AstroLuca sei ore nel vuoto per l’antimateria

Luca Parmitano durante l’Eva del 9 luglio 2013. Crediti: Nasa

La prossima attività extra-veicolare di Luca Parmitano, in programma venerdì 15 novembre a partire dalle 13.05 ora italiana, sarà una fra le più difficili operazioni nel vuoto cosmico dai tempi delle riparazioni sul telescopio spaziale Hubble.

Questa sarà solo l’inizio di una serie di complesse “passeggiate spaziali” per la manutenzione dello strumento Alpha Magnetic Spectrometer (Ams-02), un rilevatore di particelle di antimateria e di materia oscura situato in cima alla struttura a traliccio S3 della Stazione spaziale internazionale, tra una coppia di pannelli solari e radiatori. La Nasa considera queste uscite, chiamate tecnicamente Eva (da Extra-Vehicular Activity), particolarmente impegnative, in quanto Ams-02 non era stato inizialmente progettato per operazioni straordinarie di mantenimento. Sarà per Parmitano, attualmente comandante della Stazione spaziale, la terza Eva dopo quelle effettuate nel 2013 nel corso della missione “Volare” dell’Agenzia spaziale italiana. La sua seconda uscita fu caratterizzata da un pericoloso incidente che concluse l’uscita poco dopo il suo avvio.

L’Alpha Magnetic Spectrometer (AMS-02) è un rilevatore di particelle operante come modulo esterno della Stazione spaziale. Si tratta di un laboratorio orbitante per la fisica delle particelle, sviluppato dall’Asi e dall’Infn, il cui scopo è quello di studiare con precisione la composizione e l’abbondanza dei raggi cosmici nello spazio in cerca di tracce di antimateria primordiale e materia oscura ad energie estreme fino a qualche TeV (“tera-elettronvolt”). La maggior parte dei raggi cosmici, circa il 99 per cento, è formato da materia “ordinaria” quali protoni e nuclei elio. Lo strumento AMms-02 è stato progettato per misurare con precisione la rarissima componente di antimateria nei raggi cosmici, come positroni ed anti-protoni, e scovare particelle di antimateria pesante, come nuclei di anti-elio. L’Asi contribuisce alle attività di operazione dello strumento e di analisi dati con la partecipazione di ricercatori presso l’Unità di ricerca scientifica (Asi-Urs) e lo Space Science Data Center (Asi-Ssdc).

WhatsApp, è gratis o si deve pagare? Ecco il messaggio che annuncia la novità

aggiornamento WhatsApp ottobreWhatsApp non si paga più da diversi anni. Le chat sono gratuite sia per gli utenti Android che per gli utilizzatori iOS. Lo stesso vale per chi si accinge ad accedere al proprio account tramite le utility WhatsApp Web. Ma la domanda è questa: «Sareste disposti a spendere qualche euro pur di non perdere l’opportunità di mantenere contatti e chat?». Un messaggio starebbe reintroducendo il pagamento annuale delle chat con buona pace di chi si è abituato all’idea del tutto gratuito con messaggi, chiamate, video chiamate e tutto il resto. Sarà vero o si tratta solo di una truffa? Prendiamo in considerazione le ultime dichiarazioni che circolano online.

WhatsApp: utenti tranquilli nonostante il ritorno a pagamento delle chat e dei gruppi, dal 2020 si richiede il costo di rinnovo ma arriva la smentita

Un tempo la gestione delle chat era a pagamento con un canone annuale di 0,89 euro. La transizione a Facebook ha causato un duplice effetto. Il primo è che l’app è gratis per sempre ed il secondo è il fattore aggiornamento che propone ottimizzazioni progressive che stanno valendo la soddisfazione di un miliardo e mezzo di utenti attivi in tutto il mondo.

Indiscrezioni e voci di corridoio hanno parlato di un possibile ritorno al canone annuale. I rumor, in tal caso, fanno da padrone per una notizia chiaramente smentita a pieno titolo dallo stesso sviluppatore. Niente di vero nel famigerato ritorno a pagamento dell’app. Facebook continua a mantenere le promesse per un’applicazione Free che in futuro potrà continuare ad offrire ottimizzazioni e funzioni finanziandosi con la pubblicità in-app annunciata diversi mesi fa dagli sviluppatori. Per il resto è gratis e lo sarà a tempo indeterminato da qualsiasi dispositivo.

Anche la Nasa a bordo di Ariel

Rappresentazione artistica di Ariel in volo verso L2, a 1.5 milioni di km dalla Terra. Crediti: Esa/Stfc Ral Space/Ucl/Europlanet-Science Office

Venerdì 8 novembre scorso la Nasa ha annunciato la propria partecipazione alla missione Esa Ariel (Atmospheric Remote-sensing Infrared Exoplanet Large-survey). Il contributo Nasa, denominato Case (Contribution to Ariel Spectroscopy of Exoplanets), sarà gestito dal Jet Propulsion Laboratory di Pasadena (California) sotto il coordinamento di Mark Swain e si aggiungerà alle già molto importanti performance scientifiche di Ariel.

«Sono entusiasta del fatto che la Nasa collaborerà con l’Esa in questa storica missione per spingere la nostra comprensione di ciò di cui sono fatte le atmosfere degli esopianeti e di come questi pianeti si formano e si evolvono. Più informazioni abbiamo sugli esopianeti, più ci avviciniamo alla comprensione delle origini del Sistema solare e all’avanzamento della nostra ricerca di pianeti simili alla Terra altrove», ha dichiarato Thomas Zurbuchen, amministratore associato del Direttorato missioni scientifiche della Nasa a Washington DC (Usa)

Ariel è stata selezionata nella primavera 2018 e sarà la quarta missione di classe media del programma Cosmic Vision dell’Esa. Sarà lanciata da un razzo Ariane dalla Guyana Francese nel 2028, e dopo un percorso di circa 1 milione e mezzo di km, raggiungerà la sua postazione di lavoro, denominata “secondo punto Lagrangiano (L2)” del sistema Terra-Sole, una posizione particolarmente favorevole per stabilità gravitazionale e termica. Da L2, Ariel esplorerà per la prima volta le atmosfere di più di mille pianeti in orbita attorno a stelle oltre il nostro Sole.

Dopo la prima osservazione di un gioviano caldo in orbita ad una stella di tipo solare, compiuta nel 1995, che ha visto gli autori – Michel Mayor e Didier Queloz – premiati con il Nobel per la Fisica 2019, gli scienziati hanno trovato più di 4.000 pianeti extrasolari nella Via Lattea. Queste migliaia di pianeti sono solo una piccola frazione di quelli presenti nella nostra galassia, ma mostrano una varietà di caratteristiche completamente inaspettata sulla base della conoscenza del Sistema solare e, a oggi, solo per una manciata di essi è stato possibile sondarne l’atmosfera.

Ariel osserverà molte centinaia di pianeti, principalmente “in transito” davanti alla stella madre, e sarà in grado di vedere le impronte chimiche – o “spettri” – che l’atmosfera del pianeta lascia sulla luce della sua stella. Queste impronte digitali esoplanetarie permetteranno di studiare la composizione, le proprietà fisiche e chimiche e i processi in corso in almeno mille atmosfere di altri mondi.

Lo strumento Case sarà sensibile alla luce alle lunghezze d’onda a cavallo tra la banda ottica e il vicino infrarosso, che è invisibile agli occhi umani. Ciò integra l’altro strumento di Ariel, chiamato spettrometro a infrarossi, che opera a lunghezze d’onda più lunghe. Gli studi che Ariel con Case potrà effettuare saranno così profondi da consentire addirittura lo studio delle nubi e dei moti nuvolosi nelle atmosfere degli esopianeti.

Ariel è la prima missione interamente dedicata all’osservazione delle atmosfere planetarie. La possibilità di osservare un’atmosfera contemporaneamente nella banda ottica e infrarossa è una delle sue carte vincenti, perché permetterà di osservare molecole di diversi elementi e ricostruire la stratificazione dell’atmosfera. In alcuni casi particolarmente favorevoli si potranno addirittura osservare venti e determinare le caratteristiche climatiche.

Ariel si concentrerà soprattutto sui pianeti molto caldi, intorno ai 300 °C, includendo sia giganti gassosi di tipo gioviano o sub-nettuniano che le cosiddette super-Terre, mondi rocciosi poco più grandi del nostro. Mentre questi pianeti sono troppo caldi per ospitare la vita così come la conosciamo, ci diranno molto su come i pianeti e i sistemi planetari si formano e si evolvono. Inoltre, i risultati di Ariel potranno essere i precursori di futuri telescopi, con i quali si potrà guardare a mondi più piccoli e più freddi con condizioni simili a quelle della Terra.

La partecipazione della Nasa al progetto conferma la rilevanza mondiale di Ariel, ne rafforza le performance e consentirà un eccezionale spazio di scoperte e nuova scienza nel campo dello studio degli esopianeti e delle loro atmosfere, una delle discipline più innovative dell’astrofisica moderna.


Ariel sarà realizzata da un consorzio internazionale in cui l’Italia ha un ruolo molto rilevante. Il contributo del nostro paese, sostenuto dall’Agenzia spaziale italiana, è svolto da un team coordinato dai due co-principal investigator dell’Istituto nazionale di astrofisica – Giuseppe Malaguti e Giusi Micela, autori di questo articolo – e di cui fanno parte l’Università di Firenze, la Sapienza Università di Roma e il Consiglio nazionale delle ricerche. Case è una Mission of Opportunity del programma Astrophyics Explorers, gestita dal Jpl della Nasa.

 

Windows 10: ecco i problemi che mettono down il sistema operativo

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Windows 10, l’ultima versione del famosissimo sistema operativo offerto da Microsoft, sembrava essersi finalmente lasciato alla spalle il brutto periodo vissuto durante l’utilizzo di Windows 8 e Windows Vista. A quanto pare, però, di recente il colosso di Redmond sta riscontrando dei seri problemi che hanno colpito centinaia e centinaia di utenti del sistema. Secondo quanto riscontrato, infatti, i due update rilasciati nelle ultime settimane sembrerebbero rallentare estremamente i computer dei consumatori a causa di alcuni gravi bug presenti all’interno del codice sorgente. Attualmente gli sviluppatori di Microsoft sono al corrente del problema e, secondo alcune indiscrezioni, pare che una soluzioni sia già stata sviluppata e, molto probabilmente, verrà rilasciata entro la fine del mese. Scopriamo di seguito ulteriori dettagli.

Windows 10: ecco cosa succede se si installano gli aggiornamenti fallati

Gli aggiornamenti da evitare, quindi, sono ben due: il primo KB4512941 ed secondo il KB4515384. Nel primo caso, quest’ultimo ha completamente bloccato la Windows Sandbox, tutte le connession Remote Desktop e l’assistente vocale Cortana che, se richiamato dal menù a tendina, sovraccarica la CPU del 40% con un conseguente rallentamento del PC

Il secondo update, invece, fu rilasciato lo scorso Settembre con l’obiettivo incrementare la stabilità generale del sistema ma, purtroppo, il risultato ottenuto è stato totalmente un’altro.

Milioni di utenti provenienti da tutto il mondo, quindi, si sono riversati sul web per lamentarsi dei problemi che, a quanto pare, stanno colpendo anche schede di rete e dischi rigidi. Attualmente ad essere maggiormente danneggiate sono le macchine con chipset Intel, mentre MSI e Asus sembrano essere immuni ai bug. Nelle ultime ore è stato però rilasciato l’update KB428435 che promette di risolvere la maggior parte degli errori. Non ci resta che installarlo e sperare che tutto torni come prima.

Galassia si fa in 12 sotto l’occhio di Hubble

Tre dei quattro archi prodotti dalla lente gravitazionale sono visibili in alto a destra dell’immagine, il quarto arco in basso a sinistra, parzialmente oscurato da una stella luminosa in primo piano. Crediti: Esa/Hubble, Nasa, Rivera-Thorsen et al.

In quel luna park delle meraviglie che è il cosmo, una fra le attrazioni più spettacolari è offerta dalle lenti gravitazionali. Un po’ come gli specchi deformanti dei nostri parchi dei divertimenti ci ingrassano o ci snelliscono, ci elevano o ci schiacciano, a seconda della curvatura, le lenti gravitazionali – un effetto previsto dalla Relatività generale di Einstein – distorcono, amplificano e moltiplicano ciò che sta alle loro spalle. Ecco così che la luce di una remota galassia, altrimenti troppo fioca per essere vista, è stata “spalmata” da una lente gravitazionale su almeno quattro archi di cerchio (vedi immagine qui a fianco), lungo i quali appare riprodotta in ben 12 repliche con da 10 a 30 volte più luminose dell’originale.

La galassia – nome in codice Psz1 G311.65-18.48, ma soprannominata Sunburst Arc (arco a raggiera) per la sua caratteristica forma distorta – si trova a 11 miliardi di anni luce da noi. E proprio grazie alla deviazione impressa alla traiettoria dei suoi fotoni dalla lente gravitazionale – in questo caso, un enorme ammasso di galassie posizionato esattamente lungo la linea di vista, a 4.6 miliardi di anni luce dalla Terra – la sua luce è diventata abbastanza intensa da poter essere vista dal telescopio spaziale Hubble.

Ma c’è di più. Stirata e intensificata lungo gli archi, la galassia ha rivelato all’occhio di Hubble dettagli con dimensioni di “appena” 520 anni luce. Può sembrare un’estensione enorme, ma trattandosi di un oggetto a 11 miliardi di anni luce dalla Terra, quella ottenuta è in realtà una risoluzione pazzesca.

Una risoluzione elevata al punto da consentire agli astronomi di intravedere tracce di un processo da tempo ipotizzato ma mai prima d’ora osservato: la fuoriuscita dalle prime galassie di fotoni ad alta energia attraverso una sorta di stretti canali di passaggio “scavati” nel gas non ancora ionizzato. Se confermata, si tratterebbe di una scoperta fondamentale per contribuire a risolvere uno fra i più grandi interrogativi sull’universo primordiale, ovvero i meccanismi all’origine della reionizzazione – l’epoca di transizione da un universo opaco, saturo di gas neutro, all’universo ionizzato e dunque trasparente che conosciamo oggi. La presenza dei canali intravisti da Hubble grazie alla lente gravitazionale spiegherebbe appunto, anche se solo in parte, come la radiazione ad alta energia – responsabile della ionizzazione del mezzo intergalattico – sia riuscita a uscire dalle prime galassie.

Guarda sul sito di Hubble dell’Esa l’animazione sul lensing gravitazionale:

Voyager 2 varca i confini dell’eliosfera

I fisici dell’Iowa hanno confermato che il Voyager 2 ha varcato i confini dell’eliosfera. I dati di Voyager 2 hanno contribuito a caratterizzare ulteriormente la struttura dell’eliosfera. Crediti: Nasa/Jpl.

In un nuovo studio pubblicato su Nature Astronomy, i ricercatori dell’Università dell’Iowa hanno confermato che il passaggio del Voyager 2 nel mezzo interstellare (Ism) sarebbe avvenuto il 5 novembre 2018, avendo essi notato un marcato aumento della densità del plasma, prova del passaggio della sonda dal plasma caldo, a bassa densità, caratteristico del vento solare, al plasma freddo, ad alta densità, dello spazio interstellare. Tale salto è del tutto simile a quello sperimentato dal Voyager 1 quando è giunto nello spazio interstellare, nel 2012.

L’ingresso del Voyager 2 nell’Ism è avvenuto a 119.7 unità astronomiche (Ua), più di 18 miliardi di chilometri dal Sole. Il Voyager 1 ha varcato le porte dell’Ism a 122.6 Ua. L’ultima misurazione ottenuta dal Voyager 1 risale a quando il veicolo spaziale si trovava a 146 Ua, più di 22 miliardi di chilometri dal Sole, laddove lo strumento registrò una densità del plasma in aumento.

Le due sonde furono lanciate nel 1977, a poche settimane di distanza l’una dall’altra, con traiettorie diverse. Nonostante questo, attraversarono l’Ism praticamente alla stessa distanza dal Sole. Questo fatto fornisce indizi preziosi sulla struttura dell’eliosfera. «Implica che l’eliosfera sia simmetrica, almeno nei due punti in cui le sonde Voyager l’hanno attraversata», osserva infatti Bill Kurth dell’Università dello Iowa, coautore dello studio.

In base ai dati del Voyager 2, i ricercatori sono riusciti a stabilire che l’eliosfera ha vari spessori, visto che il Voyager 1 ha navigato più lontano del suo gemello per raggiungere l’eliopausa. In realtà, basandosi su modelli dell’eliosfera, alcuni pensavano che Voyager 2 lo avrebbe varcato prima questo confine. «È un po’ come guardare un elefante con un microscopio», fa notare Kurth. «Due persone si avvicinano a un elefante con un microscopio e se ne escono con due misure diverse, fatte in due posizioni diverse. Non possiamo avere idea di come sia l’elefante nel mezzo delle due misure. Quello che fanno i modelli è cercare di ottenere informazioni partendo da quelle due misure e tutto ciò che abbiamo imparato durante il volo dei Voyager è stato raccolto e messo insieme in un modello globale di eliosfera che risulta essere consistente con quelle due osservazioni».

«Il Voyager 2», commenta Michele Maris, ricercatore all’Osservatorio astronomico di Trieste dell’Inaf, «ha attraversato l’eliopausa, la regione di confine tra eliosfera e mezzo interstellare. L’eliosfera è la regione di spazio attorno al Sole dove il gas ionizzato che chiamiamo plasma proviene principalmente dal Sole. Fuori da questa regione il gas ionizzato si origina dalla nostra galassia. Voyager 2 dunque non viaggia più nel gas ionizzato prodotto dal nostro Sole ma nel mezzo interstellare che separa tra loro le varie stelle».

La sonda ha varcato i confini dell’eliosfera, ma non quelli del Sistema solare, che si estende fino al limite della nube di Oort, una nube sferica di comete che avvolge il Sistema solare fino a 1.5 anni luce dal Sole, e che risente ancora dell’influenza gravitazionale della nostra stella.

Lo studio dell’Iowa è presentato in uno dei cinque articoli dedicati al Voyager 2 pubblicati su Nature Astronomy, che confermano il passaggio del satellite nello spazio interstellare e forniscono dettagli sulle caratteristiche dell’eliopausa.

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Anche OnePlus fa numeri da record: gran successo per 7T Pro McLaren Edition

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Se da un lato quest’anno non ci si aspettava l’arrivo di ben quattro modelli canonici da parte di OnePlus, dall’altro lato invece era comunque atteso il modello più costoso. Ovviamente si sta parlando del McLaren Editon, una variante che accompagna il produttore cinese da un po’ di tempo. Come detto, quest’anno ci sono stati più modelli, il doppio, rispetto al solito e questo potrebbe aver sparso di più il pubblico. Per tale particolare versione non sembra essere stato così tanto che il primo lancio in Cina è stato un successo.

Come riporta la stessa OnePlus tramite la famosissima piattaforma Weibo, le unità messe a disposizione per questa vendita sono finite in appena 60 secondi. Un minuto per svuotare lo stock. Una velocità degna di nota anche se non viene nominato il numero effettivo delle unità a disposizione, cosa che raramente dicono. Visto il costo, l’operazione in sé è stato un successo.

OnePlus 7T Pro McLaren Edition

Come il nome suggerisce, non è soltanto la versione speciale del modello base, ma addirittura della variante Pro e il suo costo è, di conseguenza, abbastanza alto. Si presenta sembra con lo Snapdragon 855 Plus, il processore di punta di Qualcomm. Affiancato al chip possiamo trovare ben 12 GB di RAM anche se esiste la versione da 8. Il display è un 6,67 pollici che presenta una frequenza di aggiornamento di 90 Hz. La batteria ha il supporto per la tecnologia di ricarica rapida da 30W. Posteriormente è presente una configurazione tripla che gira intorno ad un obiettivo da 48 MP.

Struttura italiana per il Giant Magellan Telescope

Rappresentazione artistica del futuro Giant Magellan Telescope. Crediti: Gmto Corporation

Il Gruppo italiano Camozzi, tramite la società interamente controllata Ingersoll Machine Tools che ha sede a Rockford (Illinois), ha siglato un accordo – in collaborazione con Mt Mechatronics, con sede a Magonza (Germania) – con Gmto, l’ente che si occupa di promuovere la realizzazione del Giant Magellan Telescope (Gmt) per conto dei suoi fondatori statunitensi e internazionali, per la costruzione della struttura di precisione in acciaio del telescopio.

Il Gmt è un osservatorio a infrarossi di ultima generazione con diametro 24,5 metri pensato per esplorare le frontiere dell’astronomia cercando evidenze di forme di vita oltre il Sistema solare e in grado di cambiare la storia delle esplorazioni spaziali. Il telescopio sarà collocato all’Osservatorio Las Campanas, nel deserto di Atacama, in Cile.

Ingersoll Machine Tools – spiega il Gruppo Camozzi – produrrà, assemblerà e testerà il meccanismo di precisione di acciaio da 1.300 tonnellate che dovrà sostenere la parte ottica e gli specchi del Gmt e che seguirà il movimento dei corpi celesti tenendone traccia. Mt Mechatronics sarà responsabile invece della progettazione, della meccanica e del sistema di controllo del telescopio. La struttura del telescopio sarà testata dalla Ingersoll prima di essere consegnata ed installata all’osservatorio Gmt nelle remote Ande Cilene.

Il valore totale dell’accordo – riporta Askanews – ammonta a 135 milioni di dollari, il più grande investimento realizzato a oggi da Gmto, arrivato al termine di una gara competiviva mondiale. «Siamo felici di lavorare per creare un apparato scientifico esclusivo e rivoluzionario per lo studio del cosmo profondo», ha dichiarato Lodovico Camozzi, presidente e amministratore delegato di Camozzi Group. «Il progetto riempie di orgoglio e motiva tutti noi di Camozzi ed è un importante riconoscimento alle tecnologie più avanzate del nostro gruppo. Siamo inoltre soddisfatti di essere stati prescelti in una competizione fra i gruppi più importanti a livello internazionale».

«La costruzione della struttura del telescopio è uno degli step principali da intraprendere per la costruzione del Giant Magellan Telescope», ha affermato Robert N. Shelton, presidente di Gmto. «Abbiamo scelto Ingersoll Machines Tools e Mt Mechatronics per la loro grande specializzazione nella produzione di complesse strutture di precisione e nell’eccellenza dimostrata nella realizzazione qualitativa e temporale, dopo due anni di competizione a livello globale», ha aggiunto James Fanson, project manager di Gmto.

La struttura del telescopio manterrà in posizione i sette specchi giganti del Gmt quando metteranno a fuoco la luce di stelle e galassie distanti perché possa essere analizzata dalla strumentazione scientifica collocata all’interno del telescopio. Gli specchi, i più grandi al mondo, sono realizzati al Richard F. Caris Mirror Lab dell’Università dell’Arizona. La struttura del telescopio completa di specchi e di tutta la strumentazione peserà 2.100 tonnellate e galleggerà su un film d’olio spesso solo 50 micron, che ne garantirà il movimento senza attrito per compensare la rotazione terrestre e seguire i corpi celesti nel loro arco attraverso il cielo. Questa tecnologia “idrostatica” applicata a tali strutture fu brevetta vari anni fa da Innse, azienda del Gruppo Camozzi, riconosciuta a livello mondiale per questa tecnologia. Con il suo design unico, il Gmt produrrà immagini che nella sezione infrarossa dello spettro avranno una risoluzione dieci volte superiore a quelle dello Hubble Space Telescope.

«Sarà un giorno speciale quando la struttura del Gmt sarà completata e posizionata in Cile, parte di uno fra i progetti più complessi e affascinati per la comunità scientifica mondiale», ha detto Chip Storie, Ceo di Ingersoll Machine Tools. L’accordo tra Gmto e Ingersoll Machine Tools richiederà 9 anni di lavoro e 1300 tonnellate di acciaio. La struttura sarà consegnata in Cile alla fine del 2025 e dovrebbe essere pronta per il posizionamento degli specchi nel 2028.

«Già nel 2016 l’Eso aveva aggiudicato al consorzio industriale italiano Ace un contratto da 400 milioni di euro per la costruzione dell’Extremely Large Telescope, il più grande telescopio al mondo», ricorda Nichi D’Amico, presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica. «E ancora prima, per citare uno dei grandi telescopi concepiti dall’Inaf, la montatura metallica da oltre 900 tonnellate del Large Binocular Telescope, in Arizona, fu costruita proprio dalla Ansaldo Camozzi: un parallelepipedo alto 25 metri, largo 18 e profondo 12, che era valso al gruppo italiano una importante commessa».

«La partecipazione del Paese alle grandi sfide tecnologiche dell’astrofisica moderna è ormai un asset consolidato di prestigio internazionale», continua il presidente D’Amico, «importanti commesse per la realizzazione di questi impianti sono appannaggio ormai da diversi anni delle aziende italiane, con un ritorno economico per il Paese che supera largamente il capitale pubblico investito in questa disciplina, oltre che generare innovazione».

«Oggi è il turno del Giant Magellan Telescope, commissionato all’azienda italiana dal Consorzio scientifico e accademico americano che ne ha promosso la realizzazione. Non possiamo che esprimere soddisfazione per questo ulteriore successo. Ci congratuliamo con il Gruppo Camozzi, è un successo che continua ad affermare il ruolo di prestigio del Paese in un settore a elevatissimo contenuto tecnologico della scienza moderna. Il circuito industriale nazionale è in prima linea nella realizzazione di questi impianti; l’Inaf è fra i primi Enti al mondo nello sviluppo delle tecnologie e della scienza di riferimento, e questo vuol dire fare sistema», conclude D’Amico.

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Truffe per i clienti delle banche: aggirato il token Unicredit, Intesa e BNL

truffe banca unicredit sanpaolo BNLUna nuova ondata di truffe bancarie investe gli istituti italiani di Unicredit, Intesa Sanpaolo e BNL. A poco sono valse le raccomandazioni di CISCO contro phishing ed altri tipi di attacchi. Perfino il nuovo token digitale si è reso inefficace. Diversi sono i sistemi di tutela adottati a vantaggio della sicurezza ma se l’utente non applica le dovute cautele è tutto perfettamente inutile. C’è da dire che è difficile riconoscere i pericoli che arrivano dai nuovi tentativi di adescamento tramite email e smishingi. L’ultimo episodio rappresenta un grande rischio per tutti. Ecco cosa può succedere.

Truffe via smishing, pharming e phishing contro i clienti con conto svuotato di Unicredit, Sanpaolo e BNL

Molti malviventi rischiano nel predisporre skimmer nei bancomat che registrano i dati carta ed i codici per prelevare il denaro. Molti preferiscono agire indisturbati tramite il web. Di mira ci sono le home banking riconosciute per la loro versatilità e la comodità di accesso tramite dispositivi mobili e Personal Computer.

Il metodo di azione è sempre lo stesso e punta sul messaggio di urgenza che richiede un intervento di rettifica dei dati. False comunicazioni viaggiano per le mailbox dei clienti. La cosa che stupisce è che gli stessi messaggi arrivano anche a coloro che non hanno mai avuto a che fare con le banche. In quel caso è facile distinguere un raggiro da un messaggio formale dell’istituto. Puntando alla cieca, ad ogni modo, i cybercriminali mietono le proprie vittime registrando guadagni incredibili a causa dello scarso cinismo di chi riceve l’allerta.

Spesso e volentieri si punta quindi sull’impellenza di comunicare dati personali alla presunta banca. Il sito Internet cui si viene dirottati tramite link allegato è una perfetta replica di quello originale. Riconoscerlo è difficile in quanto i nuovi siti adottano perfino gli standard HTTPS aggiornati per la sicurezza online. Cambia la URL ma ad un occhio poco attento potrebbe passare inosservata.

Il nostro consiglio, valido in questo come in altri casi di offerte e comunicazioni importanti solo per via presunta, è quello di diffidare a priori prevedendo di contattare SEMPRE la propria banca per richiedere ulteriori informazioni. Prima di farsi prendere dal panico segnalate l’accaduto alle autorità e cestinate il messaggio immediatamente per evitare che possiate cliccarci sopra o che venga re-inoltrato ad altri contatti.

Scoperto un buco nero ultra-leggero

È un buco nero insolito, quello scoperto in un sistema binario in compagnia di una gigante rossa e appena annunciato sulle pagine di Science da un team guidato da Todd Thompson della Ohio State University. Insolito per due motivi: per il modo in cui è stato individuato e per la sua massa.

Partiamo dall’individuazione. È uno dei due membri di in un sistema binario, dicevamo, e fin qui nulla di strano, anzi: è proprio l’esistenza di un “compagno” a tradire la presenza di un buco nero stellare. Di solito, però, a segnalare che c’è un buco nero è in questi casi l’emissione di raggi X prodotti dall’interazione con l’altro membro della coppia, e in particolare dal processo di accrescimento di quest’ultimo a danno della stella compagna, che gli cede materia. Quello scoperto da Thompson e colleghi è invece un sistema binario non interagente: vale a dire che non c’è scambio di materia fra i due membri, e l’unica “lingua” nella quale i due membri della coppia comunicano è quella della gravità.

In altre parole, a tradirlo è stato il modo in cui danza la sua compagna, la gigante rossa 2Mass J05215658+4359220. Thompson e colleghi se ne sono accorti esaminando i dati di Apogee (Apache Point Observatory Galactic Evolution Experiment), che ha raccolto spettri luminosi da circa 100mila stelle della Via Lattea. Dati analizzati proprio in cerca di tracce che potessero indicare se una stella sta orbitando attorno a un altro oggetto: cambiamenti periodici nello spettro di una stella – uno spostamento verso le lunghezze d’onda più blu, ad esempio, seguito da uno spostamento verso le lunghezze d’onda più rosse – possono infatti essere la conseguenza del suo orbitare attorno a un compagno invisibile.

È così che è stata individuata la gigante rossa. Non solo: la tecnica sopra descritta, oltre a smascherare la coppia, consente anche di stabilire a che velocità piroettano i due ballerini e – udite udite – quanto “pesano”. Per quel che riguarda la velocità, i dati indicano un periodo orbitale di circa 83 giorni. Ma la vera sorpresa è arrivata con la massa. Facendo qualche calcolo è stato possibile stimare che il “compagno invisibile” – il buco nero – si aggira attorno alle 3.3 masse solari. Con un margine di errore ragguardevole, occorre dire: l’intervallo possibile va da 2.6 a 6.1 masse solari. Ma comunque sorprendente: un buco nero così piccolo non si era mai visto.

Sempre che di buco nero si tratti. Una possibilità, infatti, è che possa essere un’enorme stella di neutroni, la cui massa tipica è però di 2.1 masse solari, e oltre le 2.5 dovrebbe collassare, appunto, in un buco nero. D’altronde, le masse dei buchi neri stellari noti stanno fra le 5 le 15 masse solari – con la notevole eccezione di quelli, assai più massicci, rivelati all’atto della fusione dagli interferometri di onde gravitazionali. Comunque sia, è un oggetto che abita una zona di confine ancora tutta da esplorare. E ora gli astronomi sanno come stanarne altri.

«Quello che abbiamo fatto è stato escogitare un nuovo modo di cercare i buchi neri. Ma così facendo abbiamo anche identificato quello che è potenzialmente uno dei primi esemplari di una nuova classe di buchi neri di piccola massa dei quali gli astronomi non sapevano nulla. E le masse degli oggetti», osserva Thompson, «ci raccontano della loro formazione ed evoluzione, e ci raccontano della loro natura».

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