Spegniamo le luci, accendiamo il cielo

01.03.2019

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Si parte alle 18:30 con le studentesse e gli studenti, che presenteranno i loro lavori di educazione ambientale su risparmio energetico e sostenibilità. Poi sarà il turno di Nino Boeti, presidente del Consiglio regionale del Piemonte, che alle 19.00 illustrerà la nuova legge regionale sull’inquinamento luminoso. A seguire, si festeggia al buio, con lo spettacolo “Spegniamo le luci, accendiamo il cielo” (alle 19:30 e alle 21), l’ApeRicena antispreco (alle 20, su prenotazione) e infine, se il tempo lo consente, le osservazioni guidate del cielo con i telescopi dell’Osservatorio astrofisico dell’Inaf di Torino. Accade questa sera, venerdì primo marzo, al Planetario di Pino Torinese, nell’ambito delle iniziative di “M’illumino di meno”, l’appuntamento annuale con il risparmio energetico ideato nel 2005 dalla trasmissione radiofonica Caterpillar di Rai Radio2.

«Abbiamo pensato di proporre alla comunità locale un momento di riflessione sul tema del risparmio energetico e di uno stile di vita sostenibile, oltre che sul problema dell’inquinamento luminoso che come astronomi ci coinvolge direttamente. Le luci della vicina città di Torino, da cui l’osservatorio astronomico fuggì ormai più di cento anni fa a causa dell’incremento dell’illuminazione pubblica, ci hanno inseguito fin qui, e riteniamo che non sia più possibile ignorare il problema», ricorda Daniele Gardiol, coordinatore per la didattica e la divulgazione all’Inaf Osservatorio astrofisico di Torino. «Abbiamo coinvolto l’Istituto scolastico di Pino Torinese, che parteciperà in massa con i bambini delle scuole materne, pensiamo sia fondamentale rivolgere un messaggio positivo alle giovani generazioni. Il Consiglio regionale del Piemonte, che patrocina l’iniziativa, ha da poco aggiornato la legge sull’inquinamento luminoso, e anche questo sarà tema della serata. Seguirà naturalmente un bellissimo spettacolo nel nostro Planetario, e visto il bel tempo l’osservazione degli astri al telescopio. Le prenotazioni all’ApeRicena sostenibile registrano il tutto esaurito, ci aspettiamo un afflusso di pubblico notevole, e la cosa non può che farci piacere».

«L’Amministrazione è da sempre molto attenta alla sensibilizzazione nei confronti della protezione ambientale», aggiunge il sindaco di Pino Torinese, l’architetto Alessandra Tosi, «e un particolare riguardo ci è naturalmente dovuto, come “paese delle stelle”, nei confronti del cielo e del contenimento dell’inquinamento luminoso. Siamo dunque molto contenti di essere a fianco di Osservatorio e Planetario nell’organizzazione di questa iniziativa rivolta in particolare alle nuove generazioni, con cui collaboriamo sempre su questi temi, che vede il coinvolgimento attivo dell’Istituto comprensivo, e ringraziamo il Consiglio regionale del Piemonte per il suo intervento».

Astromundi, sabato la notte bianca a Palermo

10.03.2018, ore 19:00

Astromundi è l’evento-happening con lo sguardo all’insù, organizzato dalla Fondazione Federico Secondo con l’Inaf – Osservatorio astronomico di Palermo nell’ambito della Notte Bianca Unesco con un leitmotif che lega i due soggetti organizzatori: fruizione e tutela sia del patrimonio storico-culturale, sia del patrimonio naturale del cielo. Si terrà il 10 marzo dalle 19 alle 24 (ultimo ingresso alle 23, ingresso gratuito) con accesso da Piazza Indipendenza.

La Fondazione Federico II, nell’ambito dell’iniziativa concepita da Unesco Sicilia, renderà il complesso monumentale di Palazzo Reale visitabile gratuitamente fino a tarda sera. Ma non si tratterà soltanto di un’apertura prolungata. Astromundi è infatti una notte poliedrica con spazio alla cultura, all’astronomia, alla musica ma anche all’arte e al restauro. Sarà possibile visitare ogni angolo del Palazzo, dalla Cappella Palatina agli appartamenti reali fino ai giardini, osservare le stelle con il telescopio, ammirare da vicino delle meteoriti, vivere un’esperienza sensoriale musicale a cura degli stessi scienziati. Ma lo spettacolo inizierà già all’esterno con la proiezione di un video-mapping sulla grande facciata del Palazzo, interamente dedicato a Federico II ed alla Cappella Palatina, attraverso immagini che raccontano i luoghi e la loro storia in 3D, mostrando i dettagli dei mosaici.

Il pubblico potrà visitare la Cappella Palatina, dove un gruppo di studiosi del Corso di conservazione e restauro dei beni culturali dell’Università di Palermo mostrerà dal vivo i materiali utilizzati per mosaici e pavimenti con saggi di prova. Il tutto con l’ausilio di alcuni video realizzati dagli stessi studenti. Sarà proiettato anche un video sul restauro della Cappella prodotto da Arte France.

L’artista Vittorio Correnti racconterà invece la “sua” Cappella Palatina, che sarà esposta all’interno di una teca. Si tratta di un piccolo gioiello della cartotecnica che pesa soli 20 grammi e fa parte di una serie di art-shop che riproducono alcuni tra i siti siciliani di maggiore rilievo. Questi oggetti d’arte hanno già ricevuto numerosi apprezzamenti dalla critica.

Nei Giardini Reali gli astronomi dell’Inaf – Osservatorio astronomico di Palermo metteranno a disposizione del pubblico due telescopi con i quali effettuare osservazioni del cielo. Si potranno vedere, a seconda delle condizioni meteo, gli ammassi stellari più brillanti, come le Pleiadi, la Nebulosa di Orione e alcune stelle doppie.

Al primo piano, è prevista la visita degli Appartamenti Reali, di Sala d’Ercole, e soprattutto un ricco momento astronomico, musicale e multimediale a cura dell’Inaf – Osservatorio astronomico di Palermo in Sala Mattarella e della Fondazione Gal Hassin – Centro Internazionale per le Scienze Astronomiche Isnello in Sala Pio La Torre.

In Sala Mattarella, Angelo Adamo, astronomo-musicista, proporrà dal vivo con l’armonica brani di Bach e Debussy, introducendo ogni brano in un contesto astronomico. Il pubblico avrà la possibilità di osservare una selezione di immagini astronomiche e di discuterne con astronomi e divulgatori. Contestualmente verrà presentato in anteprima il nuovo video dell’Osservatorio astronomico e del Museo della Specola. Ci sarà modo di parlare anche di inquinamento luminoso e del diritto ad un cielo pulito, sancito nella Dichiarazione in difesa del cielo notturno e del diritto alla luce delle stelle, adottata dall’Unesco.

In Sala Pio La Torre ancora spazio all’astronomia. Saranno esposti cinque meteoriti forniti dalla Fondazione Gal Hassin. Per ulteriori informazioni: 091.6262833.

Guarda su MediaInaf Tv la playlist con Angelo Adamo che suona Bach ai telescopi:

 

Scarabei incolonnati lungo la Via Lattea

Ricercatori intenti a studiare il comportamento notturno dello scarabeo stercorario. Crediti: Chris Collingridge

Numerosi studi portati avanti finora sembrerebbero dimostrare che la volta celeste – a prescindere dai corpi più luminosi come il Sole e la Luna, dunque solo tramite le stelle e la Via Lattea – sia in grado di essere usata dagli animali come una vera e propria bussola.

L’orientamento notturno degli animali è studiato da tempo un po’ in tutto il mondo, tuttavia alcuni fra i ricercatori più autorevoli in questo campo provengono dall’Università di Lund, in Svezia. In un articolo pubblicato sui Proceedings of the Royal Society B (dove ‘B’ sta per biological sciences), il ricercatore James Foster, insieme ad altri colleghi, ha provato a verificare lo “stato dell’arte” di questo argomento, cercando di individuare gli aspetti più interessanti per indirizzare le ricerche future.

La notte, oltre che consiglio per noi umani, porta dunque non pochi vantaggi anche ad alcune specie di animali. I motivi sono tanti, tutti molto validi e chiari anche per i non specialisti.

Di notte, infatti, ci sono in giro molti meno parassiti che di giorno, e lo stesso vale per i predatori che minacciano gli animali più nottambuli. Ma ancora più importante, secondo i ricercatori svedesi, è che di notte ci sono meno competitor per il cibo. Non ultimo, poi, arriva il fattore climatico: di notte c’è più fresco e si può lavorare meglio, esattamente come fanno gli agricoltori o i pastori che si alzano alle quattro del mattino per finire di mungere prima dell’alba. Questo fattore è determinante specialmente per gli uccelli migratori o per gli animali che cercano cibo in aree vaste e dispersive: per queste specie le ore più fredde della notte sono preferibili rispetto al calore del giorno per una questione di risparmio di energia.

Un fattore determinante che consente a questi animali di viaggiare di notte è che riescono a mantenere la rotta anche nel buio. O quasi. Gli uccelli migratori – le cui rotte vanno dal nord al sud e viceversa in base alle temperature di una certa latitudine – sovente partono al tramonto e fanno inizialmente affidamento sulla loro bussola magnetica, ma sembra che di notte riescano a orientarsi utilizzando una specie di “bussola stellare”. Non è stato dimostrato, tuttavia, che siano in grado di stabilire la loro posizione nel globo grazie alle stelle (l’uomo c’è riuscito solo negli ultimi secoli), né che possano cambiare le stelle di riferimento una volta superato l’equatore durante le migrazioni.

Lo scarabeo stercorario, invece, non usa singole stelle. Nel suo vagabondare notturno fa affidamento sulla luce espansa generata dalla Via Lattea che contrasta con il cielo scuro sullo sfondo. Gli scarabei, come la maggior parte degli insetti, non vedono dunque singoli astri ma “aloni” ben riconoscibili che consentono loro di muoversi nell’oscurità.

La differenza – secondo Foster – sta nelle strutture stesse degli apparati ottici dei diversi animali: «Gli animali con gli occhi a bulbo (come noi umani, ndr) possono riconoscere le singole stelle. Gli insetti, che hanno gli occhi composti da numerose celle, probabilmente non possono, ma crediamo che possano interpretare il cielo stellato e la Via Lattea come motivi luminosi».

In ultimo, il team di Foster ha individuato anche alcuni potenziali sviluppi di questo ambito di ricerca. «Ad oggi sappiamo molto poco sulla capacità degli animali d’interpretare il cielo notturno. Per esempio, nessuno ha ancora stabilito se, e come, gli uccelli migratori cambino i loro punti di riferimento nel cielo notturno quando superano l’equatore», spiega Foster. «Penso che le nuove tecnologie, come le telecamere ultrasensibili, ci permetteranno di scoprire molte altre specie che usano i cieli stellati per orientarsi».

Val la pena rimarcare un aspetto sempre più comune nelle ricerche degli ultimi anni: l’interdisciplinarietà della scienza. Questo studio ha infatti coinvolto numerose discipline come la biologia, gli studi comportamentali e l’astronomia, che consentono una visione più ampia rispetto ad uno studio di tipo specialistico e monotematico.

Restano tuttavia molti dubbi sulle reali capacità degli animali in ambito astronomico rispetto ai significati che l’uomo conferisce loro “a posteriori”. Se infatti andassimo a leggerci lo studio nel suo testo originale, e in particolare nelle conclusioni, ci accorgeremmo di come sovente nel testo anche gli autori siano prudenti nel trarre regole certe sul comportamento animale nelle tenebre notturne.

Un esempio? Le foche – messe a nuotare in una vasca posta sotto un planetario digitale in cui veniva proiettato il cielo – hanno dimostrato di saper riconoscere le stelle e di andar loro incontro. Ma per farlo venivano anche ricompensate con dei bei pesci per esserci riuscite. Dunque resta il dubbio se i loro comportamenti fossero realmente dovuti all’orientamento astronomico o se, invece, fossero il frutto di un adattamento ben più terreno e prosaico dovuto alla posizione fisica del ghiotto premio.

Aspettiamoci, in ogni caso, notevoli sviluppi grazie alla sempre migliore risoluzione e miniaturizzazione delle macchine fotografiche che, in un futuro non troppo lontano, saranno in grado di emulare in modo sempre più preciso la visione di ciascun animale preso in esame.

Per saperne di più:

  • Leggi sui Proceedings of the Royal Society B l’articolo “How animals follow the stars“, di James J. Foster, Jochen Smolka, Dan-Eric Nilsson e Marie Dacke

Inquinamento luminoso, dal faro alla finta stella

Immagine notturna dell’Europa illuminata (2016). Crediti: immagine del Nasa Earth Observatory realizzata da Joshua Stevens usando i dati del Suomi Npp Viirs, Miguel Román, Nasa’s Goddard Space Flight Center

Potete dire in tutta onestà di aver avuto la fortuna, negli ultimi anni, di poter osservare il cielo stellato circondati solo dal buio e nient’altro? Sono davvero pochi i luoghi in tutto il globo terrestre dove esiste il buio assoluto, nessun lampione, nessuna lampadina, nessuna macchina di passaggio. Le nostre città sono ormai illuminate in qualsiasi ora del giorno e della notte e l’inquinamento luminoso è un problema che sempre di più sta interessando ricercatori e cittadini. Il tema riguarda gli scienziati, perché il cielo è davvero difficile da studiare se a interferire ci sono le luci delle città (per questo i telescopi vengono costruiti in luoghi remoti del pianeta), ma riguarda anche ognuno di noi, visto che diversi studi hanno provato come le illuminazioni cittadine (anche quelle led a risparmio energetico) possano introdurre non pochi squilibri nel nostro organismo e in quello degli animali.

«In generale, le diverse forme di inquinamento luminoso aumentano la luminosità del cielo notturno. L’effetto finale dipende da un grande numero di fattori, come la presenza di foschie, la nuvolosità, la presenza o meno della Luna in cielo e naturalmente dalla distanza dell’Osservatorio astronomico da queste sorgenti. E non c’è bisogno che siano vicinissime: anche a distanza di centinaia di chilometri possono disturbare le osservazioni più sofisticate», spiega Roberto Ragazzoni, direttore dell’Inaf di Padova.

Il faro Ramses II che illumina il porto di Marghera, Venezia

Prendiamo un esempio molto recente, del quale potete leggere in questi giorni su molti giornali online e blog. Il faro “Ramses II” puntato sul cielo notturno per tre mesi (dal 18 gennaio scorso fino a marzo) ha generato una grande mobilitazione sia da parte della comunità scientifica internazionale degli astronomi che dell’opinione pubblica (cittadini e politici locali). Di cosa si tratta? Voluto dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro per celebrare il centenario di Porto Marghera, il maxi fascio di luce da 72 kilowatt sta a simboleggiare il futuro luminoso dell’area industriale. Per quanto l’iniziativa sia affascinante, fotogenica e di sicuro impatto visivo, c’è chi ha storto il naso pensando alla non sottovalutabile questione della legge regionale sull’inquinamento luminoso. Visibile a oltre 40 chilometri di distanza (alcuni dicono 100), il fascio arriva a 12 chilometri in altezza e a molti vien da chiedersi quanto può costare (in termini economici e ambientali) alla comunità una tale illuminazione notturna.

La protesta ha visto il coinvolgimento di migliaia di cittadini (con una raccolta firme e un esposto depositato alla Procura della Repubblica) e di numerosi esponenti della comunità degli astronomi (in prima fila l’International Astronomical Union) e degli astrofili (con l’Unione astrofili italiani). «Ci stiamo muovendo e abbiamo già fatto una proposta pragmatica», aggiunge Ragazzoni in merito alla vicenda. «Per ora non voglio dire di più, vedremo se e come questa verrà valutata dagli attori in gioco. Abbiamo compreso la natura simbolica del faro di Marghera, ed è sui simboli che vogliamo lavorare».

«Nelle nostre città c’è un oggettivo bisogno di luce, per il traffico, per la sicurezza e anche, perché no, per gustarne la loro bellezza. Lanciare la luce verso lo spazio», osserva il direttore dell’Inaf di Padova, «è però uno spreco per tutte queste necessità. È un caso in cui indirizzare la luce là dove serve davvero rende contenti gli astronomi come i cittadini e gli amministratori. E per i cittadini intendo sia quelli che vivono nel tessuto urbano sia quelli che vogliono godersi lo spettacolo della Via Lattea, fuori mano. Più luce per sicurezza, traffico e per gustare il cielo e la città; meno luce spedita verso il cielo e più energia risparmiata, qualunque sia il soggetto che paga la “bolletta”… Volendo si può fare in modo che vincano tutti».

Peter Beck, amministratore delegato della società Rocket Lab, e il suo “Humanity Star”, un satellite in fibra di carbonio e pannelli che riflettono la luce rilasciato di recente nell’orbita terrestre. Crediti: Rocket Lab, www.thehumanitystar.com

Ma nel resto del mondo le proteste e i malumori non sono molto diversi da quelli nostrani. A scatenare l’ira e i dubbi di molti astrofisici e ricercatori è una particolare sfera chiamata Humanity Star, prodotta e lanciata in orbita (assieme ad altri satelliti) lo scorso 21 gennaio dalla base privata in Nuova Zelanda della startup californiana Rocket Lab. Si tratta di un oggetto simile a una sfera stroboscopica (avete presente quelle da discoteca?), in fibra di carbonio, realizzato per riflettere i raggi solari. Come un grande specchio che compie un’orbita attorno alla Terra ogni 90 minuti, a riflettere la luce sono i 65 elementi triangolari che compongono la struttura geodetica larga circa un metro. La luce lampeggiante può essere visibile da qualunque parte del globo, dicono poeticamente i creatori, e sarà uno degli oggetti più luminosi dei prossimi nove mesi dell’anno (l’oggetto verrà fatto rientrare nell’atmosfera terrestre al termine di questa operazione).

Un oggetto inutile, dicono in molti, anche perché non sembra avere uno scopo prettamente scientifico oltre a quello di riflettere la luce del Sole come se fosse una stella artificiale! Ebbene, oltre a questo commento, astronomi e amatori concordano su altri aspetti negativi del progetto portato avanti dall‘amministratore delegato della società, Peter Beck, come appunto il fatto che Humanity Star si aggiunge alla già folta schiera di ritrovati tecnologici che creano inquinamento luminoso sul nostro pianeta e che inquinano le varie orbite attorno alla Terra (la cosiddetta spazzatura spaziale). Questa sfera in sé non crea particolari problemi, ma il messaggio intrinseco preoccupa gli esperti: in futuro sarà sempre più semplice e meno costoso produrre e lanciare satelliti, lo spazio sarà “commercializzato” e la porzione di cielo che circonda il nostro pianeta potrebbe diventare davvero affollata e contaminata. Ciò è un problema ambientale ma anche pratico, perché gli astronomi che studiano i segreti dell’universo avranno sempre più ostacoli nel loro lavoro. 

Inquinamento luminoso: i led sono sempre utili?

Crediti: Wikimedia Commons

Light Emitting Diodes, meglio noti come led, sono già il presente della moderna illuminazione. Ma sono anche il futuro del nostro pianeta, se vogliamo preservarlo dallinquinamento luminoso? Forse no.

Da qualche anno, ormai, diverse città in tutto il mondo hanno deciso coscienziosamente di rimpiazzare i classici lampioni con luce arancione/giallastra al sodio con delle luci led ad alto risparmio energetico. Sarà per questo che nel 2014 gli inventori dei diodi a emissione di luce blu hanno vinto il Nobel per la fisica. A parte l’evidente utilità nel risparmiare energia, purtroppo sono stato già evidenziate alcune implicazioni significative, anche per la nostra salute, dovute alla transizione a livello mondiale alla luce a led come tecnologia di illuminazione esterna. Di recente, un gruppo di ricercatori guidati da Christopher Kyba (GFZ German Research Centre for Geoscience) ha inoltre ipotizzato che, se da un alto i led contribuiscono a non sprecare energia, la “luce del futuro” potrebbe in realtà incrementare l’inquinamento luminoso che invece si cerca di debellare.

Secondo lo studio pubblicato oggi su Science Advances da Kyba e colleghi, la superficie terrestre illuminata artificialmente di notte è aumentata del 2,2 per cento annuo – sia in luminosità che in estensione – nel periodo che va dal 2012 al 2016. Gli scienziati hanno utilizzato i dati del primo radiometro satellitare progettato appositamente per le luci notturne, Viirs Dnb (Viirs for Visible/Infrared Imager Radiometer Suite), con risoluzione spaziale di 750 metri. Il Viirs Day-Night Band si trova a bordo del satellite Noaa Suomi-Npp e orbita attorno al nostro pianeta dall’ottobre 2011.

Dai dati raccolti si evince che i cambiamenti nell’illuminazione notturna variano notevolmente da paese a paese, superando di gran lunga il limite in alcuni casi, con diminuzioni di luminosità solo in poche nazioni (come lo Yemen e la Siria, entrambi teatri di guerra). In alcune delle nazioni più “brillanti” del mondo, come gli Stati Uniti e la Spagna, la luminosità è rimasta stabile nonostante il passaggio ai led, mentre per la maggior parte delle nazioni in Sud America, Africa e Asia, è stato registrato un drammatico aumento. Nel complesso, i risultati suggeriscono che la domanda globale di luce notturna esterna non è stata ancora soddisfatta e le diminuzioni dei consumi energetici sembrano improbabili, anche se la rivoluzione dell’illuminazione Led era davvero promettente.

Come è cambiata l’illuminazione artificiale notturna sulla Terra. Crediti: Carla Schaffer / AAAS

Confrontando i dati Viirs con le immagini scattate dalla Stazione Spaziale Internazionale è possibile notare che, a volte, viene registrata una diminuzione nell’illuminazione di alcune città anche se queste sono in realtà molto più luminose. Il motivo è che il sensore di Viirs non può “vedere” la luce a lunghezze d’onda inferiori a 500 nanometri (nm), cioè non vede la luce blu. Quando le città sostituiscono le lampadine arancioni con quelle bianche a led, che emettono radiazioni notevolmente al di sotto dei 500 nm, Viirs registra una diminuzione nell’inquinamento luminoso anche se, in realtà, i lampioni emettono molta più luce. In pratica la luminosità notturna della Terra e soprattutto il bagliore del cielo sulle città è in aumento, probabilmente anche nei casi in cui il satellite rileva meno radiazioni. Per questo gli esperti si domandano quanto siano davvero utili i led nell’illuminazione cittadina.

«Ulteriori ricerche e l’esperienza di città come Tucson, Arizona», dice Kyba, «dimostrano che le lampade a led ben progettate permettono di ridurre di due terzi o più l’emissione luminosa senza alcun effetto significativo sulla percezione umana». Tempo fa, per esempio, l’American Medical Association ha proposto di schermare l’illuminazione stradale, controllando o addirittura spegnendo determinate lampadine durante la notte. Altri hanno ipotizzato anche di limitare la temperatura di colore correlata (Cct) a 3000 gradi Kelvin o meno.

Un precedente studio di Kyba aveva mostrato che l’emissione di luce pro capite negli Stati Uniti è da 3 a 5 volte superiore a quella della Germania: per questo lo scienziato ritiene che gli stessi risultati in materia di sicurezza stradale e illuminazione cittadina si possono ottenere anche con un utilizzo meno invasivo della luce. «Si può risparmiare energia e ridurre l’inquinamento luminoso» ha concluso Kyba, a patto che non si reinvesta in ”nuova luce” quello che si risparmia.

Per saperne di più:

Ecco come è cambiata Calgary, Alberta (In Canada), dal 2010 al 2015 solo cambiando l’illuminazione pubblica con i Led in alcune zone della città: