Stelle in altalena, sulla cresta dell’onda galattica

Modello di evoluzione per il disco della nostra Galassia (superficie in movimento). Al passare del tempo, il ‘warp’ (ovvero la deformazione verticale) presente nelle parti esterne si muove ad una velocità di 10 chilometri al secondo per chiloparsec, che corrisponde a una rotazione completa attorno al centro della Galassia (croce al centro della superficie in movimento) di 600-700 milioni di anni. Il puntino nero sulla superficie mostra il moto medio delle stelle attorno al centro Galattico (alla posizione dove oggi si trova il Sole), con un periodo di circa 220 milioni di anni

Come la sterminata superficie di un lago, il disco di stelle della nostra galassia è attraversato da una sterminata onda che lo deforma. Ora un team di ricercatori guidati da Eloisa Poggio dell’Istituto nazionale di astrofisica è riuscito a misurare la velocità con cui si propaga quest’onda ruotando attorno al centro galattico, ricavando per essa un valore pari a circa un terzo della velocità con cui si spostano le stelle del disco nel loro moto di rotazione. L’onda viaggia molto rapidamente, probabilmente come conseguenza dell’interazione con un’altra galassia vicina che potrebbe essere avvenuta nel recente passato della Via Lattea – o essere addirittura ancora in corso. I risultati del lavoro, pubblicato su Nature Astronomy, sono stati ottenuti analizzando i dati accuratissimi dei moti stellari raccolti dalla missione spaziale Gaia dell’Esa, che vede un’importante partecipazione italiana con l’Inaf e l’Asi (Agenzia spaziale italiana) che partecipano al Data Processing and Analysis Consortium (Dpac).

In un contesto cosmologico, il disco di una galassia può subire perturbazioni e torsioni da una grande varietà di sollecitazioni, come possibili accrescimenti di materiale, dalla forza esercitata dall’alone di materia oscura che la circonda o  dall’interazione con galassie satelliti. Quindi, il disco di una galassia può essere deformato – e pertanto formare quello che gli addetti ai lavori chiamano un warp galattico. Lo studio dei warp può quindi fornire informazioni fondamentali sulla storia evolutiva della galassia stessa. Anche la Via Lattea, come molte altre galassie a spirale, presenta un warp, che può essere studiato in grande dettaglio grazie al fatto che il nostro Sistema solare è immerso nel disco galattico, e che possiamo quindi studiare il moto delle singole stelle che lo compongono. Con i dati di Gaia presenti nel catalogo Dr2, i ricercatori hanno avuto accesso a una mole senza precedenti di dati di altissima precisione. Gaia ha misurato le posizioni sulla volta celeste e i movimenti su di essa per oltre 1.3 miliardi di stelle, raggiungendo anche stelle molto deboli.

Il team ha quindi potuto ricostruire le posizioni e le velocità delle stelle per una buona porzione del disco della nostra galassia, raggiungendo distanze di 25 mila anni luce dal Sole. Grazie all’estensione spaziale e alla precisione delle misure del campione osservativo, è stato possibile mettere a confronto i dati con dei modelli cinematici in grado di simulare l’evoluzione nel tempo di questa deformazione del disco galattico. I risultati escludono che il disco deformato risulti immobile nel tempo, avvalorando lo scenario di una sua rotazione attorno al centro della galassia, con una velocità che corrisponde circa a un terzo della velocità angolare della rotazione galattica alla posizione del Sole e con lo stesso verso di percorrenza.

Ronald Drimmel ed Eloisa Poggio

«Secondo il nostro modello, le stelle della nostra galassia stanno “planando” sul warp, come dei surfisti cavalcano le onde del mare», commenta Poggio, dell’Inaf di Torino, prima autrice dell’articolo pubblicato su Nature Astronomy. «Con i dati di Gaia Dr2 abbiamo misurato che il warp si sta muovendo a una velocità angolare di 10 chilometri al secondo per chiloparsec. L’elevata velocità angolare suggerisce che il warp sia dovuto a un’interazione recente o ancora in atto con una galassia satellite».

Se confrontata con modelli dinamici già elaborati da altri gruppi di ricerca, questa velocità risulta essere molto elevata e compatibile con uno scenario in cui la deformazione del disco galattico sia stato provocato da un’interazione recente o ancora in atto con una galassia satellite della Via Lattea. I risultati del lavoro indicano che le forze esterne provenienti dalle interazioni con le galassie satelliti svolgono un ruolo significativo – e ancora in atto – nei moti di stelle e gas nelle regioni esterne del disco galattico, come già indicato da altri risultati. I dati di Gaia Dr2 segnano una vera a propria rivoluzione per lo studio della nostra galassia, fornendo un’occasione senza precedenti di analizzare la Via Lattea “dall’interno”, confrontando i nostri modelli con le posizioni e le velocità delle stelle che la compongono.

«Non posso essere più contento del risultato», ribadisce Ronald Drimmel, sempre dell’Inaf di Torino e coautore dello studio. «Inizialmente eravamo sorpresi che la velocità di precessione del warp fosse così grande. Questo risultato già in sé chiarisce la natura dinamica del warp della nostra galassia, finora un grande mistero che ha ispirato molte teorie in passato. Adesso abbiamo una nuova domanda: potrebbe essere la galassia nana del Sagittario la causa del warp, oppure un’altra ancora?»

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Stelle lente e “anemiche” nel disco della Via Lattea

La via Lattea fotografata dalle montagne cilene. Crediti: G. Hüdepohl/Eso

Un nuovo studio guidato da Daniela Carollo – ricercatrice dell’Istituto nazionale di astrofisica – sulla cinematica e composizione chimica di un campione di stelle nelle vicinanze del Sole ha rivelato che le stelle che costituiscono il disco spesso della nostra Galassia, la Via Lattea, appartengono a due distinte popolazioni stellari con caratteristiche differenti – e non ad una sola, come si è pensato negli ultimi decenni.

La nuova componente del disco spesso, denominata metal weak thick disk (o Mwtd, disco spesso povero di metalli, in breve) si distingue da quella canonica, il thick disk (Td, disco spesso), in particolare per la velocità di rotazione attorno al centro galattico  e per la composizione chimica. Infatti le stelle che compongono il Td hanno una velocità di rotazione di circa 180 km al secondo, mentre quelle del Mwtd ruotano più lentamente, a circa 150 km al secondo. Le stelle appartenenti al Mwtd sono inoltre più povere di metalli di quasi due volte rispetto a quelle del Td e hanno una maggiore energia, proprietà che le permette di raggiungere distanze dal piano galattico più elevate.

«Erano più di vent’anni che si cercava di risolvere questo puzzle», commenta Carollo, in forza all’Inaf di Torino, prima autrice dell’articolo che descrive la scoperta, appena pubblicato sulla rivista The Astrophyiscal Journal. «Infatti, si pensava che il Mwtd non fosse altro che un’estensione del disco spesso e non una popolazione indipendente con origini astrofisiche diverse».

Gli accuratissimi parametri forniti dalla missione dell’Esa Gaia (posizioni, distanze e moto intrinseco delle stelle) e l’informazione chimica su un campione di 40mila stelle della Sloan Digital Sky Survey (Sdss) hanno permesso al team di distinguere il Mwtd in un diagramma dove si riportano i momenti angolari combinati con la chimica.

«I momenti angolari sono quantità che si conservano durante la formazione e successiva evoluzione di un sistema fisico come la nostra galassia», spiega Carollo. «Quindi, in un diagramma accurato dei momenti angolari, le stelle portate nella Via Lattea da uno stesso progenitore, come per esempio da una precedente fusione di una galassia satellite, avranno momenti angolari simili e tenderanno a raggrupparsi nel diagramma».

Il Td e Mwtd formano due gruppi distinti nel suddetto diagramma, così come nella chimica. In astronomia sono definiti “metalli” gli elementi più pesanti di idrogeno ed elio i quali si sono formati durante il Big Bang. Gli altri elementi, più pesanti, sono stati prodotti durante la nucleo-sintesi di stelle massicce, poi esplose come supernove. Un particolare gruppo di elementi leggeri come, per esempio, il magnesio e il titanio, quando rapportati ad elementi più pesanti, come il ferro, forniscono un parametro fondamentale che permette di distinguere popolazioni di stelle vecchie da quelle di stelle più giovani. Ebbene, il Mwtd non solo possiede stelle più povere di metalli, ma quelle stelle sono anche più ricche di elementi del gruppo del magnesio e del titanio (elementi-alfa) che suggerisce una formazione antecedente al Td.

Queste importanti differenze tra il Td e il Mwtd, vale a dire la cinematica e la chimica delle loro stelle, suggerisce che i due dischi abbiano avuto una origine diversa durante il processo di formazione della Via Lattea.

Ma come si è potuto formare un secondo disco spesso nella nostra galassia? Le ipotesi sono molteplici: il Mwtd potrebbe essere più vecchio del Td e le stelle che lo compongono potrebbero essere state energizzate da una fusione di una galassia satellite nana con la Via Lattea, durante i suoi primi periodi di formazione. Successivamente, la fusione di una seconda galassia satellite avrebbe dato origine al Td.  Un’altra possibilità è che le stelle del Mwtd si fossero originariamente formate in una zona più vicina al centro della galassia primordiale e successivamente fossero state trasportate a distanze più grandi, più vicine a dove si trova ora il Sole, da fenomeni interni come le instabilità della barra centrale o la formazione dei bracci a spirale della galassia.  Oppure, anticamente, una galassia satellite di massa simile alla piccola Nube di Magellano si è fusa con la galassia primordiale e le sue stelle hanno preso a ruotare attorno al centro galattico a causa della mutua interazione gravitazionale.

Tutte queste ipotesi potranno essere testate attraverso i modelli teorici e le simulazioni di formazione di galassie come la Via Lattea.

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Quando un singolo Sole non basta

Rappresentazione artistica dei tre soli che illuminano il cielo dell’esopianeta a noi più vicino: Proxima Centauri b. Crediti: Eso/M. Kornmesser

Esistono esopianeti che girano intorno a sistemi doppi di stelle? E come si comportano? Uno studio tedesco analizza per la prima volta i dati del satellite Gaia alla ricerca di stelle compagne di quelle in cui già sono stati osservati esopianeti. Una sorta di studio comportamentale sulla “famiglia allargata” di tipo cosmico, dunque, che ha portato a risultati molto interessanti. Ad esempio, un pianeta può sopravvivere alla fine di una stella come il Sole.

Le scoperte sui pianeti extrasolari continuano a stupire e, in fondo, a renderci consapevoli che il sistema in cui ci troviamo – il Sistema solare – è tra i più semplici, tranquilli e, se vogliamo, noiosi che la natura potesse concepire: quello monoparentale. Lo ha dimostrato Markus Mugrauer dell’Università Friedrich Schiller di Jena, in Germania, pubblicando su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society i risultati di uno studio che ha cercato, e trovato, stelle compagne in quei sistemi dove già si conoscevano esopianeti.

Gaia, strumento fondamentale per sondare la Via Lattea

Uno studio tanto preciso e dettagliato è stato possibile utilizzando i preziosissimi dati rilasciati dal telescopio spaziale Gaia, lanciato dall’Agenzia spaziale europea (Esa) nel 2013 per studiare i movimenti di circa un miliardo di stelle della Via Lattea e creare, di conseguenza, un’ambiziosa mappa 3D della Galassia. Nel 2018 Gaia ha reso disponibile al mondo scientifico la sua seconda data release, consentendo di fatto la realizzazione dello studio tedesco.

Alcune delle stelle prese in esame dallo studio, qui mostrate assieme alle loro compagne (indicate dalle lettere B e C). Crediti: Mugrauer, PanStarss

I dati forniti da Gaia sono stati analizzati da Mugrauer per scovare una categoria ancora poco conosciuta: i sistemi multipli di stelle contenenti esopianeti. La maggior parte dei circa 4mila esopianeti finora scoperti orbita attorno a stelle singole, come il nostro Sole. Mugrauer è invece andato alla ricerca di sistemi doppi, ma anche tripli e persino quadrupli, dimostrando in tal modo che l’esistenza e la conseguente gravità esercitata da più stelle influenza il processo attraverso il quale i pianeti nascono ed evolvono, un po’ come fanno i bambini di una famiglia, che assorbono le influenze e i comportamenti di uno o più adulti che ne guidano la crescita.

«I sistemi a più stelle sono molto comuni nella Via Lattea», dice Mugrauer. «Se tali sistemi includono pianeti, sono di particolare interesse per l’astrofisica, perché i sistemi planetari in essi possono differire dal Sistema solare anche in modi fondamentali». Per scoprire fin dove si potessero spingere queste differenze, Mugrauer ha quindi analizzato – ponendosi come limite la distanza di 500 parsec, equivalente a 1600 anni luce – oltre 1.300 stelle già sicuramente ospitanti uno o più esopianeti ,per vedere se avessero o meno stelle compagne.

Nane gialle, rosse e bianche

Lo studio è riuscito quindi a dimostrare l’esistenza di almeno una stella compagna per circa 200 delle stelle – perlopiù nane gialle – prese in esame. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di sistemi doppi, ma in 27 casi le stelle erano tre, e in un caso addirittura quattro. Analizzando i dati, Mugrauer è stato anche in grado di caratterizzare le stelle associate e i loro sistemi in modo più dettagliato. Ha infatti scoperto che esistono sia sistemi ravvicinati con distanze tra le stelle di sole 20 unità astronomiche (Ua) – dunque, con le due stelle che orbitano in uno spazio come quello che separa il Sole da Urano – sia sistemi molto più ampi, con stelle distanti fino a 10mila Ua l’una dall’altra: distanza che, nel Sistema solare, si collocherebbe tra la fine della Fascia di Kuiper, a 50 Ua, e l’inizio della Nube di Oort, che inizia molto più in là, a 50mila Ua.

La stella Hip116454, al centro di un sistema planetario a circa 200 anni luce dalla Terra, ha per compagna una debole nana bianca (lettera B). Crediti: Mugrauer, Sdss

Le stelle compagne individuate variano anche in termini di massa, temperatura e stadio di evoluzione. La più “pesante” ha una massa di 1,4 volte il Sole, mentre la più “leggera” ha solo l’8 per cento della massa solare. La maggior parte delle stelle compagne sono comunque stelle nane fredde e di bassa massa caratterizzate da una debole luminosità tendente al rosso, conosciute per questo come nane rosse. Tuttavia, in questo stuolo di gracili damigelle delle stelle madri, sono state individuate anche otto nane bianche, che sono grandi come la Terra ma pesano la metà del Sole, essendo il risultato finale dei collassi gravitazionali che portano alla morte di una nana gialla come il Sole stesso. Questo dato è di grande importanza perché la compresenza di nane bianche ed esopianeti dimostra che questi ultimi possono sopravvivere alla fase finale di rilascio degli strati esterni tipica dell’evoluzione finale di queste piccole stelle.

È dunque plausibile pensare che tra cinque miliardi di anni, quando il Sole finirà il carburante (l’idrogeno), il suo previsto rigonfiamento e il rilascio tutto intorno di quanto ne resta investirà sicuramente i pianeti che, però, potrebbero sopravvivere e non variare di molto le proprie orbite, anche se è prematuro fare ipotesi su quali potrebbero essere i coraggiosi survivors.

Troppe stelle inibiscono la formazione dei pianeti

Ma c’è di più, perché la scoperta 200 sistemi stellari multipli con esopianeti, su 1300 stelle simili al Sole analizzate, rappresenta solo il 15 per cento del totale: ovvero la metà di quanto ci si aspetterebbe per questa tipologia di stelle. In pratica, ci si attendeva che questi sistemi stellari multipli con esopianeti sarebbero stati il doppio di quelli trovati. Inoltre, sottolinea l’autore, nei casi individuati le distanze tra le stelle sopra menzionate sono ben cinque volte superiori a quelle attese.  Come mai?

«Questi due fattori messi insieme potrebbero indicare che l’influenza di diverse stelle in un sistema stellare interrompe il processo di formazione del pianeta e l’ulteriore sviluppo delle loro orbite», spiega Mugrauer. In pratica, il “genitore 2”, e, peggio ancora, il 3 e il 4, avrebbero effetti nefasti in primis sulla formazione dei pianetini – perché andrebbero ad attirare a sé buona parte della materia del disco di accrescimento di cui questi ultimi si sarebbero normalmente nutriti – e, in secondo luogo, anche una volta formati, i pianeti subirebbero dalle stelle in eccesso influssi gravitazionali estremamente violenti e negativi per le loro orbite.

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Quelle nidiate di stelle nella Via Lattea

Gruppi e filamenti di stelle nella Via Lattea. Crediti: M. Kounkel & K. Covey (2019)

Non amano la vita solitaria, le stelle. Soprattutto quando si tratta di muovere i primi passi nelle sterminate praterie della galassia: molte lo fanno rimanendo per lunghissimi periodi entro i confini delle proprie nidiate d’origine. Nidiate che prendono i nomi di ammassi, associazioni, gruppi cinematici. Individuarle non è facile: occorre infatti stabilire quali stelle fanno parte della stessa nidiata. Ma ora, grazie a quel forziere apparentemente inesauribile di dati che è la seconda data release (Dr2) del telescopio spaziale Gaia dell’Esa (un elenco dei moti e delle posizioni di oltre un miliardo di stelle con una precisione senza precedenti) e a un algoritmo di machine learning in grado di scoperchiarlo, sono ben 2000 in più rispetto a prima gli ammassi e i gruppi stellari conosciuti nel raggio di 3000 anni luce da noi.

Un passo avanti assai significativo per chi si occupa di ricostruire l’evoluzione della Via Lattea, perché mentre determinare l’età delle singole stelle è spesso un’impresa ardua, in quanto stelle medie con masse simili ma età differenti si somigliano, per le nidiate la datazione è molto più affidabile.

Ma la scoperta più recente, pubblicata la settimana scorsa su The Astrophysical Journal da Marina Kounkel e Kevin Covey della Western Washington University (Usa), è che circa la metà di queste “cucciolate” si dispone lungo dei filamenti: stringhe di stelle coetanee che tendo a rimanere insieme molto più a lungo di quanto si ritenesse.

«Pensavamo che le giovani stelle abbandonassero la culla nell’arco di pochi milioni di anni dopo essersi formate, perdendo completamente i legami con la loro famiglia d’origine», dice Kounkel. «Sembra invece che le stelle possano restare vicine alle loro sorelle anche per qualche miliardo di anni».

Le “famiglie di stelle” individuate grazie ai dati di Gaia. Crediti: Esa/Gaia/Dpac; M. Kounkel & K. Covey (2019)

Non solo. I dati di Gaia hanno mostrato che queste stringhe non presentano un addensamento centrale (segno del fatto che la struttura filamentosa è probabilmente primordiale) e hanno un orientamento preferenziale rispetto ai bracci della galassia. Orientamento che dipende dall’età delle loro stelle. Quelle più giovani – quelle con stelle d’età inferiore ai 100 milioni di anni – tendono a formare angoli retti rispetto al braccio di spirale più vicino al Sistema solare. Quanto alle stringhe più antiche, gli astronomi ritengono che fossero disposte perpendicolarmente rispetto ai bracci nei quali si formarono.

«La vicinanza e l’orientamento delle stringhe più giovani rispetto agli attuali bracci di spirale della Via Lattea suggeriscono che le stringhe più vecchie siano un importante “reperto fossile” della struttura a spirale della nostra galassia», spiega Covey. «La natura dei bracci di spirale è ancora dibattuta: ancora non si è stabilito se si tratti di strutture statiche o dinamiche. Studiare le stringhe di stelle più vecchie ci aiuterà a capire se i bracci siano per lo più statici o se, al contrario, si muovano, o si dissolvano per poi riformarsi, nel corso di alcune centinaia di milioni di anni – grosso modo il tempo che impiega il Sole per orbitare un paio di volte attorno al centro galattico».

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Prima mappa 3D della barra della Via Lattea

Distribuzione di 150 milioni di stelle nella Via Lattea sovrapposta a una vista artistica della nostra galassia. Le stelle sono state analizzate utilizzando i dati della seconda release della missione Gaia dell’Esa e dati da survey in infrarosso e in ottico. Le regioni in giallo e arancio indicano una maggiore densità di stelle. Una parte delle stelle tracciate si trova più vicino al Sole (la chiazza gialla nella parte inferiore dell’immagine), mentre nella porzione centrale della galassia è visibile una regione grande e allungata densa di stelle: si tratta della prima indicazione geometrica della barra galattica. Crediti: Esa/Gaia/Dpac, A. Khalatyan (Aip) & StarHorse team; Nasa/Jpl-Caltech/R. Hurt (Ssc/Caltech)

Da quando è stata lanciata, la missione Gaia dell’Agenzia spaziale europea ha già prodotto due release dei dati. La prima, la data release 1 (Dr1), è un catalogo impressionante di stelle pubblicato nel 2016, dopo solo due anni dalla prima luce del satellite – quella della stella Sadalmelik, nota anche come Alpha Aquarii. La seconda release (Dr2) – contenente la luminosità, le posizioni, le distanze e i movimenti nel cielo di oltre un miliardo di stelle della nostra galassia, insieme a informazioni su altri corpi celesti – è invece stata rilasciata lo scorso anno. Una mole enorme di dati la cui analisi ha richiesto un grande lavoro di squadra. Lavoro che sta però portando a raccogliere i suoi frutti.

Combinando questi dati con quelli ottenuti da osservazioni complementari nell’infrarosso e nell’ottico, eseguite da telescopi da terra e dallo spazio (i cataloghi fotometrici di Pan-Starrs1, 2Masse AllWise), un team di astronomi del Leibniz-Institut für Astrophysik Potsdam (Aip) e dell’Universitat de Barcelona ha ricostruito per la prima volta, nello spazio a tre dimensioni, la barra centrale della Via Lattea. E questo a partire da misure dirette delle stelle che formano la grande struttura dalla caratteristica forma allungata che si trova al centro della nostra galassia.

«Sapevamo che sarebbe stato cruciale calcolare meglio le distanze delle stelle osservate da Gaia al fine di avere una migliore visione delle regioni interne della galassia», spiega Cristina Chiappini, una delle coautrici dello studio, già ricercatrice presso l’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Trieste e attualmente in forza all’Aip, in Germania. «Lì in quella zona le stelle non solo sono molto lontane, ma la loro luce è anche offuscata dall’abbondante polvere fra quelle regioni e noi. Per un volume piccolo e a noi vicino il metodo della parallasse di Gaia va benissimo – è molto preciso e può essere facilmente trasformato in distanze – ma per gli oggetti lontani e offuscati dalla polvere questo non funzionerebbe».

Cristina Chiappini, coautrice dello studio pubblicato su Astronomy & Astrophysics

«Abbiamo quindi utilizzato altre informazioni disponibili», continua la ricercatrice, «ottenendo distanze precise, che hanno dimostrato ciò che in realtà ci si aspettava. Riuscirci con i soli dati di Gaia non sarebbe stato possibile. Benché sapessimo, da altri dati, dell’esistenza della barra, in questo studio ci siamo potuti avvalere di un grande numero di stelle. E molte di più se ne aggiungeranno quando potremo combinare i nostri dati con spettri come quelli della survey Apogee (una survey nel vicino infrarosso che può penetrare nelle polveri)».

Quanto al futuro prossimo, in vista delle terza release dei dati di Gaia, Chiappini ha già le idee ben chiare. «Nei prossimi giorni”, dice a Media Inaf, «inizieremo a ottenere spettri per un gran numero di stelle con il telescopio 4Most dell’Eso e, in particolare, con la survey 4Midable-Lr – di cui io sono il principal investigator insieme ad altri due colleghi, Ivan Minchev ed Else Starkenburg. Speriamo di ottenere spettri per oltre 10 milioni di stelle. Spettri che, combinati con quelli nel vicino infrarosso da Apogee e della Sloan Digital Sky Survey, porteranno a una visione più nitida della galassia in generale e delle regioni più interne in particolare».

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Guarda sul canale YouTube dell’Esa il video “Revealing the galactic bar”:

Gaia confusa dai getti degli Agn

Gaia, l’osservatorio spaziale dell’Agenzia spaziale europea. Crediti: Esa

Gli astrofisici del Moscow Institute of Physics and Technology (Mipt), del Lebedev Physical Institute of the Russian Academy of Sciences (Lpi Ras) e della Nasa hanno trovato un errore nelle coordinate dei nuclei galattici attivi misurate dal telescopio spaziale Gaia e hanno contribuito a correggerlo. I risultati, pubblicati su The Astrophysical Journal, rappresentano una conferma indipendente del modello astrofisico di questi oggetti.

«Uno dei risultati più importanti del nostro lavoro è rappresentato dal modo nuovo e abbastanza inatteso di studiare indirettamente l’emissione ottica proveniente dalle regioni centrali dei nuclei galattici attivi: le osservazioni ottiche dirette non possono mostrarci tutto e i radiotelescopi si sono rivelati molto utili per integrare l’immagine ottica», osserva Alexander Plavin, ricercatore presso il Mipt e studente di dottorato presso Lpi Ras.

Una rete globale di radiotelescopi. I sistemi costituiti da più telescopi di questo tipo si sono dimostrati vitali per l’integrazione di Gaia, l’osservatorio orbitale dell’Agenzia spaziale europea. Crediti: HartRao

Mentre la precisione delle coordinate ottenute dai telescopi ottici terrestri è piuttosto limitata, le sonde spaziali come Gaia offrono un modo per aggirare questo limite. Lanciata nel 2013, Gaia riceve i segnali provenienti da sorgenti relativamente lontane, determinandone la posizione con una precisione superiore. Prima di Gaia, le coordinate più precise venivano misurate con array di radiotelescopi, ossia sistemi di telescopi in grado di rilevare un segnale a bassa frequenza – onde radio – con una risoluzione notevole. In questo modo è possibile produrre immagini piuttosto dettagliate, ma le posizioni degli oggetti nello spazio sono determinate con una precisione leggermente inferiore a quella raggiungibile con Gaia.

Il team Mipt-Lpi ha però scoperto che, nonostante la sua precisione, anche Gaia non è infallibile. Un confronto tra i dati di Gaia e quelli dei radiotelescopi ha rivelato un errore sistematico nelle misure fatte da Gaia di un’intera classe di oggetti celesti, chiamati nuclei galattici attivi (Agn). Di conseguenza, le mappe spaziali più accurate sembrerebbero essere quelle che si basano su osservazioni orbitali supportate da telescopi terrestri, i cui dati radio consentono di correggere le coordinate.

Un nucleo galattico attivo è una regione compatta e molto luminosa al centro di una galassia. Gli spettri di emissione degli Agn differiscono da quelli delle stelle e viene naturale chiedersi quale oggetto sia presente nel loro centro. Attualmente l’ipotesi più accreditata è che gli Agn ospitino buchi neri che assorbono la materia dalle loro galassie ospiti. Oltre al disco galattico, al nucleo luminoso e a una nuvola di polvere attorno ad esso, tali sistemi possono includere potenti deflussi di materia noti come getti. A seconda della natura del getto, un nucleo galattico attivo può essere classificato come quasar, blazar o altro.

Virgo A, una gigantesca galassia ellittica nella costellazione della Vergine, vista da un telescopio ottico. Crediti: Nasa

«Abbiamo ipotizzato che il getto potesse essere responsabile dell’errore sistematico nelle coordinate dei nuclei galattici attivi misurati da Gaia», spiega Yuri Kovalev, che dirige i laboratori di astrofisica al Mipt e Lpi Ras. «Ciò che abbiamo visto è che se un oggetto ha un getto sufficientemente lungo, Gaia percepisce il centro della sorgente molto più lontano rispetto a quello definito dai telescopi terrestri, lungo la direzione del getto». Questo errore non è casuale, perché l’offset è sempre lungo la direzione del getto, e un errore statisticamente significativo è stato osservato solo per gli Agn con la “coda” più lunga. Vale a dire, quelli i cui getti sono ordini di grandezza più grandi delle dimensioni delle galassie stesse. Inoltre, l’entità dell’offset è paragonabile alla lunghezza del getto.

Dall’anno scorso, Gaia ha anche fornito informazioni sui “colori” visibili delle galassie. Ciò ha permesso ai ricercatori di determinare le coordinate e i contributi allo spettro di emissione delle varie parti della galassia: sorgente, disco, getto e stelle. I cambiamenti di coordinate si sono dimostrati principalmente dovuti al fatto che i getti sono lunghi e che i dischi di accrescimento sono piccoli. A parte questo, misurare le emissioni stellari non ha quasi alcun effetto sulla precisione con cui viene determinata la posizione di una galassia.

Queste scoperte hanno portato gli autori a concludere che gli effetti astrofisici legati ai getti lunghi sono in grado di confondere Gaia, che pertanto non può essere considerata una fonte indipendente di dati completamente attendibili, almeno per quanto riguarda le coordinate dei quasar. Per ottenere dati migliori, il telescopio spaziale deve necessariamente essere supportato da osservazioni radio terrestri.

Il getto di Virgo A, visto da un interferometro radio. Crediti: Yuri Kovalev

«In futuro, combinando i risultati delle osservazioni, potremo vedere la struttura centrale dei quasar nei minimi dettagli, con risoluzione al di sotto del parsec. Le osservazioni dirette del telescopio ottico non producono tali immagini, ma possiamo ottenerle», aggiunge Plavin.

I risultati ottenuti dai ricercatori sono prove indipendenti a supporto del modello unificato degli Agn e spiegano il comportamento dei vari tipi di Agn in termini di orientamento nello spazio rispetto all’osservatore, piuttosto che in termini del loro funzionamento interno.

Essere in grado di misurare con precisione le posizioni degli oggetti celesti al di fuori della nostra galassia ha una rilevanza molto importante anche dal punto di vista pratico: le loro posizioni servono come riferimento per i sistemi di coordinate puntuali, compresi quelli che stanno alla base del Gps e del suo omologo russo Glonass.

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Stelle anemiche e col fiato corto

I tre autori dello studio mentre discutono i risultati. Da sinistra: Paola Re Fiorentin, Mario G. Lattanzi, Alessandro Spagna

Dimmi come ruoti e ti dirò chi sei, ma anche da dove vieni. Così potremmo sintetizzare i risultati della ricerca condotta da Paola Re Fiorentin, Mario G. Lattanzi e Alessandro Spagna, tutti dell’Osservatorio astrofisico dell’Inaf di Torino, che ha analizzato alcune proprietà – tra cui la composizione chimica e le velocità di rotazione – di ben 60mila stelle che costituiscono il cosiddetto disco spesso della nostra galassia, la Via Lattea.  Già nel 2010 lo stesso gruppo di studiosi, insieme a Richard L. Smart, sempre della struttura di ricerca torinese, aveva messo in evidenza, nei dintorni del Sole, una correlazione positiva tra rotazione e metallicità per le stelle più vecchie del disco galattico. Questa scoperta ha aperto nuovi scenari per i modelli cosmologici di formazione del disco della Via Lattea. Ora, i più recenti dati della missione spaziale Gaia dell’Esa, che vede un’importante partecipazione scientifica dell’Italia con l’Istituto nazionale di astrofisica e l’Agenzia spaziale italiana, hanno permesso di costruire mappe di velocità e di composizione chimica molto più accurate, che non solo hanno confermato la precedente scoperta locale ma ne hanno anche ampliato gli orizzonti. Infatti, questo studio ha evidenziato che la correlazione fra la velocità di rotazione delle stelle più antiche del disco spesso e le loro abbondanze chimiche si mantiene positiva su un ampio intervallo di distanza, che va da 15mila a 45mila anni luce dal centro della Via Lattea. In pratica, le stelle “anemiche”, ovvero quelle con meno ferro, o più correttamente con meno metalli, si muovono più lentamente rispetto a quelle più ricche di elementi chimici pesanti.

La scoperta, appena pubblicata sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, costituisce un’importante sfida osservativa per i più avanzati modelli galattici: modelli che dovranno riuscire a riprodurre queste caratteristiche chimico-cinematiche misurate per le stelle del disco spesso. Inoltre, costituisce una “prova” cosmologica che ci aiuta a capire come si è formato il disco della Via Lattea 8-10 miliardi di anni fa e, più in generale, a studiare i processi iniziali di formazione delle galassie a spirale.

«Questo risultato», precisa Re Fiorentin, «è stato possibile combinando i dati astrometrici della missione spaziale Gaia dell’Esa con le velocità radiali, i parametri atmosferici e le abbondanze chimiche derivati dagli spettri di alta risoluzione forniti dal progetto Apogee, condotto con telescopi da Terra. Questi cataloghi ci hanno permesso di analizzare in dettaglio un catalogo di 60mila stelle giganti rosse con metallicità circa dieci volte più bassa di quella del Sole ed entro un’altezza di 10mila anni luce dal piano galattico. Questo prova anche il ruolo determinante della sinergia tra survey spaziali e progetti spettro-fotometrici da Terra».

La Via Lattea e le sue stelle. L’mmagine è stata ottenuta con i dati Dr2 della missione Gaia dell’Agenzia spaziale europea. Crediti: Esa

«Grazie all’altissima qualità dei dati astrometrici del catalogo Gaia Dr2 rilasciato al pubblico il 25 aprile scorso», sottolinea Lattanzi, responsabile nazionale della partecipazione italiana alla missione Gaia dell’Esa, «siamo riusciti a determinare posizioni stellari 3D con un’accuratezza molto alta e velocità 3D con errori inferiori a 0.6 km/s fino a distanze di 15mila anni luce da noi. Si tratta di valori impensabili fino a pochi mesi fa per campioni stellari così grandi. Un risultato che premia il lavoro ultradecennale di preparazione, operazioni e analisi dati che ha coinvolto l’Italia insieme a molti Paesi della Comunità Europea».

«Siamo convinti che i risultati di questa ricerca costituiranno un forte stimolo allo sviluppo di nuovi e più avanzati modelli cosmologici e di formazione delle galassie a spirale per i prossimi anni», aggiunge Spagna. «È stato straordinario vedere confermato con Gaia Dr2 il risultato del 2010, ottenuto con dati di qualità inferiore, e poi aggiungere una nuova scoperta. Questo fa ben sperare per le prossime release».

E a proposito di futuro, il team, è già al lavoro per ottenere misure ancora più raffinate, su un campione di stelle ancora più vasto. «Non vediamo l’ora di poter ulteriormente estendere i nostri studi con le prossime data release! Aspettiamo la Gaia Dr3 e Dr4 per i prossimi anni: i dati miglioreranno di un fattore 5 già con la Dr3. Parafrasando i nostri colleghi anglosassoni… il meglio deve ancora venire», conclude Re Fiorentin.

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Galassia per caso

Infografica sugli oggetti presenti nel catalogo della seconda release di Gaia. Crediti: Copyright: Esa

La scorsa settimana abbiamo dato notizia, su Media Inaf, di un interessante risultato ottenuto grazie alla seconda release dei dati di Gaia: la scoperta di Antlia 2, una “galassia fantasma” – così l’hanno definita i ricercatori nella press release dell’università di Cambridge – nana ma enorme, di dimensioni pari a quelle della Grande Nube di Magellano, in orbita attorno alla Via Lattea. Lo studio che illustra la scoperta, guidata da Gabriel Torrealba e Vasily Belokurov, ancora deve essere accettato (è stato sottoposto per la pubblicazione a Monthly Notices of the Royal Astronomical Society), ma nel frattempo, come spesso avviene in questi casi, è stato reso disponibile in rete il cosiddetto preprint: una copia liberamente accessibile destinata alla consultazione da parte della comunità scientifica, che può così commentare, offrire suggerimenti e segnalare eventuali errori.

Ed è proprio ciò che è accaduto: due esperti dell’analisi dati del telescopio spaziale Gaia dell’Esa, Vincenzo Ripepi dell’Inaf di Napoli e Gisella Clementini dell’Inaf di Bologna, si sono accorti che qualcosa non tornava: il dato dal quale è partito lo studio di Torrealba e colleghi – la distanza di alcune stelle variabili molto particolari note come RR Lyrae – era sbagliato. «Io e Vincenzo ci occupiamo proprio di caratterizzare le RR Lyrae osservate da Gaia», spiega Clementini a Media Inaf, «e quel dato non ci tornava perché sappiamo che Gaia non riesce ad arrivare a osservarle alla distanza indicata nell’articolo: 130 kiloparsec sono troppi, anche per Gaia».

«Siamo dunque rimasti molto sorpresi», continua la ricercatrice, «perché la galassia scoperta dovrebbe avere oggetti tipo RR Lyrae di magnitudine 21: troppo debole per Gaia, purtroppo. Quindi abbiamo rifatto i calcoli e ci siamo accorti che, nel calcolare la distanza delle RR Lyrae, gli autori hanno sbagliato un segno – mettendo un più al posto di un meno. In tal modo hanno reso le RR Lyrae intrinsecamente più brillanti di quello che dovevano essere: di una magnitudine, sostanzialmente».

L’aspetto più curioso dell’intera vicenda è che senza questo errore – segnalato da Clementini e Ripepi agli autori dello studio e prontamente riconosciuto, come ha confermato via email Belokurov a Media Inaf – questa nuova galassia dalle caratteristiche insolite – da ultra diffuse galaxy – descritte dagli autori nell’articolo forse non sarebbe stata scoperta. «Quando hanno trovato le quattro RR Lyrae e hanno visto che avevano gli stessi moti propri», ricostruisce Clementini, «si sono detti: andiamo a vedere – poiché in genere, quando ci sono delle RR Lyrae, sotto c’è una galassia, o è facile che ci possa essere, perché quasi tutte le galassie nel gruppo locale contengono questo tipo di stelle variabili. E sono andati a vedere usando immagini di archivio più profonde. Prendendo i dati da un’altra survey, DECam, hanno così identificato quella che potrebbe essere la galassia cui quelle RR Lyrae apparterrebbero».

Insomma, la “galassia fantasma” è stata scoperta per caso: solo perché le RR Lyrae – che senza quell’errore nel calcolo della magnitudine non avrebbero probabilmente attirato l’attenzione – forse sono casualmente in quella direzione. Colpo di fortuna a parte, ciò che conta è ora capire se la correzione sulla distanza delle RR Lyrae può avere qualche conseguenza sulla caratterizzazione di Antlia 2. «Ritengo che l’errore sulla distanza delle RR Lyrae non abbia alcun impatto sulle proprietà della galassia nana», sostiene Belokurov, «perché non abbiamo utilizzato la RR Lyrae per misurare la distanza da Antlia 2: il calcolo è stato fatto utilizzando le stelle blu del ramo orizzontale (blue horizontal branch stars) identificate dalle immagini di campo profondo della survey DECam».

Negli ultimi giorni c’è stato un ulteriore scambio di email con gli autori del paper sulla scoperta di Antlia 2, che stanno preparando una nuova versione in cui correggono l’errore fatto nel calcolo della distanza delle RR Lyrae identificate da Gaia. Ora convengono che esse si trovano a circa 80 kiloparsec (pari a 260mila anni luce, quindi circa 50 kiloparsec – o 160mila anni luce – più vicine della distanza che hanno stimato per Antlia 2 usando le blue horizontal branch stars), racconta Clementini a Media Inaf, ma ipotizzano che appartengano comunque ad Antlia 2 e che facciano parte dell’estremità a noi più vicina di una nube di detriti mareali che fuoriesce dalla galassia.

Ma la discussione su questo oggetto dalle caratteristiche insolite continua.

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Stelle “Neanderthal” nella Via Lattea

Rappresentazione artistica della fusione tra la galassia Gaia-Encelado e la nostra Via Lattea, avvenuta durante le prime fasi di formazione della galassia, 10 miliardi di anni fa. Crediti: Esa; Koppelman, Villalobos and Helmi; Nasa/Esa/Hubble

Circa dieci miliardi di anni fa, quando la Terra ancora non esisteva e il Sole nemmeno, alla nostra galassia, la Via Lattea, è accaduto qualcosa. Qualcosa di grosso: un incontro traumatico del quale ancora porta i segni. Segni assai difficili da afferrare, soprattutto per noi che nella Via Lattea ci siamo dentro fino al collo. E infatti non ce n’eravamo mai accorti prima, benché sia una storia vecchia, appunto, miliardi di anni. Per riuscire a rendersene conto sono stati necessari i dati raccolti dal telescopio spaziale Gaia dell’Esa nei suoi primi 22 mesi di osservazioni. In particolare, i dati di quei sette milioni di stelle per le quali sono disponibili informazioni complete su velocità e posizione. Ebbene, alcune di queste stelle, circa trentamila, hanno tratti e comportamenti anomali: sono stelle decisamente fuori dagli schemi, compreso lo schema stellare per eccellenza, il diagramma Hertzsprung-Russell. E vanno contromano.

«Ci siamo accorti che un numero sorprendentemente alto di stelle nelle vicinanze del Sole si sta muovendo nella direzione opposta rispetto a quella di rotazione del disco della Galassia. Questo ci ha insospettito sulla loro origine, perché stelle nate nella Via Lattea tendono a muoversi nello stesso senso della rotazione del disco», spiega a Media Inaf Davide Massari, ricercatore all’università di Groningen e coautore di uno studio pubblicato questa settimana su Nature. «La conferma che queste stelle hanno una diversa origine è venuta dalla loro chimica. Le stelle del disco della Via Lattea hanno abbondanze di elementi alpha (come calcio, silicio e titanio) elevate fino alle metallicità tipiche del Sole. Le stelle con il moto peculiare, invece, iniziano a mostrare basse abbondanze di elementi alpha già a metallicità molto inferiori a quelle del Sole. Questo significa che si sono formate in un ambiente completamente diverso, con un tasso di formazione stellare basso, che è tipico delle galassie nane esterne alla Via Lattea».

La posizione in cielo delle stelle di Gaia-Encelado. Crediti: Esa / Gaia / Dpac; A. Helmi et al. 2018

Per avere la certezza che l’ambiente completamente diverso al quale fa riferimento Massari fosse proprio un’altra galassia, i ricercatori del suo team – avvalendosi dei dati di Gaia – hanno messo a punto una simulazione in grado di riprodurre gli effetti di un incontro e unione fra galassie. I risultati hanno fugato ogni dubbio.

«L’insieme di stelle che abbiamo individuato con Gaia ha tutte le caratteristiche che ci si attende da quel che resta di una fusione galattica», spiega la prima autrice dello studio, Amina Helmi, dell’università di Groningen. Gli astronomi hanno chiamato questa galassia Gaia-Encelado, dal nome di uno dei giganti dell’antica mitologia greca figli di Gaia (la Terra) e di Urano (il Cielo). «Secondo la leggenda, Encelado fu sepolto sotto l’Etna, in Sicilia, e sarebbe il responsabile dei terremoti che avvengono in quella regione», ricorda Helmi. «In modo simile, le stelle di Gaia-Encelado erano sepolte a fondo nei dati di Gaia, e hanno scosso la Via Lattea, portando alla formazione del suo disco spesso».

Il “disco spesso” – o thick disc, per distinguerlo dal “disco sottile” dei bracci a spirale, il thin disc – del quale parla Helmi è una struttura di qualche migliaia d’anni luce di profondità che ospita circa il 10-20 per cento di tutte le stelle della nostra galassia, e sulle sue origini c’erano molte perplessità. Ma la nuova scoperta aiuta a far luce anche sulla storia di questa struttura.

Davide Massari, 31 anni, ricercatore originario di Fidenza, in provincia di Parma, oggi all’Università di Groningen (Paesi Bassi), coautore dello studio guidato da Amina Helmi pubblicato su Nature

«L’ultimo pezzo del puzzle riguarda l’età delle stelle», aggiunge a questo proposito Massari. «Alcune delle stelle appartenenti alla galassia nana che è stata “cannibalizzata” dalla Via Lattea sono più giovani delle stelle del disco galattico. Questo significa che il disco – o almeno il suo progenitore – era già al suo posto quando la galassia nana è stata inglobata: ecco perché questo evento ha perturbato il disco, rendendolo simile a come lo vediamo oggi».

La ricerca di Helmi e colleghi è anche riuscita a fornire un parziale identikit di Gaia-Encelado: doveva trattarsi sì di una galassia nana, ma non piccolissima: la massa doveva essere grosso modo pari a quella di una delle due Nubi di Magellano, piccole galassie satelliti della Via Lattea. Non solo: poiché all’epoca della fusione la stazza della Via Lattea era assai più modesta di quanto non sia ora, i ricercatori hanno calcolato che il rapporto fra quest’ultima e Gaia-Encelado dovesse essere di circa quattro a uno. Insomma, fu una bella botta, della quale tutt’ora si vedono le cicatrici.

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In questo video dell’Esa, una simulazione dell’incontro galattico:

C’è un buco nel diagramma Hertzsprung-Russell

Diagramma H-R che mostra molte delle stelle conosciute della nostra galassia, la Via Lattea. Crediti: Eso

Il diagramma di Hertzsprung-Russell (H-R) è un grafico che mette in relazione la temperatura effettiva di una stella e la sua luminosità (o anche l’indice di colore e la magnitudine, nella sua versione osservativa conosciuta come diagramma colore-magnitudine), entrambe dipendenti strettamente dalle caratteristiche intrinseche della stella (massa, età e composizione chimica). Rappresenta uno degli strumenti più importanti nell’astronomia stellare e fornisce informazioni fondamentali su molti tipi di stelle, in quanto da esso è possibile ricavare quantità dalle quali dipende la posizione della stella nel diagramma stesso: dimensioni, metallicità e, naturalmente, lo stato evolutivo. Il diagramma di Hertzsprung-Russell è una specie di “ritratto di famiglia” delle stelle presenti nella nostra galassia e permette di confrontare “a colpo d’occhio” stelle come il Sole, Altair, Alpha Centauri, Betelgeuse, la stella polare e Sirio.

Un recente studio pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal Letters, guidato da astronomi della Georgia State University e basato su misurazioni presentate nella seconda release dei dati di Gaia (Dr2), riporta come sia stato trovato un sottile gap nel diagramma H-R, ossia una stretta striscia (circa 0.05 magnitudini) meno popolata di stelle localizzata nella regione caratteristica delle stelle nane rosse, che sono molto più piccole e più fredde del Sole, ma rappresentano tre stelle su quattro nei dintorni della nostra stella. Questa scoperta parrebbe fornire nuove informazioni sulla struttura interna delle stelle di bassa massa presenti nella Via Lattea. Il gap è stato riscontrato in campioni estratti dalla Dr2, a varie distanze, e non riguarda solo la fotometria di Gaia, bensì appare anche quando si utilizza la fotometria near-Ir (Nir), ovvero nel vicino infrarosso. Gli autori suggeriscono che abbia un’origine astrofisica collegata al modo in cui viene trasferita l’energia all’interno della stella: potrebbe indicare dove si verifica il cambiamento interno nella struttura delle stelle, evidenziando dove le stelle passano dall’essere più grandi e per lo più convettive, con uno strato radiativo sottile, a essere più piccole e completamente convettive. Ricordiamo che radiazione e convezione sono due modi per trasferire energia dall’interno di una stella alla sua superficie: il trasferimento radiativo, nel quale l’energia si trasferisce attraverso lo spazio per irraggiamento, e il trasferimento convettivo nel quale l’energia viene trasferita da un luogo ad un altro attraverso il movimento del fluido.

Porzione del diagramma H-R delle stelle della Dr2 entro 100 parsec, nella quale è evidente il sottile gap che attraversa la sequenza principale a magnitudine circa 10. Crediti: The American Astronomical Society/ESA/Gaia/DPAC/Georgia State University

Nel 2013, l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha lanciato il satellite Gaia per fare un censimento delle stelle della nostra galassia e creare una mappa tridimensionale. Nell’aprile 2018, l’Esa ha rilasciato i risultati di questa missione: una mappa di oltre un miliardo di stelle presenti nella Galassia, un numero 10.000 volte superiore al numero di stelle fino ad allora conosciute, con una stima molto accurata della loro distanza. Il gruppo di ricerca guidato dalla Georgia State University ha tracciato quasi 250.000 di queste stelle sul diagramma H-R ed è stato in grado di rivelare il gap. «Siamo stati piuttosto entusiasti nel vedere questo risultato, che ci fornisce nuovi spunti sulla struttura e sull’evoluzione delle stelle», ha affermato Wei-Chun Jao, primo autore dello studio e astronomo del Dipartimento di Fisica e Astronomia alla Georgia State University. Il team sta ora cercando di capire il perché di questo gap. Usando i risultati di un modello teorico computerizzato che simula l’attività all’interno delle stelle, sembra che il gap sia correlato a un cambiamento di struttura (diminuzione del raggio) che si verifica nella regione di transizione tra stelle parzialmente convettive e stelle completamente convettive.

Satellite Gaia. Copyright: ESA/Gaia/DPAC

Media Inaf ha chiesto un commento a Antonella Vallenari, astronoma dell’Inaf presso l’ Osservatorio Astronomico di Padova, esperta nello studio delle popolazioni stellari risolte e membro del team di Gaia dal 1999. «La precisione della astrometria di Gaia è incredibile: solo guardando i dati, senza analisi sofisticate, si possono fare scoperte entusiasmanti. La posizione di una stella nel diagramma H-R indica la sua massa. La natura vera di questo gap deve ancora essere capita interamente, ma potrebbe essere dovuta al fatto che stelle più brillanti del gap hanno un core convettivo e un piccolo inviluppo radiativo, mentre le stelle più deboli sono interamente convettive. La presenza del gap indicherebbe questo cambiamento nella struttura della stella. I modelli stellari hanno problemi a riprodurre queste stelle, e non prevedono la presenza di questo gap. La scoperta di questo gap ci dimostra che ci sono aspetti nella evoluzione delle stelle che non abbiamo ancora compreso pienamente ed è solo una delle scoperte che ci aspettiamo da Gaia».

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