante, ovvero come abbia avuto origine il sistema binario osservato, rimane senza risposta. Un aspetto cruciale è la massa della compagna visibile di questo buco nero: la stella Ls V +22 25. Più massiccia è questa stella, più massiccio deve essere il buco nero compagno, per indurre il movimento osservato della stella luminosa. Nello studio precedente, quest’ultima era stata considerata una stella normale, otto volte più massiccia del Sole.

In questo nuovo studio, il team di astronomi della Fau e dell’università di Potsdam ha esaminato più da vicino lo spettro di Ls V+22 25, ripreso dal telescopio Keck a Mauna Kea, alle Hawaii. In particolare, la loro attenzione è stata rivolta soprattutto a studiare l’abbondanza degli elementi chimici sulla superficie stellare. Gli astronomi hanno rilevato deviazioni nelle abbondanze di elio, carbonio, azoto e ossigeno rispetto alla composizione standard di una giovane stella massiccia. Sulla sua superficie hanno osservato ceneri risultanti dalla fusione nucleare dell’idrogeno, un processo che avviene solo nelle profondità del nucleo di giovani stelle e non ci si aspetta assolutamente che venga rilevato sulla loro superficie.

«A prima vista, lo spettro sembrava davvero quello di una giovane stella massiccia. Tuttavia, diverse proprietà sono apparse piuttosto sospette. Questo ci ha motivato a dare una nuova occhiata ai dati presenti negli archivi», spiega Andreas Irrgang, primo autore dello studio e membro dell’Osservatorio Dr. Karl Remeis di Bamberg.

Gli autori hanno concluso che, in passato, Ls V+22 25 deve aver interagito con il suo compagno compatto. Durante questo episodio di trasferimento di massa si è reso visibile il nucleo di elio, spogliato degli strati esterni della stella e arricchito con le ceneri della combustione dell’idrogeno. Le stelle di elio spogliate degli strati esterni sono molto più leggere delle loro controparti normali. Combinando i loro risultati con le recenti misurazioni di distanza effettuate dal telescopio spaziale Gaia, gli autori hanno determinato una massa stellare che molto probabilmente è di solo 1.1 (con un’incertezza di +/- 0.5) volte quella del Sole. Ciò comporta una massa minima di appena 2-3 masse solari per il compagno compatto, suggerendo che potrebbe non necessariamente essere un buco nero, ma forse una stella di neutroni massiccia o, appunto, persino una stella normale.

La stella Ls V+22 25 è diventata famosa per questo suo mostruoso compagno. Tuttavia, uno sguardo più attento alla stella stessa rivela che essa stessa è un oggetto molto particolare e intrigante, e che questa sua particolarità potrebbe aver indotto a una stima eccessiva della massa del compagno. Mentre la teoria prevede stelle di elio spogliate degli strati esterni di massa intermedia, finora ne sono state scoperte pochissime. Ma sono oggetti chiave per comprendere le interazioni nei sistemi stellari binari.

Per saperne di più:

 

Tim, Vodafone, Wind e 3: le prime offerte disponibili per la rete 5G

Gli amanti delle telecomunicazioni non vedono l’ora di scoprire con le proprie mani la quinta rete di generazione, meglio conosciuta con il nome di 5G. A riguardo, gli operatori telefonici Tim, Vodafone, Wind e 3 Italia hanno investito importanti somme di denaro per accaparrarsi le migliori infrastrutture della nuova rete mobile.

Da quello che è emerso in questi mesi, gli utenti che vorranno usufruire di questa novità dovranno versare un costo aggiuntivo riguardante l’acquisto di un nuovo smartphone. Infatti, verranno messi in vendita dei nuovi dispositivi mobili in grado di supportare la tecnologia 5G.

Ecco i primi operatori telefonici con le offerte 5G

Come detto in precedenza, gli operatori telefonici stanno velocizzando il loro processo di avvicinamento a questa nuova rete, ma ce ne sono alcuni che hanno deciso di invogliare i clienti con il lancio delle prime offerte telefoniche.

Gli operatori che si sono mossi in anticipo sono sicuramente Vodafone e Tim, i quali garantiscono le seguenti offerte:

  • Unlimited Smart: l’offerta contiene minuti illimitati verso tutti, sms illimitati verso tutti e 20GB per navigare sul web al costo mensile di 18,99 Euro.
  • Shake it Easy: attivabile dai clienti Under 30, l’offerta contiene minuti illimitati verso tutti, sms illimitati verso tutti e 60 giga di traffico dati al costo mensile di 14,99 Euro.
  • Unlimited Ultra: minuti illimitati verso tutti, sms illimitati e 30 giga in 5G al costo di 24,99 Euro ogni mese.
  • Unlimited Back: l’offerta contiene minuti illimitati, sms illimitati e giga illimitati al costo mensile di 40 Euro. Attivabile tramite conto corrente.
  • Tim Advance 5G: minuti illimitati, sms illimitati e 50 giga al costo mensile di 29,99 Euro.
  • Tim Advance 5G Top: minuti illimitati verso tutti, sms illimitati e 100 giga in 5G al costo di 49,99 Euro ogni mese.

Alma e Rosetta sulle tracce del fosforo

Questa infografica mostra i risultati chiave di uno studio che ha rivelato la traccia interstellare del fosforo, uno dei mattoni costitutivi della vita. Crediti: Alma (Eso/Naoj/Nrao), Rivilla et al.; Eso/L. Calçada; Esa/Rosetta/NavCam; Mario Weigand, www.SkyTrip.de

«La vita è apparsa sulla Terra circa 4 miliardi di anni fa, ma non conosciamo ancora i processi che l’hanno resa possibile», dice Víctor Rivilla, autore principale di un nuovo studio pubblicato oggi dalla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. I nuovi risultati di Alma (Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array), di cui l’Osservatorio europeo australe (Eso) è partner, e dello strumento Rosina a bordo di Rosetta mostrano che il monossido di fosforo è un elemento chiave nel rompicapo sull’origine della vita.

Con la potenza di Alma, che ha permesso uno sguardo dettagliato nella regione di formazione stellare Afgl 5142, gli astronomi sono stati in grado di individuare i luoghi in cui si formano molecole contenenti fosforo, come il monossido di fosforo. Nuove stelle e sistemi planetari sorgono in regioni, simili a nubi, formate da gas e polvere sparsi tra le stelle, rendendo queste nubi interstellari i luoghi ideali da cui iniziare la ricerca dei mattoni costitutivi della vita.

Le osservazioni Alma hanno mostrato che le molecole che contengono fosforo vengono create quando si formano stelle massicce. Flussi di gas da stelle giovani e massicce scavano cavità nelle nubi interstellari. Le molecole contenenti fosforo si formano sulle pareti della cavità, attraverso l’azione combinata di urti e radiazioni della giovane stella. Gli astronomi hanno anche dimostrato che il monossido di fosforo è la molecola più abbondante sulle pareti della cavità, tra tutte le molecole contenenti fosforo.

Dopo aver cercato questa molecola nelle regioni di formazione stellare con Alma, il gruppo europeo è passato a un oggetto del Sistema Solare: l’ormai famosa cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko. L’idea era di seguire le tracce di questi composti contenenti fosforo. Se le pareti della cavità collassano per formare una stella, in particolare una non particolarmente massiccia, come il Sole, il monossido di fosforo può congelarsi e rimanere intrappolato nei granelli di polvere ghiacciata che rimangono intorno alla nuova stella. Ancor prima che la stella sia completamente formata, i granelli di polvere si uniscono per formare sassolini, rocce e infine comete, che diventano così trasportatori di monossido di fosforo.

Rosina, acronimo che sta per Rosetta Orbiter Spectrometer for Ion and Neutral Analysis, ha raccolto dati da 67P per due anni, mentre Rosetta era in orbita intorno alla cometa. Gli astronomi avevano già trovato tracce di fosforo nei dati di Rosina, ma non sapevano di quale molecola si trattasse. Kathrin Altwegg, principal investigator di Rosina e co-autrice del nuovo studio, ha avuto un suggerimento su quale potesse essere questa molecola dopo essere stata avvicinata a una conferenza da un’astronoma che studiava con Alma le regioni di formazione stellare: «Mi disse che il monossido di fosforo sarebbe un candidato molto probabile, quindi sono tornata a verificare i nostri dati ed eccolo lì!».

La regione di formazione stellare Afgl 5142vista da Alma. Crediti: Alma (Eso/Naoj/Nrao), Rivilla et al.

Questo primo avvistamento del monossido di fosforo su una cometa aiuta gli astronomi a stabilire una connessione tra le regioni di formazione stellare, dove la molecola viene creata, fino alla Terra.

«La combinazione dei dati di Alma e di Rosina ha rivelato una sorta di filo chimico durante l’intero processo di formazione stellare, in cui il monossido di fosforo svolge il ruolo dominante», spiega Rivilla, ricercatore all’Osservatorio astrofisico di arcetri dell’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica italiano.

«Il fosforo è essenziale per la vita come la conosciamo», aggiunge Altwegg. «Dato che le comete hanno probabilmente fornito grandi quantità di composti organici alla Terra, il monossido di fosforo trovato nella cometa 67P potrebbe rafforzare il legame tra le comete e la vita sulla Terra».

Questo affascinante viaggio ha potuto essere documentato grazie alla collaborazione tra astronomi. «Il rilevamento del monossido di fosforo è stato chiaramente ottenuto grazie a uno scambio interdisciplinare tra telescopi sulla Terra e strumenti nello spazio», commenta Altwegg.

Leonardo Testi, astronomo dell’Eso e responsabile europeo delle operazioni di Alma, conclude: «Comprendere le nostre origini cosmiche, tra cui quanto siano comuni le condizioni chimiche favorevoli all’emergenza della vita, è uno dei temi principali dell’astrofisica moderna. Mentre Eso e Alma si concentrano sulle osservazioni di molecole in giovani sistemi planetari distanti, l’esplorazione diretta dell’inventario chimico all’interno del Sistema solare è resa possibile dalle missioni Esa, come Rosetta. La sinergia tra le strutture terrestri e spaziali all’avanguardi a livello mondiale, attraverso la collaborazione tra Eso ed Esa, è una risorsa preziosa per i ricercatori europei e consente scoperte rivoluzionarie come quella riportata in questo articolo».

Fonte: comunicato stampa Eso

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Autopsia di una meteorite: i primi risultati

Giovanni Pratesi, lo scienziato alla guida dell’analisi dei frammenti della meteorite di Capodanno

I due frammenti di meteorite raccolti sabato scorso a Cavezzo, nel Modenese, sono in questi giorni all’Università di Firenze, nei laboratori del Dipartimento di scienze della Terra e del Mema, il Centro di microscopia elettronica e microanalisi, per essere sottoposti ad analisi approfondite. È coinvolto nella ricerca anche il Museo di storia naturale, in quanto formalmente riconosciuto come repository dalla Meteoritical Society. I risultati sono attesi per la prossima settimana, ma abbiamo comunque raggiunto lo scienziato che guida l’analisi, Giovanni Pratesi, geologo all’Università di Firenze e presidente del Mema, per un aggiornamento su come sta andando il lavoro e per qualche impressione preliminare.

Anzitutto, è confermato che si tratta di una meteorite?

«Sì, certo, c’è la conferma. Molto probabilmente è una condrite, quindi una meteorite indifferenziata».

Una stima dell’età?

«Quando si parla di condriti si fa sempre riferimento ai primi milioni di anni di vita del Sistema solare, quindi siamo oltre i 4.5 miliardi di anni».

Si ha un’idea della provenienza?

“Grazie ai dati forniti dalla rete Prisma, i ricercatori dell’Inaf hanno già tracciato una possibile orbita del bolide. Il meteoroide che ne è all’origine sembra provenire dalla zona interna della Fascia degli asteroidi. Un’informazione, questa, che potremo affinare quando verrà identificato il gruppo di appartenenza, ma questo richiede ulteriori dati».

Anche sulla composizione ci può già dire qualcosa?

«È sicuramente silicatica. Non mostra tracce evidenti di metallo, quindi quasi tutto il ferro che è presente – perché c’è sempre un contenuto in ferro importante, in questi oggetti – è all’interno dei minerali silicatici. Non ha dato origine, diciamo, al cosiddetto metallo, a leghe assieme al nichel. Questo lo possiamo già dire perché a vista non lo si percepisce. Ma sono già in corso analisi più approfondite, stiamo preparando il campione. Abbiamo tagliato un disco e lo abbiamo già inglobato nella resina ipossidica».

Quant’è grande?

«È un disco ultrasottile, parliamo di 0.15 mm, per consumare la minor quantità possibile di materiale. Lo abbiamo già spianato e lucidato, ora è pronto per le analisi al microscopio elettronico, che dovremmo concludere lunedì».

I due frammenti recuperati. Crediti: Media Inaf

Un disco da entrambi i frammenti?

«No, solo da quello piccolo, tanto abbiamo già verificato che si tratta dello stesso materiale».

Vi era mai successo prima di poter analizzare frammenti di una meteorite a pochi giorni dalla caduta?

«No, qui nel nostro laboratorio è assolutamente la prima volta. Non avevamo mai avuto l’occasione di studiare un oggetto così fresco. Comunque sono veramente pochissimi i casi di bolidi il cui ingresso in atmosfera sia stato registrato da reti di osservazione dedicate e che siano poi stati studiati – stiamo parlando di quattro o cinque casi».

E più in generale, si ha notizia di altre meteoriti raccolte appena “sfornate” dallo spazio?

«Soprattutto negli ultimi due o tre decenni, da quando si è sviluppato – diciamo – un interesse non solo scientifico per la materia, ci sono luoghi, come per esempio in Nord Africa, dove parte della popolazione locale è molto attenta a questi fenomeni, e magari ne fa una fonte di profitto. Lì c’è chi è riuscito a trovare, a seguito di avvistamenti, materiale appena caduto. Parliamo comunque di fenomeni estremamente rari, e soprattutto di eventi nei quali c’è stata una testimonianza da parte di persone che hanno visto il bolide, ma senza che vi fosse una raccolta di dati scientifici tali da poter ricostruire la traiettoria e di ottenere tutti quei parametri dinamici che danno informazioni preziose».

Fa la differenza, poter disporre di un campione “fresco” qual è questo?

«Be’, sì, il tempo che intercorre tra la caduta e le prime analisi è fondamentale, non solo per la ricerca di eventuali contenuti di materiale organico, verso i quali occorre sempre un’estrema prudenza, ma anche per la determinazione del contenuto di isotopi cosiddetti cosmogenici e dall’emivita molto breve, come per esempio lo scandio-47 e il calcio-47. Isotopi che già dopo poche settimane non si possono più misurare».

Per ora i frammenti raccolti sono due. È ragionevole attendersi che sul terreno ve ne siamo altri?

«Secondo me, almeno un altro frammento dev’essere in zona. Questo perché la superficie di frattura riporta traccia di un impatto, di uno sfregamento. Ed è una superficie di rottura troppo fresca per essersi generata nella frammentazione esplosiva, che è avvenuta a 30 km. Altro dato interessante, che già abbiamo individuato, è che nel frammento più grosso ci sono due superfici di frattura: una che si è generata nell’impatto con il suolo e un’altra che si è invece generata in quota».

Perché è interessante?

«Perché su quest’ultima superficie si sono depositate gocce di crosta di fusione, e questa è una rarità. Non è affatto semplice trovare porzioni di meteorite che abbiano conservato la storia del volo. In questo caso, invece, c’è una superficie che testimonia come sia avvenuta una frammentazione in volo – del resto già evidente anche dalle registrazioni. E questo è un frammento che è stato coinvolto nella frammentazione esplosiva».

Tornando ai frammenti forse ancora là, sul terreno: come comportarsi in caso di ritrovamento?

«Diciamo che sarebbe opportuno raccoglierli con dei guanti. Non, però, guanti in tessuto o in pelle, bensì semplicissimi guanti di plastica usa e getta come quelli che si usano al supermercato per prendere la frutta, o ai distributori di carburante. Guanti del genere permettono di evitare il contatto diretto, che introduce comunque una pesante contaminazione. Poi è anche vero che, in questo caso particolare di Cavezzo, non vi era una copertura nevosa».

In che senso?

«Se una meteorite cade al suolo e non c’è neve, una qualche contaminazione organica c’è comunque. Invece in casi come, per esempio, quella di Čeljabinsk, caduta sulla neve, o quella di Tagish Lake, caduta su un lago ghiacciato, furono adottate tutte precauzioni possibili, proprio perché lì la contaminazione era pressoché nulla. Ma anche quando cadono nel terreno, se si evita di toccarle con le mani è preferibile».

 

Panasonic presenta il suo visore VR in 4K e super ergonomico

Panasonic Corporation ha deciso di tuffarsi in un nuovo progetto in concomitanza del CES 2020, mettendo alla luce un nuovo visore VR (Virtual Reality) con pannello in 4K ultra HD e tecnologia HDR, sicuramente un’importante evoluzione di una tecnologia che ha mostrato sempre luci e ombre che ne hanno rallentato la diffusione, in questo caso con un particolare occhio al design.

Il visore è stato prodotto in cooperazione con Kopin Corporation ed integra tutto ciò che serve per un’esperienza immersiva e coinvolgente ma non stressante per il giocatore.

Hardware al top e design ergonomico ed innovativo

A sorprendere in questo prodotto non sono solo le specifiche al top, ma anche il nuovo design che lo rende facile e comodo da indossare come un paio di occhiali, la cui forma è un chiaro modello di riferimento.

D’altronde un limite di questa piattaforma di gioco è sempre stato lo stress a cui era sottoposto il giocatore, il quale dopo un certo periodo di tempo iniziava ad accusare l’affaticamento dovuto all’ingombro e al peso del visore indossato.

A coronare il tutto non mancano delle caratteristiche hardware veramente incredibili, con i due pannelli micro OLED prodotti in collaborazione tra Kopin e Panasonic, i quali grazie all’altissima risoluzione non generano l’effetto screen-door che porta l’utilizzatore a vedere la griglia di pixel che forma l’immagine.

Per rendere il tutto ancora più performante è stato inserito un modulo ottico progettato con 3M Company che perette una proiezione ed una visualizzazione dell’immagine nitida e senza distorsioni.

Un prodotto senza ombra di dubbio dalla caratteristiche ed il design fantastiche, fregiato di tutte le tecnologie ottiche proprietarie Panasonic presenti anche nelle fotocamere Lumix, ma quando sarà disponibile agli utenti e a che prezzo ?

Panasonic purtroppo non ha fornito informazioni al riguardo, ma tutto ci porta a pensare che sarà difficile vederli sugli scaffali dei nostri soggiorni, dal momento che la casa produttrice stessa ne consiglia un uso in ambito commerciale come turismo virtuale e sport in VR.

In arrivo un’eclissi di Luna a metà

Crediti: Mauro Messerotti / Inaf

Questa sera, venerdì 10 gennaio, si verificherà un’eclissi penombrale di Luna visibile anche dall’Italia. È la prima eclissi del 2020. L’evento inizierà alle 18.07 ora italiana (tutti gli orari sono riferiti alle coordinate di Trieste), con l’ingresso della Luna nel cono di penombra proiettato dalla Terra che scherma la luce solare. L’istante di massima copertura del disco lunare da parte del cono di penombra proiettato dalla Terra sarà raggiunto alle 20.10. L’uscita della Luna dal cono di penombra, alle 22.12, segnerà la conclusione del fenomeno.

Occorre però tenere presente che, essendo un’eclissi di penombra, il nostro satellite naturale risulterà solo leggermente oscurato, e la sua diminuzione di luminosità sarà difficile da percepire a occhio nudo. «La frazione massima del diametro del disco lunare che verrà eclissata è dell’88 per cento», dice a Media Inaf Mauro Messerotti, astronomo dell’Inaf di Trieste. «Anche al massimo dell’eclissi, uno spicchio del disco lunare corrispondente al 12 per cento del diametro del disco non verrà eclissato dal cono di penombra, e rimarrà dunque molto luminoso».

Guarda la simulazione del fenomeno realizzata da Mauro Messerotti (Inaf Trieste):

Vodafone regala un monopattino: ecco come averlo a soli 10 euro

vodafone regala xiaomi mi electric scooter

Dopo la splendida notizia che il Governo ha finalmente liberalizzato l’uso dei monopattini elettrici per le strade italiane con una legge che li equipara in pratica alle biciclette, Vodafone ha deciso di rilanciare la sua offerta top regalando con l’acquisto di uno smartphone Xiaomi il Mi Electric Scooter.

L’operatore in rosso sta allargando il suo business su altri fronti oltre quello della telefonia fissa e mobile, ed è per questo che l’azienda ha pensato di promuovere un vero e proprio pacchetto in mobilità che offra il monopattino elettrico Xiaomi insieme alla tecnologia degli smartphone.

Vodafone regala un monopattino Xiaomi Mi Electric Scooter

Per poter aderire a questa strepitosa offerta non dovete far altro che acquistare uno smartphone, anche a rate, e aggiungere solo 10 euro una tantum per trasformare una vista al Vodafone Store in un’esperienza ecosostenibile e molto, molto vantaggiosa.

Tra gli abbinamenti possibili ovviamente possiamo scegliere unicamente degli smartphone Xiaomi che possiamo trovare nei negozi, e parliamo del Mi Note 10, il Mi 9 e lo splendido Xiaomi Mi Mix 3 che offre la connettività 5G garantita da Vodafone. La promozione sarà valida fino al 16 gennaio ed è attivabile unicamente dai nuovi acquirenti di uno smartphone del brand cinese con una contestuale attivazione di un piano tariffario a scelta tra quelli dell’operatore.

Lo splendido monopattino elettrico può essere abbinato a una delle tante tariffe di Vodafone con l’acquisto di uno smartphone a rate, tranne quelle legate a particolari promozioni che non fanno parte del set attualmente disponibile sia online che nei negozi.

Galassia Godzilla, la gigante buona

La maestosa galassia a spirale Ugc 2885 immortalata dal telescopio spaziale Hubble. Crediti: Nasa, Esa e B. Holwerda (University of Louisville)

Tra le innumerevoli galassie del nostro universo, una delle più fotogeniche è la gigantesca galassia a spirale Ugc 2885, situata a 232 milioni di anni luce da noi, nella costellazione settentrionale di Perseo.

L’imponente struttura è stata soprannominata “galassia di Rubin” in onore della “signora della materia oscura” – la scienziata Vera Rubin (1928-2016) – dall’astrofisico Benne Holwerda dell’università di Louisville, in Kentucky, che l’ha studiata con il telescopio spaziale Hubble di Nasa ed Esa. Ugc 2885 fu una delle galassie osservate da Vera Rubin per dimostrare, misurandone la velocità di rotazione, l’esistenza dell’invisibile materia oscura.

«La mia ricerca è stata in gran parte ispirata dal lavoro di Vera Rubin del 1980 sulle dimensioni di questa galassia», spiega Holwerda, che ha presentato al 235mo meeting dell’American Astronomical Society (Aas) – in corso in questi giorni a Honolulu, nelle Hawaii – i suoi studi sulle possibili cause all’origine delle dimensioni fuori dal comune di Ugc 2885. «Come sia diventata così grande è qualcosa che non sappiamo ancora del tutto», ammette Holwerda.

Un indizio potrebbe essere la sua posizione isolata nello spazio: non ha galassie vicine con le quali scontrarsi e interrompere la forma e l’evoluzione del suo disco. Ma ci sono ancora molti altri interrogativi, ad esempio: la galassia ha inghiottito nel tempo galassie satellitari molto più piccole? O ha accumulato lentamente del gas per dare luce a nuove stelle? Fattostà che «è grande quanto lo può diventare una galassia a disco senza scontrarsi con nient’altro nello spazio», osserva Holwerda. «E sembra che stia continuando a crescere, in modo lento ma inesorabile». >

Grazie  all’eccezionale risoluzione di Hubble, i ricercatori stanno contando il numero di ammassi stellari globulari presenti nell’alone che circonda Ugc 2885. Un eccesso di ammassi fornirebbe la prova che la galassia, in passato, li abbia effettivamente sottratti a numerose piccole galassie lungo il corso di miliardi di anni.

La smisurata galassia potrebbe guadagnarsi a buon diritto il soprannome di “Godzilla Galaxy”, notano i ricercatori, ma si tratterebbe di un gigante gentile, non di un terribile mostro: se ne è infatti rimasto tranquillo e silenzioso per miliardi di anni, sorseggiando idrogeno dalla struttura filamentosa dello spazio intergalattico.

Ulteriori approfondimenti sulla sua composizione e la sua origine potrebbero arrivare da due telescopi spaziali della Nasa del prossimo futuro, il James Webb e WFirst. «La capacità di osservare nell’infrarosso di entrambi i telescopi spaziali ci dovrebbe offrire una visuale senza ostacoli delle popolazioni stellari sottostanti», dice Holwerda, e complementerebbe la capacità di Hubble di tracciare la formazione stellare in luce visibile.

Guarda la zoommata dentro a Ugc 2885 nel canale Esa di Hubble: