Terra in vista. Anzi, diciassette

Se, visto dalla Terra, un pianeta passa davanti alla sua stella, quindi effettua un cosiddetto transito, diminuisce la luce che di questa si misura. Queste variazioni vengono sfruttate per identificare esopianeti. Il nuovo algoritmo di Heller, Rodenbeck e Hippke, a differenza di quelli precedenti, non ricerca bruschi cali di luminosità (linea tratteggiata) bensì una sequenza più graduale di attenuazione e risalita (linea continua). Crediti: Nasa/Sdo (Sole), Mps/René Heller

Un gruppo di ricerca formato da astronomi del Max Planck Institute for Solar System Research (Mps), della Georg August University di Göttingen e del Sonneberg Observatory ha scoperto 17 nuovi esopianeti di dimensioni terrestri precedentemente sfuggiti alla ricerca. I loro risultati sono pubblicati nella rivista Astronomy & Astrophysics. La scoperta è stata possibile grazie a un nuovo algoritmo, sviluppato dagli stessi ricercatori, con il quale hanno analizzato i dati riguardanti 517 stelle osservate dal telescopio spaziale Kepler della Nasa – stelle attorno alle quali erano già stati trovati altri pianeti.

La novità non sta dunque nei dati, ma nel metodo di analisi. 

I nuovi pianeti scoperti hanno un raggio che va da circa il 70 per cento a poco più del doppio di quello della Terra. Un risultato notevole, se si considera l’intrinseca difficoltà di rilevare esopianeti di tipo terrestre, quindi di dimensioni ridotte.

Tra i vari metodi per rilevare esopianeti, uno è quello che sfrutta i transiti del pianeta davanti alla sua stella: si registra la variazione della luminosità di una stella (la sua “curva di luce”) e si controlla se qualche diminuzione periodica di luminosità può essere dovuta a un pianeta che le orbita attorno. Trattandosi di una vera e propria “eclissi parziale”, è relativamente più facile osservare la variazione nella curva di luce di una stella con un pianeta di grandi dimensioni – dunque in grado di oscurare, a parità di distanza e posizione sulla linea di vista, una più ampia porzione della stella – rispetto alla variazione dovuta al transito di un piccolo pianeta di tipo terrestre, talmente bassa da essere spesso confusa con variazioni in luminosità fisiologiche della stella o con l’ineliminabile rumore presente in tutte le osservazioni.

«Gli algoritmi di ricerca standard tentano di identificare bruschi cali di luminosità», spiega René Heller del Mps, primo autore della pubblicazione. «In realtà, però, il disco stellare appare leggermente più scuro sul bordo rispetto al centro. Ecco dunque che, quando un pianeta passa davanti alla propria stella, nella fase iniziale blocca meno luce stellare rispetto a quando si trova a metà del transito. Il massimo oscuramento della stella si verifica al centro del transito, poco prima che la stella diventi gradualmente più luminosa».

Il lavoro di Heller e colleghi dimostra che, prendendo in considerazione profili di curve di luce più realistici, che tengano conto di variazioni di luce di lieve entità e non brusche, è possibile distinguere anche pianeti di piccole dimensioni.

Quasi tutti i 17 nuovi pianeti scoperti orbitano vicinissimo alla propria stella, quindi hanno temperature troppo alte per viverci: temperature superiori ai 100 gradi centigradi, alcuni anche oltre i 1000 gradi. Quasi tutti tranne uno, che si trova invece nella fascia di abitabilità attorno alla sua nana rossa. Si trova cioè alla giusta distanza – quindi presenta la giusta temperatura – per avere acqua liquida sulla superficie: uno fra criteri ritenuti fondamentali per ospitare la vita, almeno per come la conosciamo sulla Terra.

Ed è proprio questo un limite delle nuove osservazioni: hanno rivelato pianeti vicinissimi alla propria stella, ma – confermano gli autori dello studio – potrebbero esserne sfuggiti altri di tipo terrestre che orbitano a maggiore distanza. Pianeti più distanti dalla propria stella impiegano, infatti, più tempo per completare l’orbita, e quindi per far registrare quella variazione della curva di luce tanto ricercata.

Il risultato è comunque notevole: finora Heller e colleghi hanno esaminato solo poco più di cinquecento stelle, ma la missione Kepler ha dati per centinaia di migliaia di stelle. I ricercatori si aspettano di scovare almeno un altro centinaio di esopianeti di dimensioni terrestri finora sfuggiti agli algoritmi tradizionali.

«Questo nuovo metodo è anche particolarmente utile per preparare la prossima missione Plato (Planetary Transits and Oscillations of stars), che sarà lanciata nel 2026 dall’Agenzia spaziale europea», ricorda Laurent Gizon, managing director del Mps. Plato andrà a caccia di nuovi esopianeti, specializzandosi proprio su pianeti di tipo terrestre attorno a stelle di tipo solare: il giusto campo nel quale testare nuovi algoritmi di rilevazione.

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Nei dettagli dell’ombra del buco nero

Modello di Sgr A* usato per simulare un’osservazione con la tecnica Vlbi. Crediti: Moscibrodzka (BhCam, Radboud University), Akiyama (Mit)

La settimana scorsa, su queste pagine, abbiamo dato notizia di un articolo che illustra come il Vlbi spaziale potrà migliorare la qualità delle future “fotografie” ai buchi neri. Per approfondire l’argomento, abbiamo ora intervistato Luciano Rezzolla, astrofisico della Goethe University di Francoforte e principal investigator di BlackHoleCam, sull’Event Horizon Imager (Ehi): un sistema di radiotelescopi posizionati nello spazio pensato esattamente per raggiungere risoluzioni angolari superiori, e riuscire così a scorgere ulteriori dettagli che ci permetteranno di testare ancora meglio la teoria della relatività generale di Einstein.

Event Horizon Imager permetterà di aumentare la risoluzione angolare delle osservazioni estendendo la linea di base dei radiotelescopi coinvolti nell’osservazione. Di quanto migliorerà?

«La risoluzione che Ehi raggiungerà è dell’ordine di 4 microarcosecondi. Questa risoluzione deve essere confrontata con in 23 microarcosecondi di Eht. Messa in confronto con le dimensioni del diametro dell’ombra, una risoluzione di questo genere corrisponde a circa l’8 per cento del diametro dell’ombra».

Oltre a Sagittario A* e M87*, Ehi potrà osservare altri cinque buchi neri: quali?

«Altre sorgenti di interesse sono M104 e Cen A, le cui masse stimate sono rispettivamente 1 miliardo e 50 milioni di masse solari. Dal momento che sono a distanze di 10 e 4 Mpc rispettivamente, le dimensioni angolari proiettate sul cielo sono di 2 e 0.25 microarcosecondi. Queste dimensioni vanno confrontate con quelle di Sag A* e M87* che sono rispettivamente 10 e 7.6. In altre parole, Cen A è 30 volte più piccolo di M87, mentre M104 è “solo” 4 volte più piccolo».

Quali saranno i candidati più probabili per le prime osservazioni con Ehi?

«I nostri candidati principali rimarrebbero M 87* e Sgr A*. Tuttavia, gli altri due candidati menzionati prima sarebbero chiare alternative. Dal momento che le loro dimensioni proiettate sul cielo sarebbero di circa 2 microarcosecondi (e anche meno), si tratta di osservazioni al limite di quello che è tecnologicamente possibile».

Luciano Rezzolla. Crediti: J. Lecher, Goethe University

Rispetto all’osservazione fatta con il Vlbi a Terra, l’osservazione fatta con quello spaziale – o con un Vlbi ibrido – presenta possibilità di errori sistematici aggiuntivi?

«Le osservazioni saranno comunque nella banda radio millimetrica e submillimetrica, dove ci si aspetta che la contaminazione di altre sorgenti sia piccola. Quello che bisogna comunque ricordare che si tratta di osservazioni ad altissima risoluzione, e quindi la contaminazione viene fondamentalmente da sorgenti vicino all’obiettivo delle osservazioni».

Con quale accuratezza occorre conoscere la posizione e la velocità dei satelliti per poter compiere osservazioni Vlbi dallo spazio? 

«Questa è un’ottima domanda e le nostre stime, che sono ancora abbastanza preliminari, indicano che il livello di precisione nella conoscenza del vettore di baseline (ossia quello tra due satelliti) deve essere di circa 20 cm. La sua derivata temporale (a cui è quindi associata la velocità relativa tra i satelliti) deve essere molto più grande, di circa 0.01 mm/s».

Quali potrebbero i tempi di realizzazione di questo progetto?

«Avrei bisogno di una sfera di cristallo per poter rispondere a questa domanda… Da un punto di vista tecnologico non vediamo enormi ostacoli ma, come sempre per missioni di tipo spaziale, i tempi di realizzazione si misurano in decadi. Questo, ovviamente, se tutto va per il meglio e si vince l’enorme competizione che circonda il lancio di missioni astronomiche nello spazio».

Call Center: Tim, Wind Tre e Vodafone continuano ad ingannare i clienti

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I Call Center di Tim, Wind, Vodafone e 3 Italia hanno sempre da proporre offerte telefoniche imperdibili ma, spesso, i clienti si ritrovano truffati; i consumatori colpiti nelle ultime settimane sono tantissimi, a causa di operatori telefonici che non svolgono il loro lavoro in maniera leale.

Si consiglia sempre, di prestare maggiore attenzione durante le conversazioni telefoniche a scopo commerciale e non sottovalutare mai l’operatore telefonico; spesso, la vittima rimane truffata perché non riesce a dare la giusta attenzione all’operatore telefonico, per fretta o per il momento inopportuno.

Truffe telefoniche: ecco quali sono le più diffuse

Purtroppo i call center sono sempre più numerosi ma con essi, anche le truffe telefoniche; questo è il motivo principale se i consumatori difficilmente si affidano ad un operatore telefonico e attivano una loro proposta.

A quanto dicono diverse segnalazioni, numerosi operatori telefonici che chiamano per conto delle aziende telefoniche Tim, Wind, Vodafone e 3 Italia hanno ideato un nuovo metodo per concludere comunque un contratto telefonico, anche se il cliente rifiuta l’offerta; stiamo parlando della nota truffa denominata ormai truffa del sì.

Si tratta di un tranello che colpisce soprattutto le persone anziane perché è più facile per loro, raggirarli; la pratica che l’operatore telefonico mette in atto è la seguente: la contrattazione telefonica inizia con una serie di domande generali in modo da far rispondere al cliente si no. Tutte le risposte del cliente saranno registrate e utilizzate solo nel momento in cui, rifiuta la proposta offerta; in questo modo, l’operatore telefonico può procedere ugualmente con la stipulazione del contratto telefonico e il cliente si ritroverà con un offerta attiva, mai accettata.

Oceano su Plutone, sotto una “coperta” di gas

Un’immagine a colori naturali di Plutone, scattata dalla sonda New Horizons della Nasa nel 2015. Crediti: Nasa/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute/Alex Parker

Secondo uno studio pubblicato oggi sulla rivista Nature Geoscience, al di sotto della superficie ghiacciata di Plutone potrebbe trovarsi un oceano allo stato liquido. Questo sembra possibile grazie alla presenza di uno strato di gas isolante che, in base alle simulazioni presentate nello studio, potrebbe impedirne il congelamento.

A luglio 2015, la sonda spaziale New Horizons della Nasa è passata molto vicina a Plutone, regalandoci scenari spettacolari del pianeta nano e delle sue lune. Le immagini hanno mostrato l’inattesa topografia di Plutone, con un bacino ellissoidale di colore bianco chiamato Sputnik Planitia, situato vicino all’equatore e grosso modo delle dimensioni del Texas (circa 700mila chilometri quadrati).

Per via della sua posizione e della sua topografia, gli scienziati ritengono che al di sotto del ghiaccio che ricopre lo Sputnik Planitia vi sia un oceano. Quest’ipotesi tuttavia sembra essere in contraddizione con l’età del pianeta nano, poiché tale oceano dovrebbe essersi congelato molto tempo fa e anche la superficie interna del guscio di ghiaccio che si affaccia sull’oceano dovrebbe essere appiattita.

I ricercatori della Hokkaido University, del Tokyo Institute of Technology, della Tokushima University, della Osaka University, della Kobe University e della University of California hanno cercato di capire se ci potrebbe essere qualcosa che tiene al caldo questo oceano, evitando che congeli, pur mantenendo la superficie interna del guscio che ricopre Plutone ghiacciata. Il team ha ipotizzato che al di sotto della superficie ghiacciata della Sputnik Planitia esista uno “strato isolante” di gas idrati. I gas idrati sono composti solidi (clatrati) formati da acqua e gas naturali di basso peso molecolare (generalmente metano), che si formano in ambienti caratterizzati da bassa temperatura, alta pressione e sufficiente concentrazione di gas. Sono altamente viscosi, hanno una bassa conduttività termica e potrebbero quindi avere proprietà isolanti.

La struttura interna ipotizzata per Plutone. Uno strato sottile di gas idrato (clatrato) funge da isolante termico tra l’oceano al di sotto della superficie e il guscio di ghiaccio, impedendo il congelamento dell’oceano stesso. Crediti: Kamata S. et al., Nature Geosciences

I ricercatori hanno condotto simulazioni al computer di un periodo di tempo pari a 4.6 miliardi di anni, tempo in corrispondenza al quale il Sistema solare iniziò a formarsi. Le simulazioni hanno mostrato l’evoluzione termica e strutturale dell’interno di Plutone, nonché il tempo richiesto da un oceano al di sotto della superficie per congelarsi e per far si che il guscio ghiacciato che lo ricopre diventi uniformemente spesso. Hanno simulato due scenari: uno in cui tra l’oceano e il guscio ghiacciato esiste uno strato isolante di gas idrati e uno in cui tale strato non esiste.

Le simulazioni hanno dimostrato che, senza uno strato isolante di gas idrati, l’oceano si sarebbe congelato completamente centinaia di milioni di anni fa; ma in presenza dello strato di gas idrati non congela affatto. Inoltre, hanno verificato che ci vorrebbe circa un milione di anni perché una crosta di ghiaccio uniformemente densa si formi sull’oceano, ma con uno strato isolante di gas idrati ci vuole più di un miliardo di anni. I risultati della simulazione supportano quindi la presenza di un oceano liquido molto vecchio al di sotto della crosta ghiacciata della Sputnik Planitia.

Il team ritiene che il gas più probabile presente all’interno dello strato isolante sia il metano, proveniente dal nucleo roccioso di Plutone. Questa teoria, in cui il metano è intrappolato come gas idrato, è coerente con l’insolita composizione dell’atmosfera di Plutone, povera di metano e ricca di azoto.

Simili strati isolanti di gas idrato potrebbero mantenere per lungo tempo oceani al di sotto della superficie di altre lune ghiacciate e di altri oggetti celesti distanti. «Questo potrebbe significare che nell’Universo ci sono più oceani di quanto si pensasse in precedenza, rendendo più plausibile l’esistenza della vita extraterrestre», conclude Shunichi Kamata dell’Università di Hokkaido che ha guidato il team che ha condotto questa ricerca.

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Universi emergenti da sfide tra reti neurali

Mappe di lensing gravitazionale debole basate sul modello cosmologico standard Lambda-Cdm, ottenute dai dati (in alto) e prodotte da reti neurali antagoniste generative (in basso). Crediti: Berkeley Lab

Quando la Natura è troppo complessa per essere studiata direttamente, gli scienziati la simulano, elaborando modelli in grado di riprodurre l’aspetto e il funzionamento del fenomeno indagato, così da poter mettere alla prova le loro teorie confrontando i dati sperimentali con quelli prodotti artificialmente. In alcuni casi, però, queste simulazioni possono a loro volta raggiungere complessità e dimensioni tali da risultare proibitive in termini computazionali. Come fare, in questi casi? Una risposta arriva ora da una nuova classe di algoritmi di machine learning basati sulla teoria dei giochi: le reti antagoniste generative (in inglese Gan, acronimo di generative adversarial network).

Ed è proprio avvalendosi di queste reti che una collaborazione fra Berkeley Lab, Google Research e l’università sudafricana di KwaZulu-Natal ha messo a punto CosmoGan, un software in grado di produrre in completa autonomia – senza alcun intervento umano – fedelissime mappe di convergenza del lensing gravitazionale debole. Algoritmo e risultati sono descritti in un articolo, guidato da Mustafa Mustafa del Lawrence Berkeley National Laboratory, pubblicato su Computational Astrophysics and Cosmology. Le mappe prodotte – o meglio, emerse – dalla “competizione” fra le reti neurali antagoniste sono preziose per chiunque si trovi a studiare le proprietà della materia oscura. Ma l’approccio sembra promettente anche per molti altri ambiti della fisica in cui siano richieste simulazioni di grande complessità.

«Le Gan sono particolari architetture di reti convolutive, generalmente usate in applicazioni nelle quali si vogliono generare contenuti o oggetti: ad esempio immagini di galassie, o altre strutture», spiega a Media Inaf Massimo Meneghetti, ricercatore all’Inaf Oas di Bologna, esperto di lensing e astrofisica computazionale. «Si tratta di due reti neurali che lavorano in coppia. C’è una rete che “genera” oggetti a partire da rumore, e un’altra rete che ha il compito di “discriminare” fra oggetti veri e falsi. Le due reti vengono allenate insieme: la prima, il generatore, apprende come produrre oggetti sempre più realistici, in modo da “imbrogliare” l’altra rete, il discriminatore. Quest’ultima invece diventa sempre più abile nel distinguere il vero dal falso. Questa specie di “guerra” tra le due reti porta alla realizzazione di oggetti che sono praticamente indistinguibili dalla realtà».

Il risultato, applicato alle mappe di lensing gravitazionale, lo potete vedere nell’immagine di apertura. Le tre mappe in alto sono quelle di convalida basate sui dati, quelle in basso sono invece prodotte dalle reti neurali antagoniste.

«Tecniche di deep learning come le Gan stanno diventando di uso molto comune in molte applicazioni astrofisiche», dice Meneghetti. «Anche alcuni ricercatori dell’Inaf le utilizzano, in ambiti che vanno dalle simulazioni di immagini alla classificazione morfologica di galassie, e molto altro. Sono uno degli argomenti sui quali ci confronteremo il prossimo settembre, a Pula, in un workshop dedicato proprio a questi temi».

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Minecraft Earth AR: la realtà aumentata disponibile a breve su Android e iOS

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Pokemon Go ha cambiato il modo in cui la gente pensa ai giochi per dispositivi mobili, grazie all’uso della realtà aumentata che proietta i Pokemon generati al computer nel mondo reale. Ora anche Minecraft ha deciso di cambiare il modo in cui pensiamo all’AR.

Microsoft ha annunciato venerdì una nuova versione di Minecraft, poiché il gioco ha raggiunto il decimo anno dalla sua prima versione. Il titolo gratuito, chiamato Minecraft Earth, utilizza idee simili a quelle del famoso gioco per mobile Pokemon Go del 2016. E proprio come quel gioco, sarà disponibile su dispositivi Apple e Android quando verrà lanciato entro la fine dell’anno.

Ecco come funziona il gioco: usando i tuoi due piedi, esplori il tuo quartiere con il telefono puntato di fronte a te. Mentre cammini, potresti vedere un animale, un mostro o un punto di riferimento sul tuo schermo, e proprio come in Pokemon Go, quel mondo di gioco sarà sovrapposto a quello reale.
Microsoft non sta solo dando la caccia a Pokemon Go con un titolo AR simile. La tecnologia sta diventando popolare tra le aziende tecnologiche come un modo per ravvivare le loro app e potenzialmente riproporre un uovo modo di usare dispositivi in ​​futuro. Può sembrare una moda, in particolare perché è più comunemente utilizzato con filtri in Instagram e Snapchat. Ma AR sta anche alimentando le tecnologie di cuffie come HoloLens 2 di Microsoft, Magic Leap e un auricolare senza preavviso di Apple, che secondo le fonti ha annunciato che il CNET verrà rilasciato l’anno prossimo.

Lo sviluppo di questa tecnologia

L’AR ha contribuito a trasformare Pokemon Go nel gioco mobile più veloce con entrate da 1 miliardo di dollari. E ancora oggi è tra i più giocati al mondo.

Minecraft Earth potrebbe rappresentare la prossima era di Minecraft. Per un decennio, il gioco consisteva nel costruire ed esplorare un mondo procedurale. Ora Minecraft Earth prende quel mondo e lo sovrappone a quello reale.

Ciò non significa che Minecraft Earth sia un successo garantito. Al contrario: il gioco sarà molto competitivo, incluso il prossimo grande titolo in attesa, Harry Potter: Wizards Unite, previsto per la fine di quest’anno.

Microsoft pensa che abbia una formula vincente e una presa diversa che sembrerà abbastanza familiare da invogliare le persone a giocare.

Il modo in cui pensiamo a questo gioco è che ovunque guardi, ovunque ti giri, c’è Minecraft”, ha detto Stephen McHugh, business director di Minecraft, mentre discuteva del gioco con i giornalisti.

Viaggio virtuale su Marte

Mappa delle diverse regioni del Monte Sharp che gli scienziati del team Curiosity vorrebbero esplorare nei prossimi anni. Credit: Nasa / Jpl-Caltech / Esa / Università dell’Arizona / Jhuapl / Msss / Usgs Astrogeology Science Center

Chi è che non ama viaggiare, lasciare le proprie abitudini e partire verso posti nuovi… Ma avete mai pensato di farlo su di un altro pianeta? Ecco, adesso potete. E per giunta senza la necessità di comprare nessun biglietto, recarsi all’aeroporto, fare la fila per il check-in o per imbarcare la valigia. Vi basterà avere una connessione internet, questo link a portata di mano, e il gioco è fatto: grazie al nuovo video animato prodotto dalla Nasa potrete sorvolare il Monte Sharp, su Marte.

Si tratta di un’animazione per un viaggio nelle diverse regioni di questo rilievo montuoso che si erge dalla base dell’enorme cratere Gale e raggiunge i 5.500 metri di altezza. Lo stesso rilievo che il rover Curiosity ha scalato nel 2014. Tra le aree che potrete visitare, accompagnati dal responsabile scientifico del progetto Ashwin Vasavada, c’è ad esempio quella che gli scienziati del team Curiosity chiamano “Clay-Bearing Unit”: una porzione argillosa dell’altura che il rover ha già perforato con la sua piccola trivella lo scorso 6 aprile (sol  2370), prelevando un pezzo di roccia soprannominato “Aberlady”. Cocci che il rover ha poi trasferito al suo laboratorio interno di mineralogia il mercoledì successivo (Sol 2374).

Ma il giro turistico non è finito qui. Il tour mostra anche il percorso che l’instancabile geologo marziano a sei ruote dovrebbe compiere negli anni a venire: dai costoni rocciosi di un’altra porzione del monte Sharp, la cosiddetta “Sulfate-Bearing Unit” (un’area solforosa dove i minerali presenti posso indicare se, in tempi remoti, la zona sia stata prosciugata o se, invece, sia diventata più acida), alla Gediz Vallis (una valle contenente il percorso di un canale che potrebbe essersi originato dai depositi alluvionali provenienti dalla cima Monte Sharp) fino al Greenheugh Pediment, un falsopiano la cui superficie è ricca di piccoli crateri.

Un’esplorazione di porzioni diverse di un maestoso rilievo, ciascuna delle quali custodisce il segreto di epoche diverse della storia del pianeta. Un segreto che gli scienziati vogliono svelare visitandone i luoghi, per sapere di più circa il ruolo che l’acqua – una volta abbondante su Marte – ha giocato sulla formazione del pianeta, prima di prosciugarsi lentamente quando il clima è cambiato. Comprendere questi cambiamenti passa anche attraverso lo studio della sua mineralogia. Studio che può fornire informazioni sul perché questo elemento – essenziale per la vita – sia scomparso da Marte miliardi di anni fa. Nell’attesa che ciò avvenga, non ci resta che iniziare il viaggio.

Guarda il servizio video di MediaInaf Tv:

Là dove i pianeti evaporano

Distribuzione di massa dei pianeti iniziale (blu), e quella ad equilibrio raggiunto, separatamente per pianeti attorno stelle M (rosso) e stelle G (verde). Fonte: Locci et al., A&A, 2019

Molte stelle sono caratterizzate da un’attività magnetica che si manifesta in un’intensa emissione di raggi X e Uv. Questa emissione è variabile nel tempo, sia perché l’attività magnetica che la produce varia su tempi scala brevi, sia perché essa diminuisce durante l’evoluzione delle stelle. Ad esempio, stelle di tipo solare di pre-sequenza principale (ossia con un’età di poche decine di milioni di anni) sono migliaia di volte più brillanti ai raggi X di stelle analoghe, ma in sequenza principale (con un’età di qualche miliardo di anni). Questa radiazione può avere un impatto importante sul”ambiente circostante. I raggi X ed Uv, infatti, possono sia ionizzare che dissociare il gas vicino alla stella, riscaldandolo fino a diverse migliaia di gradi.

Tra i quasi quattromila esopianeti confermati fino a oggi, molti appartengono alla classe dei gioviani caldi, ossia  giganti gassosi che orbitano a distanza molto ravvicinata dalla loro stella (con un periodo orbitale minore di 10 giorni). L’atmosfera di gioviani caldi che orbitano attorno a stelle caratterizzate da un’intensa attività magnetica può venire quindi irraggiata da una significativa emissione di raggi X e Uv. Questo è più frequente attorno a stelle giovani e più attive. Questa radiazione incidente riscalda l’atmosfera dei pianeti, che per agitazione termica comincia a evaporare (fotoevaporazione). In alcuni gioviani caldi sono infatti state osservate evidenze spettroscopiche di gas caldo in evaporazione.

Daniele Locci, primo autore dello studio, è ricercatore all’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Palermo

Uno studio guidato da Daniele Locci dell’Inaf di Palermo, pubblicato ad aprile su Astronomy & Astrophysics, tratta il problema della foto-evaporazione dei pianeti gassosi con un approccio modellistico. In particolare, gli autori hanno realizzato modelli di pianeti gassosi giganti in fotoevaporazione a causa di flussi incidenti di radiazione X e UV, tipici di stelle di tipo spettrale G e M, seguendo l’evoluzione dei pianeti fino a che non raggiungono una configurazione di massa e raggio di equilibrio. Partendo da una distribuzione piatta di masse planetarie, queste simulazioni mostrano che l’evoluzione di una frazione significativa di pianeti è fortemente influenzata dal processo di foto-evaporazione. In particolare, il 4 per cento e il 2 per cento dei pianeti orbitanti, rispettivamente, attorno a stelle di tipo G e M viene completamente disperso nel primo miliardo di anni, e un restante 1 per cento (attorno stelle di tipo G) e 2 per cento (stelle M) perde una parte importante della sua atmosfera.

«La radiazione ad alta energia», spiega Locci a Media Inaf, «induce la fotoevaporazione dell’atmosfera dei pianeti. Studiando come viene modificata la distribuzione di massa di una popolazione sintetica di hot Jupiters intorno a stelle G e M, abbiamo calcolato la frequenza di pianeti giganti intorno a stelle giovani (10 milioni di anni). In particolare, nel range di massa 0.2-1 masse gioviane ci aspettiamo un 36 per cento e un 18 per cento in più di pianeti intorno, rispettivamente, a stelle giovani di tipo G ed M rispetto alle loro controparti più vecchie».

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Vampire: The Masquerade, arriva un RPG narrativo creato da un secondo team

Vampire: The Masquerade

Il team dietro The Council è all’opera con un nuovo titolo e questa volta si tratta ad un RPG narrativo basato sul franchiese Vampire: The Masquerade. Annunciata da Big Bad Wolf Studio, la notizia ha smosso tutti i giocatori affezionati a questo gioco e che ora non sanno cosa aspettarsi da questo nuovo episodio.

Aggiuntosi in totale sorpresa al nuovo RPG di Hardsuit Labs (che vedete in foto qua sopra), questo nuovo rpg in stile narrativo non ha molto da raccontare: purtroppo è ancora troppa fresca la notizia per avere indiscrezioni in merito, ma come vedremo tra poco, durante il mese di agosto verranno svelate nuove preview al riguardo.

Vampire: The Masquerade, la storia continua

Ispirato alle regole del gioco di ruolo da tavolo, questo nuovo capitolo basato sull’universo di VtM avrà l’obiettivo di definire un nuovo genere denominato RPG narrativo. Sviluppato dallo stesso team che si è occupato di The Council, possiamo già trarre un sospiro in termini di trama: il senso di mistero e la voglia di avanzare nella storia sicuramente non mancheranno.  Nonostante ciò, queste sono solo nostri auspici e che non hanno nulla di confermato visto l’alone di mistero che circonda il gioco.

Per fortuna, come vi abbiamo anticipato prima, potremmo avere delle informazioni più salienti nel mese di agosto, in particolare dal 21 al 24 agosto, giorni in cui si terrà la Gamescom 2019. Durante questo evento, è stato confermato che Big Bad Wolf provvederà alla presentazione vera e propria del nuovo titolo, svelando in anteprima preziosi dettagli.

Quando la Luna trema

Questa prominente faglia è una delle migliaia scoperte sulla Luna dal Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa. Queste faglie, se viste dalla superficie lunare, assomigliano a scarpate che si formano quando una sezione della crosta lunare (frecce rivolte a sinistra) viene spinta verso l’alto sopra una sezione adiacente (frecce rivolte verso destra) mentre l’interno della Luna si raffredda e si restringe. Una nuova ricerca suggerisce che queste faglie potrebbero essere attive ancora oggi. Crediti: Lroc Nac frame M190844037LR; Nasa/Gsfc/Arizona State University/Smithsonian.

Un’analisi del 2010 delle immagini del Lunar Reconnaissance Orbiter (Lro) della Nasa ha rivelato che mentre la Luna, raffreddandosi, si raggrinziva come uva passa, sulla sua superficie sono rimasti i segni di questi cambiamenti sotto forma di migliaia di faglie tettoniche.

La nuova analisi suggerisce che la Luna potrebbe ridursi ancora oggi e che lungo queste faglie tettoniche potrebbero generarsi lunamoti. Un team di ricercatori, tra cui Nicholas Schmerr, geologo dell’Università del Maryland, ha ideato un nuovo algoritmo per analizzare nuovamente i dati sismici provenienti dagli strumenti installati sulla Luna dalle missioni Apollo della Nasa, negli anni ’60 e ’70. La nuova analisi ha fornito valori più accurati della posizione dell’epicentro di 28 sismi lunari registrati dal 1969 al 1977.

Il team ha quindi sovrapposto queste posizioni alle immagini di Lro delle faglie tettoniche. Dalla vicinanza dei lunamoti alle faglie, i ricercatori hanno dedotto che almeno otto sismi derivano probabilmente da una vera e propria attività tettonica lungo le faglie, piuttosto che da impatti con asteroidi o attività che avvengono nelle profondità della Luna.

Sebbene gli strumenti delle missioni Apollo abbiano registrato il loro ultimo lunamoto poco prima di essere mandati in pensione nel 1977, i ricercatori suggeriscono che la Luna probabilmente è tuttora soggetta a sismi. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Nature Geoscience.

«Abbiamo scoperto che un certo numero di sismi registrati nei dati delle missioni Apollo è accaduto molto vicino alle faglie osservate nelle immagini di Lro», spiega Schmerr, sottolineando che le immagini di Lro mostrano evidenze fisiche di recenti movimenti geologici, come frane e massi caduti. «È abbastanza probabile che le faglie siano attive ancora oggi. Non capita spesso di vedere una tettonica attiva, eccetto che sulla Terra, quindi è molto eccitante pensare a come queste faglie potrebbe ancora generare lunamoti».

Durante le missioni Apollo 11, 12, 14, 15 e 16 gli astronauti hanno posizionato cinque sismometri sulla superficie lunare. Il sismometro dell’Apollo 11 ha funzionato solo per tre settimane, ma i restanti quattro hanno registrato 28 terremoti superficiali – il tipo prodotto dalle faglie tettoniche – dal 1969 al 1977. Sulla Terra, la magnitudo di questi terremoti sarebbe stata da 2 a 5.

Utilizzando le stime delle posizioni riviste con il loro nuovo algoritmo, i ricercatori hanno scoperto che gli epicentri di otto dei ventotto terremoti superficiali si sono verificati entro 30 km dalle faglie visibili nelle immagini di Lro. È quindi probabile che le faglie stesse abbiamo causato i terremoti. Schmerr ha coordinato la produzione delle “mappe sismiche” derivate da modelli che prevedono dove dovrebbe verificarsi la scossa più forte, data la dimensione della faglia tettonica.

I ricercatori hanno anche scoperto che sei degli otto lunamoti si sono verificati quando la Luna era vicina al suo apogeo, il punto nell’orbita più lontano dalla Terra. Questa posizione corrisponde al luogo in cui la tensione mareale indotta dalla gravità terrestre causa un picco nella tensione complessiva sulla crosta lunare, facendo molto probabilmente scivolare le faglie tettoniche.

Possibili evidenze di recenti attività sismiche in prossimità di faglie posizionate vicino a lunamoti poco profondi. Crediti: Nature Geoscience, Lroc Nac.

«Riteniamo che sia molto probabile che questi otto lunamoti siano stati prodotti da faglie in scorrimento, via via che la tensione si è accumulata allorché la crosta lunare è stata compressa dalla contrazione globale e dalle forze di marea. Questo indicherebbe che i sismometri dell’Apollo hanno registrato una contrazione della Luna e che quest’ultima è ancora tettonicamente attiva», suggerisce Thomas Watters, primo autore dell’articolo, nonché senior scientist del Center for Earth and Planetary Studies presso la Smithsonian Institution a Washington.

Come un chicco d’uva che si raggrinza, asciugandosi, fino a diventare uva passa, anche la Luna raggrinzisce mentre il suo interno si raffredda e si restringe. A differenza dell’esile buccia che ricopre il chicco d’uva, la crosta lunare è fragile e il raggrinzimento causa la rottura superficiale. Questa rottura si traduce in faglie tettoniche, in cui una parte della crosta viene spinta sopra la sezione adiacente. Queste faglie assomigliano a delle scarpate, se viste dalla superficie lunare, alte circa dieci metri e lunghe alcuni chilometri.

Lro ha ripreso più di 3.500 scarpate sulla Luna, da quando è divenuto operativo nel 2009. Alcune di queste immagini evidenziano frane o massi sul fondo di zone relativamente luminose, sulle pendici della scarpate o sul terreno vicino, che rappresentano regioni che sono state appena esposte ad eventi come lunamoti.

Altre immagini di faglie mostrano tracce fresche di cadute di massi, suggerendo che i terremoti hanno indotto questi massi a rotolare giù per i pendii delle scarpate. Tali tracce sarebbero state cancellate relativamente in fretta, in termini di tempo geologico, dalla caduta costante di micrometeoriti sulla Luna. Con quasi un decennio di immagini di Lro già disponibili, e altre in arrivo nei prossimi anni, il team vorrebbe confrontare le immagini di alcune faglie in tempi diversi, per cercare nuove prove dei recenti lunamoti.

«Per me, queste scoperte sottolineano che dobbiamo tornare sulla Luna», conclude Schmerr. «Abbiamo imparato molto dalle missioni Apollo, ma in realtà hanno solo scalfito la superficie del nostro satellite. Con una più ampia rete di moderni sismometri, potremmo fare enormi progressi nella comprensione della geologia lunare. Queste future missioni sulla Luna permetterebbero di raccogliere frutti facilmente raggiungibili e molto promettenti per la scienza».

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