Con Themis Phobos viene alla luce

I colori in questa immagine della luna marziana Phobos indicano una gamma di temperature superficiali rilevate osservando la luna il 29 settembre 2017, con la telecamera Thermal Emission Imaging System (Themis) sulla sonda Mars Odyssey della Nasa. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU

Utilizzando le ottiche della camera Thermal Emission Imaging System (Themis) a bordo della sonda Mars Odyssey, la Nasa ha potuto osservare nel dettaglio la luna Phobos, il più grande dei due satelliti naturali di Marte (circa 22 chilometri di diametro). L’osservazione è durata “solo” 18 secondi ed è stata effettuata lo scorso 29 settembre nelle lunghezze d’onda del visibile e dell’infrarosso. I dati hanno permesso di produrre un’immagine a colori che mappa la gamma di temperature superficiali della luna marziana.

La sonda Mars Odyssey si trova attorno a Marte da 16 anni, ma questa è la prima volta che è stato possibile fotografare Phobos con Themis.

La camera a bordo di Mars Odyssey ha osservato la luna da prima dell’alba al mattino (relativamente all’orario di Phobos), mostrando come cambia la temperatura superficiale col passare del tempo. Victoria Hamilton (Southwest Research Institute) ha detto: «Man mano che si passa dalla zona di prealba a quella mattutina, si può osservare la variazione della temperatura. Se si riscalda molto rapidamente, è probabile che la superficie non sia molto rocciosa bensì polverosa». La temperatura dipende, infatti, dalla struttura geologica superficiale della luna.

Questa serie di immagini è stata scattata nelle lunghezze d’onda dell’ottico dalla fotocamera Themis a bordo di Mars Odyssey della Nasa quando ha “scansionato” la luna marziana Phobos il 29 settembre 2017. L’osservazione è durata 18 secondi e il movimento della luna è solo apparente. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU

Osiris-Rex passa, Cassini la osserva

L’animazione raccoglie 10 immagini consecutive da 30 secondi di posa ciascuna, prese nel filtro R di Johnson-Cousins. La sonda OSIRIS-REx appare nelle immagini come un puntino che “solca” in diagonale il campo stellare. Crediti: Istituto nazionale di astrofisica.

Ha salutato la Terra per l’ultima volta prima di fuggire lontana nello spazio alla conquista dell’asteroide Bennu. La sonda Nasa Osiris-Rex, complicato acronimo che sta per Origins Spectral Interpretation Resource Identification Security Regolith Explorer, ha completato un’orbita attorno al Sole approfittando della Terra come fionda gravitazionale per raggiungere la sua destinazione finale.

Mai così vicina dal 9 settembre 2016, quando la sonda ha lasciato la rampa di lancio di Cape Canaveral in direzione dello spazio siderale. E fra i pochissimi che sono riusciti a intercettare la sonda nella sua traiettoria di avvicinamento alla Terra a una distanza oltre la Luna, circa 450mila chilometri, c’è il telescopio Cassini di Loiano, frutto di una collaborazione fra l’Istituto nazionale di Astrofisica e l’Università di Bologna.

«Cassini non è nuovo a queste “chicche” spaziali e anche questa volta non ha deluso le aspettative», spiega Alberto Buzzoni dell’Istituto nazionale di astrofisica. La sonda Nasa ha portato a termine la manovra di flyby sulla Terra lo scorso 22 settembre. L’astronave è entrata nella zona di influenza gravitazionale del nostro pianeta nel corso della notte del 19 settembre, per poi sfiorarne la superficie nel pomeriggio del 22 sorvolando l’Antartide a una quota di 17mila chilometri, ben al di sotto della quota a cui troviamo i satelliti televisivi geostazionari o quelli delle reti di posizionamento globale.

«La notte del 21 settembre, insieme al mio team di Space Situational Awareness, siamo riusciti a osservare la manovra di avvicinamento finale della sonda Nasa che, con avendo grossomodo le dimensioni di un camper da turismo, è stato facile intercettare nella sua rotta di avvicinamento alla Terra», spiega Buzzoni. «Il telescopio Cassini ha seguito la sua corsa nel cielo per quattro ore consecutive portando a termine misure di astrometria di precisione della traiettoria, fotometria Bvri e spettroscopia di riflettanza ottica in bassa risoluzione. Parte di questi dati raccolti è in corso di processamento all’Esrin di Frascati a contributo del controllo delle operazioni di flyby e per valutare eventuali correzioni d’orbita da apportare nel proseguo della missione».

Osiris-Rex è fra le missioni selezionate nell’ambito del programma New-Frontiers e promette di riportare a Terra il primo campione di un asteroide prelevato “in vivo”. Se tutto va bene potremmo averlo qui per il 2023.

La rilevanza di Bennu, un membro della famiglia Apollo e delle dimensioni di circa 500 metri, sta nel fatto che, fra quelli che sono conosciuti come Near Earth Object (NEO), viene ritenuto potenzialmente pericoloso. Esiste insomma una remota ma non disprezzabile probabilità che possa caderci “in testa” nei prossimi due secoli. Per scongiurare definitivamente questa catastrofica evenienza, vien da sè, è determinante raccogliere informazioni sulla composizione fisica dell’asteroide da cui dipendono effetti dinamici non gravitazionali piccoli ma potenzialmente decisivi per determinare nel dettaglio l’evoluzione della sua orbita.

Si tratta insomma di una missione estremamente ambiziosa. E non dimentichiamo che Bennu potrebbe anche mostrarci per la prima volta quale sia l’origine della materia organica che più di quattro miliardi di anni fa, cadendo sulla Terra, ha dato l’avvio alla nascita della vita sul nostro pianeta. È un asteroide ricco di carbonio e rimasto praticamente inalterato dalla formazione del Sistema Solare.

Guarda il servizio video su MediaInaf TV:

Luna: trovato il sito dello schianto di Smart-1

Il sito d’impatto della sonda Smart-1. Le immagini sono state scattate dal Lunar Reconnaissance Orbiter. Crediti: P Stooke/B Foing et al 2017/ NASA/GSFC/Arizona State University

Sono passati 11 anni e qualche giorno dall’interruzione delle comunicazioni con la sonda europea Smart-1, partita per l’orbita lunare il 27 settembre 2003 dalla Guyana Francese. La missione dell’Esa è stata guidata allo schianto sulla Luna alla velocità di circa 2 chilometri al secondo. Finalmente gli “investigatori lunari” sono riusciti a rilevare la posizione esatta della carcassa di Smart-1 e lo hanno comunicato durante lo European Planetary Science Congress (EPSC) appena concluso a Riga (Lettonia).

Le coordinate sono 34.262° sud e 46.193° ovest e corrispondono al target fissato inizialmente dal team: la sonda si sarebbe schiantata nei pressi della regione denominata Lacus Excellentiae (Lago dell’Eccellenza). Il sito di impatto di Smart-1 è stato scoperto da Phil Stooke, della Western University, utilizzando le immagini ad alta risoluzione del Lunar Reconnaissance Orbiter (Lro) della Nasa. Le foto ci mostrano un segno lineare in superficie, largo circa quattro metri e lungo 20 metri, che attraversa un cratere precedente all’arrivo della sonda.

Bernard Foing, project scientist della missione, ha provato a descrivere i momenti dello schianto: «Smart-1 è atterrato rimbalzando a 2 chilometri al secondo. All’epoca non esistevano altre navicelle spaziali in orbita che ci potessero restituire una visione ravvicinata dell’impatto, e trovare la posizione esatta è diventato un caso irrisolto per più di 10 anni. Abbiamo usato tutti i possibili telescopi della Terra, dati e modelli computerizzati per identificare il sito esatto e abbiamo finalmente trovato le cicatrici. Il prossimo passo sarà quello di inviare un robot per esaminare i resti del corpo della navicella spaziale e le “ali” degli array solari».

 

 

Asteroidi come comete: Hubble ci vede doppio

Il telescopio spaziale Hubble è riuscito a fotografare un sistema binario di asteroidi. Le caratteristiche dell’oggetto sono molto simili a quelle di una cometa, quindi un alone luminoso (chioma) di materiale gassoso e una lunga coda di polvere. La coppia asteroidale è stata catalogata con la sigla 288P ed è stata osservata nel settembre 2016 poco prima che l’asteroide passasse vicino al Sole. Crediti: NASA, ESA, and J. Agarwal (Max Planck Institute for Solar System Research)

Se si osservano bene queste immagini scattate dal telescopio spaziale Hubble, si nota subito che il protagonista della foto è un asteroide, o al massimo una cometa. E invece… nulla di tutto ciò, o quasi. Si tratta, infatti, di una coppia di asteroidi che orbitano l’una accanto all’altro nella Fascia principale degli asteroidi (cioè quella regione del Sistema solare tra Marte e Giove), ma che hanno molte caratteristiche in comune con le comete. Non s’era mai visto prima nulla di simile!

La coppia asteroidale 288P è stata immortalata un anno fa, nel settembre 2016, durante le fasi cruciali dell’avvicinamento massimo al Sole. «Abbiamo rilevato importanti prove di sublimazione del ghiaccio causata dal calore del Sole, proprio come accade alla coda di una cometa», ha spiegato Jessica Agarwal (Max Planck Institute for Solar System Research, Germania), prima autrice dello studio pubblicato su Nature. Insomma, arrivando nei pressi del Sole, l’asteroide ha cominciato a comportarsi come una cometa: il ghiaccio ha cominciato a evaporare formando la tipica coda cometaria.

288P è un oggetto unico: è il primo asteroide binario noto finora che è anche stato classificato come una cometa della cintura principale. Ma come si è formata questa coppia asteroidale? Sullo studio si legge: «Gli asteroidi sono corpi primitivi del Sistema solare che si evolvono sia per collisione che per distruzione derivata dalla loro rapida rotazione. Questi processi possono portare alla formazione di asteroidi binari e al rilascio della polvere. In un sottoinsieme degli asteroidi chiamati “comete della cintura principale”, la sublimazione di volatili provoca attività transitorie tipiche delle comete».

I due oggetti orbitano a una distanza di 100 chilometri l’uno attorno all’altro e hanno più o meno la stessa forma e massa. Queste caratteristiche rendono 288P unico tra i rarissimi casi di asteroidi binari nel Sistema solare.

Analizzando diversi elementi, come lo spesso mantello di polvere che ricopre il ghiaccio, gli esperti hanno ipotizzato che questo bizzarro oggetto doppio esista da pochissimo, “soli” 5000 anni. Come si è formato? È probabile che sia il risultato di una separazione avvenuta a seguito dell’eccessiva velocità di rotazione dell’asteroide originale.

Per saperne di più:

  • Leggi l’articolo pubblicato sulla rivista Nature “A binary main-belt comet”, di Jessica Agarwal, David Jewitt, Max Mutchler, Harold Weaver e Stephen Larson