Pioggia delle Perseidi nel fine settimana e oltre

Dal 09.08.2019 al 15.08.2019

Crediti: mLu.fotos/Flickr

Si avvicina quella notte dell’anno in cui siamo tutti, romanticamente, col naso all’insù a guardare il cielo. Come da tradizione, il 10 agosto, la notte di San Lorenzo, milioni di noi si troveranno anche solo a lanciare un’occhiata veloce con la speranza di veder passare una stella cadente. E qualcuno di noi sarà anche fortunato, vedrà cadere in quell’istante una “lacrima di San Lorenzo” e, forse, esprimerà un desiderio, proprio come suggerisce il folclore.

Se invece abbiamo l’intenzione precisa di osservare quante più stelle cadenti possibili, allora bisogna essere un po’ più sistematici. Il picco del fenomeno delle Perseidi, lo sciame di meteore che investono la nostra atmosfera tra luglio e agosto ogni anno, è previsto nella notte tra il 12 e il 13 agosto. Durante il picco le meteore solcano il cielo a decine, tipicamente tra 50 e 100 all’ora.

Quest’anno però la Luna non ci facilita l’osservazione. Sarà ancora in cielo nelle prime ore della notte proprio nei giorni del picco delle Perseidi, privandoci del buio di cui abbiamo bisogno per godere appieno dello spettacolo. Il consiglio è dunque di mettersi comodi a osservare a notte inoltrata, da mezzanotte all’alba, quando la Luna sarà tramontata o almeno bassa sull’orizzonte.

La direzione consigliata è nord-est, verso la costellazione di Perseo, subito sotto Cassiopea. Le Perseidi, letteralmente “figli di Perseo”, prendono infatti il nome dalla direzione da cui tutte sembrano partire, il radiante, in questo caso una zona nella costellazione di Perseo. Nel loro solcare il cielo, tuttavia, le si riesce a vedere anche guardando in altre direzioni.

Proprio per l’ingombrante presenza della Luna, che crescerà fino a essere piena a Ferragosto, quest’anno non è una cattiva idea tornare a guardare il cielo la notte del 10, come tradizione vuole. Sebbene la frequenza di stelle cadenti sia massima nei giorni immediatamente attorno al picco, tutte le notti tra il 9 e il 15 agosto sono ideali per osservare qualche fugace scia luminosa.

Non c’è bisogno di strumenti particolari: bastano i nostri occhi, ideali quando serve una visione d’insieme del cielo, come in questo caso. Le accortezze principali sono scegliere un posto buio e darsi tempo. Ci occorrono almeno 20 minuti per abituare gli occhi a vedere nell’oscurità e per essere sicuri di scorgere qualche meteora bisogna essere pazienti e attendere. Le stelle cadenti passano infatti a fiotti un dato momento, per poi lasciar passare del tempo senza che niente accada. Non potendo prevedere l’istante esatto in cui ne cadrà una, l’unica soluzione è mettersi comodi a guardare.

E, neanche a dirlo, niente occhiatine allo smartphone, altrimenti bisogna ricominciare da capo ad abituare l’occhio al buio.

Le Perseidi sono detriti lasciati dal passaggio di Swift-Tuttle, una cometa periodica di 26 chilometri di diametro che ogni 133 anni passa nel punto della sua orbita più vicino al Sole, il cosiddetto perielio. L’ultimo passaggio al perielio di Swift-Tuttle è stato nel dicembre del 1992 e per il prossimo bisognerà aspettare il luglio del 2126. Nell’avvicinarsi al Sole, la cometa si scalda e forma la coda, disperdendo intanto una scia di detriti spaziali lungo la sua orbita. Proprio quando l’orbita terrestre attraversa questi detriti si ha il fenomeno delle Perseidi. Particelle anche piccolissime, grandi come un granello di sabbia, entrano ad altissima velocità – oltre 200mila chilometri all’ora – nella nostra atmosfera e la ionizzano, causando la scia luminosa che osserviamo. Sebbene la Swift-Tuttle passi, ogni 133 anni, così vicina alla Terra – la minima distanza è calcolata essere 130mila chilometri – dagli studi fatti sembra che la sua orbita sia abbastanza stabile da non far temere un potenziale impatto, almeno non per un altro paio di millenni.

Anche quest’anno, dunque, possiamo guardare lo spettacolo celeste in tutta tranquillità.

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Mettetevi nei panni di Michael Collins

20.07.2019, ore 21:00

Un ritratto di Michael Collins in tuta spaziale, realizzato il 16 aprile 1969, 3 mesi prima della partenza della missione Apollo 11. Crediti: Nasa

L’astronauta Michael Collins durante l’allunaggio del 1969, mentre Armstrong ed Aldrin passavano alla storia per essere stati i primi due uomini a calpestare la superficie lunare, orbitò per 24 ore intorno alla Luna in attesa del loro rientro, e per mezz’ora perse ogni contatto radio con la Terra. In quei momenti, Collins fu l’uomo più solo dell’universo.

È da questa suggestione che nasce lo spettacolo teatrale “Walking on the Moon”, realizzato dall’Associazione Culturale Progetto Goldstein in coproduzione con il progetto europeo Be Spectactive!, e messo in scena dalla Compagnia del Teatro dell’Orologio di Roma al Teatro Romano di Ostia Antica il 20 luglio 2019. Lo spettacolo è patrocinato dall’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica.

Scritto da Fabio Morgan e diretto da Leonardo Ferrari Carissimi, “Walking on the Moon” è una favola contemporanea a tre personaggi in cui mondo digitale, mondo letterario e mondo dei ricordi s’intrecciano in una sinfonia a 9 attori dal sapore magico, dove si ride, si piange e si sogna. “Walking on the Moon” racconta la solitudine cosmica provata da Michael Collins durante l’allunaggio del 1969, solitudine cui si aggiungeva il dramma esistenziale di essere arrivato vicino alla realizzazione del proprio sogno ma, per il compito a cui era chiamato, impossibilitato a realizzarlo.

Protagonisti della scena sono Elia, un giovane startupper digitale timido ed impreparato al mondo, Alice, una studentessa fuori dal mondo appassionata di poemi cavallereschi, e Michael Collins, interpretato da Graziano Piazza, astronauta della mitica missione Apollo 11, ormai invecchiato, personaggio bizzarro e polemico, figura di rottura tra il mondo del presente e il mondo del passato.

Graziano Piazza interpreta Michael Collins.
Crediti: Manuela Giusto

Uno spettacolo dove la tecnologia incontra una narrazione poetica: uno spaccato surreale ma concreto sulla comunicazione odierna, su come la realizzazione dei propri desideri personali, la soddisfazione del proprio io, possa fagocitare l’individuo e la sua umanità.

La tecnologia è parte integrante dello spettacolo: gli spettatori avranno la possibilità di vivere individualmente l’esperienza di mettere piede sula superficie lunare, in prima persona. Attraverso un applicativo appositamente sviluppato, chiunque sia dotato di uno smartphone e dei cardboard box (forniti sul posto) potrà vivere un’esperienza immersiva a 360° avendo la sensazione di camminare sulla luna.

L’interrogativo sottostante all’intera narrazione è se la tecnologia rappresenti davvero una possibilità concreta di realizzazione dei nostri sogni. “Walking on the Moon” pone costantemente questa domanda e lascia la risposta a tutti i suoi spettatori.

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A Losanna giornalisti scientifici da tutto il mondo

Dal 01.07.2019 al 05.07.2019

L’ingresso dello Swiss Tech Convention Center, il centro conferenza di Losanna dove si è inaugurata oggi l’undicesima conferenza mondiale dei giornalisti scientifici. Crediti: Media Inaf

L’apertura è avvenuta oggi, lunedì 1° luglio, presso la sala plenaria dello Swiss Tech Convention Center di Lausanne, in Svizzera – con il lago di Lemano da una parte e le Alpi ancora innevate dall’altra. Oltre un migliaio di giornalisti scientifici, provenienti da più di 60 paesi del mondo, si sono riuniti per Wcsj2019, l’undicesima conferenza mondiale dei giornalisti scientifici.

Un evento, quello di quest’anno, organizzato grazie alla collaborazione di Asjs, Ajspi e Swim (rispettivamente le associazioni svizzera, francese e italiana di giornalismo scientifico), con il sostegno scientifico e accademico del mondo politico, mediatico ed economico svizzero ed europeo. Oltre 200 speaker, numerosi workshop tematici, sessioni plenarie e più di quaranta sessioni parallele: sono solo alcune delle attività che contraddistingueranno questa edizione, il cui tema, non a caso, è “Reaching new heights in science journalism” – raggiungere nuove vette nel giornalismo scientifico.

Ma di cosa si parlerà in questa cinque giorni dedicata al giornalismo scientifico? Dai temi più attuali – riscaldamento globale, cambiamenti climatici, vaccini, biodiversità – a quelli classici che riguardano il rapporto del giornalismo scientifico con la politica e la religione. Si parlerà di discriminazione di genere in campo giornalistico, delle buone pratiche e dei valori del mestiere del giornalista scientifico. E, a distanza di 50 anni dall’allunaggio, non poteva mancare una disamina dei programmi spaziali futuri per cercare di capire dove saremo tra 50 anni nell’esplorazione dello spazio. Si parlerà anche di “giornalismo delle soluzioni”, delle sfide che i giornalisti scientifici del Sud del mondo devono affrontare e cosa è possibile fare per ridurre ed eliminare il divario con il Nord anche da questo punto di vista. Ma anche di fake news e del ruolo del giornalista nel riconoscerle e combatterle ai tempi dei media. Insomma, gli argomenti sono davvero tanti e di grande attualità, e tutti saranno esaminati da chi ha fatto della diffusione delle notizie scientifiche un mestiere, grazie anche alle opinioni, idee, storie e racconti di giornalisti – alcuni dei quali premi Pulitzer – freelance o che lavorano per media come The Guardian, Le Monde, The Washington Post, La Vanguardia, Bbc, New Scientist, Nature, Science e tanti altri ancora. A questi si uniranno esperti e dirigenti di numerose istituzioni scientifiche, dall’Esa al Cern.

Ci saranno poi mostre, attività serali, conferenze stampa e oltre 30 “field trips”: visite in campo che avranno come obiettivo quello di far entrare i giornalisti scientifici nella “seconda casa” degli scienziati – i loro laboratori. Tra i tanti proposti, ce ne saranno due anche in Italia: uno all’istituto italiano di tecnologia e l’altro al Joint Research Centre dell’Ispra, l‘ Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

“#Italy, the beauty of science”, lo stand degli enti di ricerca italiani

La conferenza sarà anche un momento di incontro imprescindibile tra chi della scienza e dei suoi risultati ne dà notizia e chi, invece, la scienza e i risultati li produce: gli enti di ricerca pubblici e privati. “Take a break, talk science”, è il titolo scelto dagli organizzatori dell’evento per questi incontri all’interno dell’area espositiva, nella quale, su oltre 25 stand, altrettanti enti e istituti di ricerca di tutto il mondo presenteranno le loro ricerche e le loro missioni.

Per l’Italia, insieme all’Istituto nazionale di fisica nucleare, il Consiglio nazionale delle ricerche, il Centro euro-mediterraneo dei cambiamenti climatici, l’ Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, il Gran Sasso Science Institute (GSSI) e I’Istituto italiano di tecnologia (IIT), c’è naturalmente anche l’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica.

«Lo stand è organizzato dall’ambasciata italiana a Berna e dal Ministero degli Esteri, e ha coinvolto gli enti di ricerca italiani. L’idea», spiega Luca Valenziano, responsabile Inaf dell’ufficio per le Politiche e relazioni con infrastrutture e collaborazioni internazionali, «è quella di esporre la ricerca italiana nella sua eccellenza, quindi abbiamo creato uno stand e abbiamo messo in esposizione oggetti, pannelli e video realizzati ad hoc per questo evento, per far conoscere la ricerca scientifica italiana ai giornalisti scientifici nel mondo. In più, il punto di forza di questo lavoro è la presenza dei ricercatori, che verranno qui a incontrare direttamente i giornalisti e a fare mini-conferenze spot, programmate durante i coffee-break, che ci serviranno per far conoscere a tutti i giornalisti stranieri la ricerca scientifica italiana. Nella realizzazione di questo stand di rappresentanza sono state coinvolte una quarantina di persone e abbiamo un programma fittissimo di eventi. Questo evento rientra nel processo di internazionalizzazione dell’Inaf per creare connessioni con gli altri enti di ricerca internazionali. Domani, 2 luglio, verrà in visita l’ambasciatore e il console generale italiano alle 15 per un evento delle camere di commercio italiane e svizzere per premiare 6 start-up (3 italiane e 3 svizzere) che hanno sviluppato delle nuove tecnologie a partire dalla ricerca scientifica».

Domenica è il giorno degli asteroidi

30.06.2019

Il poster delle Nazioni Unite

Domenica 30 giugno è la Giornata internazionale degli asteroidi. Nel caso ce ne fossimo dimenticati, a ricordarcelo è arrivata – puntuale come un promemoria – una roccia da circa 4 metri di diametro: un asteroide di nome 2019 MO esploso alle 23:25 ora italiana del 22 giugno scorso sul cielo dei Caraibi. Nessun danno, per fortuna: i frammenti prodotti dall’esplosione, di potenza stimata fra i 3 e i 5 kilotoni, sono caduti sull’oceano.

«E non è stato il solo», dice a Media Inaf l’esperto di asteroidi Albino Carbognani. Ricercatore all’Osservatorio astronomico della Valle d’Aosta in fase di trasferimento all’Inaf di Bologna, dove prenderà servizio il prossimo settembre, Carbognani è l’astronomo che si occupa di calcolare le traiettorie e i punti di caduta al suolo delle meteoriti intercettate dalle webcam del progetto Prisma. È anche autore di numerosi libri d’astronomia e curatore di Asteroidi e dintorni, un bellissimo blog in italiano dedicato, appunto, ad asteroidi e oggetti simili.

«Il 18 dicembre 2018, poco più di sei mesi fa», ricorda Carbognani, «è caduto nel Mare di Bering un asteroide di circa dieci metri di diametro: dunque parliamo di un evento paragonabile a quello di Chelyabinsk – un bell’asteroide. Fortunatamente è caduto in mare, non c’era nessuno a vederlo, ma alcuni satelliti meteorologici sono riusciti a riprendere la scia di plasma in ingresso in atmosfera. Nemmeno due mesi dopo, siamo al primo febbraio scorso, un superbolide – questa volta un oggetto di circa tre metri – ha colpito l’isola di Cuba. È caduto nei pressi di un piccolo villaggio, e i residenti sono anche riusciti a recuperarne alcuni frammenti. Infine vorrei ricordare un piccolo asteroide che è passato un po’ in sordina, quello caduto in Australia il mese scorso, il 21 maggio 2019: anche in questo caso si è trattato di un bolide da circa 4 metri di diametro, precipitato proprio davanti alle coste dell’Australia meridionale».

Quattro impatti in sei mesi, insomma, tutti con bolidi superiori ai tre metri di diametro. Nulla comunque di paragonabile all’evento del quale l’Asteroid Day celebra ogni anno l’anniversario: l’evento di Tunguska, avvenuto in Siberia la mattina del 30 giugno del 1908 – il più grande mai registrato nella storia recente.

E proprio all’evento di Tunguska è dedicato l’ultimo numero della rivista Icarus. Fra gli studi pubblicati nello speciale ce n’è anche uno che rivede al ribasso le stime sulla frequenza con la quale asteroidi di dimensioni paragonabili a quello che colpì Tunguska – fra i 50 e i 90 metri di diametro – potrebbero impattare con il nostro pianeta: sono eventi che avverrebbero in media con intervalli nell’ordine di millenni, e non di secoli, come si riteneva in precedenza.

NameExoWorlds: dai il nome a un pianeta

10.10.2019

Sono oltre 70 i paesi che hanno aderito al concorso Iau100 NameExoWorlds, competizione su scala globale per dare un nome a un pianeta extrasolare e alla sua stella. L’iniziativa rientra tra quelle messe in campo per festeggiare il centenario dell’Unione astronomica internazionale (Iau) con lo scopo di coinvolgere quanta più gente possibile nel capire meglio quale sia il nostro posto nell’universo e quali potrebbero essere le interazioni con civiltà provenienti da altri pianeti fuori dal Sistema solare.

I nomi di gran parte degli oggetti celesti vengono scelti dalla Iau e si tratta nella maggior parte dei casi di sigle alfanumeriche. In occasione delle celebrazioni per i suoi primi cento anni per coinvolgere il pubblico su scala mondiale, la Iau ha indetto un concorso internazionale aperto a tutti per “tenere a battesimo” un sistema planetario, cioè un esopianeta e la sua stella. Il progetto NameExoWorlds II – la cui prima edizione è stata nel 2015 – vuole stimolare il senso di identità globale, coinvolgendo in modo capillare il pubblico ma anche i professionisti del campo attraverso le comunità astronomiche nazionali.

«Con questa entusiasmante iniziativa ognuno di noi è chiamato a riflettere su quale sia il proprio posto nell’Universo, stimolando la creatività e il senso di cittadinanza globale» dice Debra Elmegreen, vicepresidente Iua. «Il concorso NameExoworlds ci ricorda che siamo tutti sotto lo stesso cielo».

A ognuna delle nazioni partecipanti è stato assegnato un sistema planetario: all’Italia è toccato Hd 102195, che si trova a una distanza di circa 95 anni luce dal Sistema solare ed è composto da una stella di tipo spettrale K0V, con una temperatura superficiale leggermente inferiore a quella del nostro Sole, e dal pianeta Hd 102195b. Quest’ultimo impiega solo quattro giorni per ruotare attorno sua stella madre ed è stato scoperto nel 2005 grazie all’utilizzo  della tecnica delle velocità radiali. Hd 102195b ha una massa stimata pari a circa la metà di quella di Giove e si ritiene che sia un pianeta gassoso di tipo gioviano caldo.

Si può partecipare al concorso come singoli, in gruppi, come classe o scuola. Per la scelta del nome del sistema planetario bisogna seguire alcune semplici regole, disponibili nel regolamento disponibile sul sito, ad esempio i nomi proposti devono essere due ed entrambi legati dallo stesso tema: uno per l’esopianeta ed uno per la stella. Le proposte – che vanno inviate entro il 10 ottobre 2019 – saranno raccolte nel sito ufficiale altrimondi.inaf.it

Rappresentazione artistica di un pianeta gassoso simile a Hd 102195b. Crediti: Esa, Nasa, G. Tinetti e M. Kornmesser

A decidere in modo insindacabile quali saranno le migliori dieci proposte sarà un comitato nazionale, le prime tre saranno poi inserite nel sito altrimondi.inaf.it per la votazione da parte del pubblico, che potrà esprimere le proprie preferenze tra il 20 ottobre e il 10 novembre. Le due proposte più votate saranno inviate all’Unione astronomica internazionale per l’approvazione definitiva. I nomi selezionati non andranno a sostituire la denominazione scientifica alfanumerica, ma saranno riconosciuti dalla Iau come nomi pubblici ufficiali, insieme a quello di chi li ha proposti.

E se non bastasse l’onore di vedere il nome prescelto essere assegnato ad un sistema planetario ci sono anche numerosi premi in palio: un viaggio al Telescopio nazionale Galileo (alle Canarie), abbonamenti a riviste scientifiche e visite ai musei astronomici dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf).

«Siamo veramente felici di portare avanti questo concorso molto particolare per due motivi. Il primo è che ci dà la possibilità di raccontare a quanta più gente possibile i fantastici risultati che stiamo ottenendo in questo ambito di ricerca», dice Caterina Boccato, responsabile della comunicazione all’Inaf di Padova e a capo del comitato nazionale di NameExoWorlds. «Il nostro paese, e l’Inaf in particolare, è in prima linea nello studio degli esopianeti sia da terra, con programmi osservativi quali Gaps e le strumentazioni montate al Telescopio nazionale Galileo, che dallo spazio con satelliti come Cheops e Plato. Il secondo è che il pianeta che ci è stato assegnato è importante per noi, perché proprio di recente è uscito un lavoro firmato da una giovane ricercatrice dottoranda all’Inaf di Torino con i dati ottenuti con il Tng».

Anche se Giordano Bruno già nel 1584 sosteneva esistessero “infiniti soli e innumerabili mondi”, lo studio dei pianeti extrasolari è una disciplina relativamente recente, che negli ultimi anni ha assunto un ruolo di punta nella ricerca astronomica. Dall’inizio dello studio dei sistemi extrasolari è stata confermata la scoperta di circa quattromila esopianeti. Notevoli passi avanti sono stati fatti grazie al telescopio spaziale Nasa Kepler, che dal 2009 al 2018 ha monitorato la luminosità di oltre 145mila stelle scoprendo una notevole quantità di esopianeti. Nel 2018 è stata lanciata la missione Nasa Tess, con l’obiettivo di identificare e studiare nuovi sistemi planetari. Due missioni dedicate allo studio degli esopianeti sono in programma anche per l’Agenzia spaziale europea: il lancio di Cheops è ormai prossimo, nell’autunno 2019, e sarà seguita dalla missione Plato, con opportunità di lancio nel 2024.

E chissà che una di queste missioni non riesca a dare risposte all’annosa domanda: “siamo soli nell’universo?”

Per partecipare e per saperne di più::

Due astrofisici in cima al podio di GiovedìScienza

09.05.2019

Edwige Pezzulli, prima classificata, ricercatrice all’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Roma. Fonte: pagina Facebook di GiovedìScienza

Sei minuti e 40 secondi per presentare nel modo più efficace possibile la propria attività di ricerca. Venti slides da venti secondi ciascuna. E un’età inferiore ai 35 anni. Questi i rigidi vincoli imposti ai concorrenti del Premio GiovedìScienza, giunto quest’anno all’ottava edizione. Dieci i finalisti rimasti in gara, tre dei quali astrofisici dell’Inaf: Enrico Corsaro dell’Osservatorio di Catania, Andrea Longobardo dello Iaps di Roma ed Edwige Pezzulli, astrofisica in fase di transizione – fino all’estate scorsa all’Osservatorio di Roma e dai prossimi mesi negli Stati Uniti, all’università di Miami.

Ed è stata proprio quest’ultima, Edwige Pezzulli, con una presentazione sui primissimi buchi neri, a sbaragliare la concorrenza, conquistando i voti della giuria – uno per ciascuno dei cinque giurati e uno per ciascuna delle cinque scuole – e aggiudicandosi, insieme al primo posto, un bell’assegno da 5000 euro. «Non era semplice, avevo meno di sette minuti per spiegare un argomento molto complesso: come si sono formati i buchi neri primordiali. L’ho fatto ricorrendo a un parallelismo con i nostri alberi genealogici», dice Pezzulli a Media Inaf. E i soldi del premio, come se li spenderà? «Essendo in una fase lavorativa molto precaria, mi sa che per il momento me li metto sotto il cuscino…».

Andrea Longobardo (con l’assegno in mano), secondo classificato nonché vincitore ex aequo del premio “Futuro”, ricercatore all’Inaf Iaps di Roma. Fonte: pagina Facebook di GiovedìScienza

La premiazione si è svolta ieri, giovedì 9 maggio, al Salone del Libro di Torino, e sul podio insieme a Pezzulli c’era anche un altro astrofisico, Andrea Longobardo. Secondo classificato per GiovedìScienza, Longobardo ha poi vinto – a pari merito con Emilia Petronijevic del Dipartimento di scienze di base e applicate per l’ingegneria della Sapienza – il “Premio Futuro” per il miglior studio di fattibilità. Il suo argomento erano le microbilance, ed è all’intero team della pluripremiata microbilancia Cam – del quale fanno parte, oltre a Longobardo, anche Ernesto Palomba e Fabrizio Dirri, tutti dell’Inaf Iaps di Roma – che è andato l’assegno da 1500 euro.

«Il premio “Futuro” proprio a me, che ero il più “anziano” fra i dieci partecipanti…», scherza Longobardo, che con i suoi 35 anni di prospettive per il futuro ne ha ovviamente in abbondanza. E ha già ben chiaro anche di cosa si occuperà nei prossimi mesi. «Continuerò a dedicarmi alla missione Rosetta, che sebbene sia terminata sta ancora fornendo molti dati. E al progetto delle microbilance, sia per impieghi spaziali sia qui, sulla Terra, per il monitoraggio delle polveri sottili».

Per saperne di più:

La scienza fra le nuvole

Dal 08.04.2019 al 14.04.2019

Angelo Adamo, Signal to Noise. 13,8 miliardi di anni è l’età del nostro universo. In questa direzione lancia uno sguardo attento e curioso Angelo Adamo, astronomo dell’Istituto nazionale di astrofisica e divulgatore creativo – ma anche musicista, illustratore e fumettista. Sua la mano dietro “Signal to Noise”, una storia pubblicata nell’ottobre 2014

Il fumetto è da molto tempo una forma di espressione che non riguarda soltanto i bambini ma che, al contrario, coinvolge una fascia di pubblico sempre più ampia ed eterogenea. Una forma d’arte a tutti gli effetti, duttile e potente. Forse l’ultimo legame con una maniera antica di tramandare le storie. I fumetti ci mostrano un mondo incredibile, e sono una lente prismatica attraverso cui osservare la realtà che ci circonda con umorismo, delicatezza e (perché no) estremo rigore scientifico.

Da questa convinzione nasce “La scienza fra le nuvole”. Una mostra che raccoglie tavole, strisce e storie firmate da grandi fumettisti italiani e non ‒ Paolo Bacilieri, Carmine Di Giandomenico, Alessandro Micelli, Leo Ortolani, Giuseppe Palumbo, Luca Ralli, Silver, Zerocalcare, nonché le firme storiche di Topolino e dell’universo Marvel ‒ che, per gioco o per passione, hanno scelto di mettere la loro creatività al servizio dei più importanti enti di ricerca italiani. L’allestimento e il progetto grafico sono della Struttura per la Comunicazione Inaf.

Aperta al pubblico da lunedì 8 aprile per il National Geographic Festival delle Scienze di Roma, negli spazi del foyer Petrassi all’Auditorium Parco della Musica disegnato da Renzo Piano, “La scienza fra le nuvole” è un esperimento a colori al sapore di scienza che raccoglie i contributi di Asi, Cnr, Iit, Inaf, Infn e Ingv. Cosa ci fanno Lupo Alberto, Nathan Never, Rat-Man e Paperoga in un laboratorio di ricerca? Forse anche gli scienziati adorano i fumetti?

Questo è certo. Ma c’è di più.

Ci sono scienziati che hanno preso la matita in mano per mettere nero su bianco le immagini che il lavoro di ricerca suggeriva alla loro fantasia. È il caso di Stefano Bortolotti dell’Istituto italiano di tecnologia o del nostro Angelo Adamo.

Altri sono serviti da consulenti per il mondo del fumetto, sempre più interessato a una fantascienza credibile, possibile, veritiera. Ne sa qualcosa Massimo Della Valle, astrofisico dell’Inaf di Napoli che ha avuto il piacere di lavorare con Andrea Serra, uno degli storici autori della fortunata serie Nathan Never, e il disegnatore Paolo Bacilieri alla stesura della storia raccontata nell’albo “Il pianeta perduto” edito da Bonelli.

Ci sono poi ricercatori che lavorano a quattro mani con i disegnatori. Come Roberto Natalini e Andrea Plazzi di Cnr, direttori di una collana tutta dedicata alla scienza fra le nuvole: Comics&Science. Collana che prende il nome dall’omonima sezione della programmazione culturale di Lucca Comics&Games, promuove il rapporto tra scienza e intrattenimento, nella convinzione che entrambi costituiscano momenti formativi importanti per la crescita dell’individuo e del cittadino. I “comics” del titolo rimandano a un linguaggio privilegiato, quello del fumetto, scelto come ideale per comunicare idee e storie, sempre inedite e curate da alcuni tra i migliori autori in circolazione. Un esperimento editoriale che dal 2012 ha prodotto una serie di albi di straordinaria bellezza.

L’ultimo della serie verrà presentato in occasione del festival l’11 aprile: sul palco Licia Troisi, grande nome italiano del genere fantasy e astrofisica, che con Carmine Di Giandomenico e Alessandro Micelli ha dato vita a una storia che ripercorre la nascita e l’evoluzione di un sistema stellare ‒ La fanciulla e il drago. Un’ambientazione astronomica attorno alla quale ruotano contributi e approfondimenti su oggetti incredibili ed esotici dell’universo conosciuto, come i sistemi binari di buchi neri e stelle di neutroni, che hanno permesso di dimostrare l’esistenza delle onde gravitazionali.

Sul palco con gli autori ci sarà anche Guido Silvestri in arte Silver, fumettista e creatore di Lupo Alberto. L’incontro è moderato dal direttore de Le Scienze, Marco Cattaneo.


Alcune delle tavole esposte nella mostra:

asi_alex_ross_marvel asi_leo_ortolani cnr_-alessandro_micelli_carmine_di_giandomenico_leo_colapietro. cnr_giuseppe_palumbo cnr_silver cnr_zerocalcare iit_stefano_bortolotti inaf_angelo_adamo inaf_paolo_bacillieri infn_andrea_lucci_topolino ingv_giuseppe_palumbo_giulio_giordano_gianfranco_giardina_02 10_mese_ottobre

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Carmine Di Giandomenico e Alessandro Micelli, La fanciulla e il drago. Cosa succede quando una scrittrice di fantasy – astrofisica – appassionata di fumetti e fantascienza – incontra Comics&Science? Nasce una storia potente e spettacolare, nel miglior stile del superomismo Marvel, che è anche una metafora del ciclo vitale di una stella. Carmine Di Giandomenico e Alessandro Micelli hanno dato forma ed energia alla fantasia di Licia Troisi, producendo un fumetto unico, edito da Cnr edizioni.