Osservati i primi istanti di vita di una kilonova

Rappresentazione artistica di due stelle di neutroni piccolissime, ma molto dense, sul punto di fondersi e esplodere come kilonova. Crediti: Eso/L. Calçada/M. Kornmesser

Gw 170817 non smette di sorprenderci. Grazie a quella prima rilevazione di un’onda gravitazionale generata durante la fusione di due stelle di neutroni e associata a un breve e debole lampo gamma, è stato possibile “rileggere” i dati riferiti a un lampo gamma osservato nell’agosto 2016, trovando nuove prove della nascita di una kilonova che sarebbe passata inosservata durante le osservazioni iniziali.

Lo studio, pubblicato oggi sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, è stato realizzato da un team guidato dall’italiana Eleonora Troja, ricercatrice del Dipartimento di astronomia dell’Università del Maryland, e vede Roberto Ricci dell’Inaf di Bologna, Andrea Tiengo e Giovanni Novara della Scuola universitaria superiore Iuss di Pavia e associati all’Inaf, tra i co-autori.

Gli astronomi ipotizzano che buona parte dell’oro e del platino presenti sulla Terra si siano formati come risultato di antiche kilonove nate dalla collisione di stelle di neutroni. La fusione rilevata nel 2017 degli osservatori per onde gravitazionali Ligo e Virgo ha dato origine a una kilonova, fornendo la prima prova convincente che le kilonove producono grandi quantità di metalli pesanti e confermando le previsioni teoriche.

Sulla base dei dati rilevati nell’evento del 2017, gli astronomi hanno iniziato a capire meglio come una kilonova dovrebbe apparire a chi la osserva da terra. Troja e il suo team hanno quindi riesaminato i dati riferiti a un lampo di raggi gamma esploso nell’agosto 2016 trovando le tracce di una kilonova che erano sfuggite a una prima analisi delle osservazioni iniziali.

Eleonora Troja, prima autrice dello studio, ricercatrice all’Università di Maryland, e Roberto Ricci, ricercatore all’Inaf  di Bologna

«L’evento del 2016 è stato molto entusiasmante. Era vicino e visibile da tutti i principali telescopi, compreso il telescopio spaziale Hubble della Nasa e dell’Esa. Ma non corrispondeva alle nostre previsioni: ci aspettavamo di vedere l’emissione infrarossa diventare sempre più brillante nell’arco di diverse settimane», dice Eleonora Troja, che ha anche un incarico anche presso il Goddard Space Flight Center della Nasa. «Dieci giorni dopo l’evento, non era rimasto quasi nessun segnale. Eravamo tutti molto delusi. Poi, a un anno di distanza, si è verificato l’evento rilevato con Ligo e Virgo. Abbiamo guardato i nostri vecchi dati con occhi nuovi e ci siamo resi conto di aver visto una kilonova nel 2016. I due eventi coincidevano quasi perfettamente. I dati a infrarossi per entrambi gli eventi hanno luminosità simili ed esattamente la stessa scala temporale».

Secondo Troja, le informazioni raccolte nel corso dell’evento del 2016 non contengono così tanti dettagli quanto le osservazioni dell’evento rilevato da Ligo e Virgo, ma a fare la differenza è la copertura delle prime ore dell’evento, che manca nelle osservazioni dell’evento del 2017. Quei dati hanno rivelato nuove e importanti informazioni sulle prime fasi di vita di una kilonova. Il team ha potuto osservare per la prima volta il nuovo oggetto prodotto dopo la collisione, che non era visibile nei dati dell’evento Ligo/Virgo.

Il Neil Gehrels Swift Observatory della Nasa ha iniziato infatti a monitorare l’evento del 2016, noto come Grb 160821B, a pochi minuti dalla sua rilevazione. Questo ha permesso al gruppo di ricerca di raccogliere nuove informazioni non disponibili per l’evento Ligo/Virgo, che ha avuto inizio solo 12 ore dopo la collisione iniziale.

Le somiglianze tra i due eventi suggeriscono che anche la kilonova del 2016 sia nata dalla fusione di due stelle di neutroni. Le kilonove potrebbero anche essere l’esito della fusione di un buco nero e di una stella di neutroni, ma non è noto se un tale evento potrebbe dare una firma diversa nelle osservazioni a raggi X, infrarossi, radio e luce visibile.

«Il residuo potrebbe essere una stella di neutroni ipermassiva altamente magnetizzata, nota come magnetar, che è sopravvissuta alla collisione e poi è collassata in un buco nero», dice Geoffrey Ryan, postdoctoral fellow dello Joint Space-Science Institute (Jsi), anche lui in forze al Dipartimento di astronomia dell’Università del Maryland e co-autore dell’articolo. «Questo è interessante perché la teoria suggerisce che una magnetar dovrebbe rallentare o addirittura arrestare la produzione di metalli pesanti, che è l’origine della luce infrarossa di una kilonova. La nostra analisi suggerisce che i metalli pesanti sono in qualche modo in grado di sfuggire all’influenza dell’oggetto residuo».

«L’analisi dei dati di questo evento si inserisce nel solco degli studi fatti a seguito di Gw 170817 e arricchisce la nostra comprensione di come avvengono queste grandi esplosioni cosmiche. Il mio ruolo è stato l’analisi dei dati radio del Very Large Array da cui è risultata visibile l’emissione di uno shock inverso nel getto del lampo gamma, non sempre rivelabile in osservazioni di follow-up», sottolinea Roberto Ricci, co-autore dello studio in forze all’Inaf di Bologna.

Il gruppo della Scuola universitaria superiore Iuss di Pavia, che collabora da diversi anni su questi temi con l’Inaf, si è invece occupato dell’analisi dei dati del satellite dell’Esa Xmm-Newton, che hanno permesso di studiare l’emissione di raggi X fino a circa 10 giorni dopo il lampo gamma. «Le osservazioni con Xmm-Newton, insieme a quelle ottenute nella banda radio, sono state fondamentali per caratterizzare l’emissione generata dal getto del lampo gamma, che contamina pesantemente l’emissione della kilonova nella banda ottica e infrarossa. Solo così è stato possibile studiare un segnale davvero pulito», aggiunge Andrea Tiengo.

Troja e i suoi colleghi prevedono di applicare quanto appreso per rivalutare gli eventi passati, migliorando al contempo il loro approccio alle osservazioni future. Sono stati identificati diversi eventi candidati con osservazioni in banda ottica, ma la scienziata è più interessata a eventi che abbiano una forte firma nell’infrarosso, indicatore spia della produzione di metalli pesanti.

«Il segnale infrarosso molto luminoso di questo evento lo rende la kilonova più chiaramente osservata nell’universo lontano», conclude Troja. «Sono molto interessata a come le proprietà della kilonova cambino in base ai diversi progenitori e ai residui finali. Osservando un numero maggiore di questi eventi, possiamo imparare che ci sono molti tipi diversi di kilonove tutti nella stessa famiglia, come sappiamo già essere per le supernove. È davvero entusiasmante poter costruire le nostre conoscenze in tempo reale».

Per saperne di più:

  • Leggi su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society l’articolo “The afterglow and kilonova of the short GRB 160821B, di E. Troja, A. J. Castro-Tirado, J. Becerra González, Y. Hu, G. S. Ryan, S. B. Cenko, R. Ricci, G. Novara, R. Sánchez-Rámirez, J. A. Acosta-Pulido, K. D. Ackley, M. D. Caballero García, S. S. Eikenberry, S. Guziy, S. Jeong, A. Y. Lien, I. Márquez, S. B. Pandey, I. H. Park, T. Sakamoto, J. C. Tello, I. V. Sokolov, V. V. Sokolov, A. Tiengo, A. F. Valeev, B. B. Zhang e S. Veilleux

Con Starlink internet per tutti. Ma a che prezzo?

I primi 60 satelliti di Starlink rilasciati nello spazio il 24 maggio 2019. Crediti: Wikimedia Commons

Giovedì 23 maggio alle 22:30, SpaceX – l’azienda di Elon Musk – ha lanciato 60 satelliti Starlink dalla base di lancio SLC-40 (Space Launch Complex 40) di Cape Canaveral, in Florida. Starlink è una rete satellitare di prossima generazione in grado di connettere il mondo, in particolare le zone che non sono ancora connesse, con servizi Internet a banda larga affidabili e convenienti.

Il primo stadio del Falcon 9, il vettore a due stadi di Space X utilizzato per questa missione, era già stato usato nel settembre del 2018 per la missione Telstar 18 Vantage e nel gennaio del 2019 per la missione Iridium-8. Dopo la separazione, è atterrato magistralmente sulla piattaforma Ocisly (Of course I Still Love You), nell’Oceano Atlantico. Circa un’ora e due minuti dopo il decollo, i satelliti Starlink sono stati rilasciati a un’altitudine di 440 km e successivamente si sono posizionati nell’orbita di esercizio a 550 km di quota. Il filmato del lancio e del rilascio dei satelliti è visionabile sulla pagina di SpaceX.

Questi 60 satelliti rappresentano solo il primo passo per Starlink poiché, per entrare ufficialmente in funzione, i satelliti dovranno essere molti di più. Complessivamente, SpaceX ha in programma di schierare quasi 12mila satelliti entro la metà del 2027: oltre ai 1600 a 550 km, ne sono previsti 2800 in banda Ku (K-under band, frequenze comprese tra 12 e 18 GHz) e Ka (K-above band, frequenze tra i 27 e i 40 GHz) a 1.150 km e 7500 in banda V (frequenze tra 40 e 75 GHz) a 340 km.

Già per l’inizio del 2020 dovrebbero essere numerose le aree del pianeta servite da Starlink, mentre per la copertura completa del servizio bisognerà attendere il 2027. Questa rete di satelliti permetterà di ottenere una copertura mondiale senza precedenti, fornendo connettività anche alle aree particolarmente isolate del pianeta.

Ogni satellite pesa circa 227 kg – non molto rispetto al peso dei classici satelliti usati per le telecomunicazioni – per massimizzare la produzione e inviarne il maggior numero in un singolo lancio. Per regolare la loro posizione sull’orbita, mantenere l’altitudine prevista e per effettuare le operazioni di de-orbiting, i satelliti Starlink dispongono di propulsori a effetto Hall alimentati al krypton, invece del classico xenon, in quanto il costo del krypton è circa il 90 per cento inferiore. Un sistema di navigazione con star-tracker garantisce un preciso puntamento. Le antenne sono piatte, senza parti mobili, e sfruttano la sincronizzazione di fase multipolare per direzionare il fronte d’onda verso l’obiettivo desiderato (phased array). La frequenza di downlink (ossia la frequenza alla quale avviene la trasmissione del segnale verso terra) va da 10.7 a 12.7 GHz, mentre le trasmissioni inter-satellite dovrebbero avvenire a frequenze più alte. Tutti i satelliti sono in grado di tracciare i detriti in orbita, evitando autonomamente la collisione. Inoltre, il 95 percento di tutti i componenti brucerà rapidamente nell’atmosfera terrestre alla fine delle operazioni.

«Sì, è già stato preso in considerazione. Evitiamo l’uso di alcune delle frequenze più basse della banda Ku proprio per la radioastronomia», è intervenuto via Twitter lo stesso Elon Musk in un thread sull’impatto di Starlink sulla radioastronomia (cliccare per seguire il thread)

Viste le bande operative di Starlink, abbiamo intervistato alcuni radioastronomi per capire se possa esserci un impatto sulla scienza.

«Sarà un macello», sorride Jader Monari, ingegnere dell’Istituto di radioastronomia dell’Inaf di Bologna, «specialmente nelle bande K (Ku e Ka) sarà quasi impossibile fare osservazioni. Anche tutti i radiometri da terra che misurano a 22 GHz le colonne di vapore acqueo per esperimenti Vlbi saranno accecati da questi minisatelliti».

Dello stesso parere è Tiziana Venturi, direttrice dell’Istituto di radioastronomia dell’Inaf di Bologna.  «Considerando che si sta andando verso una copertura completa dello spettro radio alle frequenze del GHz», spiega a Media Inaf, «questi satelliti potrebbero decisamente costituire un problema per la radioastronomia. Il Very Large Array, ad esempio, osserva già su tutta la banda tra 1 e 50 GHz; lo European Vlbi Network sta sviluppando un ricevitore che coprirà tutta la banda tra 1.4 e 15 GHz. Di fatto, lo spettro di sincrotrone di oggetti galattici ed extragalattici (ad esempio stelle in tutte le fasi della loro evoluzione e nuclei galattici attivi) presenta emissione in quelle bande, e sarebbe una grossa perdita di informazione se diventassero inaccessibili dalla Terra».

Spacelink, una costellazione di satelliti. Crediti: Arthur J. Villasanta – Fourth Estate Contributor

«Starlink è indubbiamente un progetto molto affascinante dal punto di vista spaziale. Tuttavia, grossi benefici nella connettività globale indubbiamente portano a un inquinamento elettromagnetico che potrebbe rendere difficili sia le osservazioni radio e millimetriche (ad esempio con Alma, che lavora da 35 fino a 950 GHz), sia quelle amatoriali di chi osserva e fotografa il cielo per diletto. Il rischio è di togliere a tutti la possibilità e la bellezza di poter osservare il cielo», conclude Fabrizio Villa, ricercatore dell’Osservatorio di astrofisica e scienza dello spazio dell’Inaf di Bologna.

Insomma, forse sarebbe il caso di chiedere a Elon Musk di costruire una rete di radiotelescopi sulla Luna per poter osservare quello che, da sotto la coperta dei suoi 12mila satelliti, non sarà più possibile osservare dalla Terra.


Integrazione del 01.06.2019: aggiunto un tweet dello stesso Elon Musk sull’argomento

Galassie mai viste nella nuova mappa di Lofar

L’ammasso di galassie Abell 1314 si trova nella costellazione dell’Orsa Maggiore a una distanza di circa 460 milioni di anni luce dalla Terra. L’oggetto ospita emissioni radio su larga scala che sono state causate dalla sua fusione con un altro cluster. Le emissioni radio non termiche rilevate con il telescopio Lofar sono mostrate in rosso e rosa, e l’emissione termica dei raggi X rilevata con il telescopio Chandra è mostrata in grigio, sovrapposta a un’immagine ottica. Crediti: Amanda Wilber/Lofar Surveys Team

Un gruppo internazionale di oltre 200 ricercatori provenienti da 18 paesi, tra cui alcuni dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dell’Università di Bologna, ha pubblicato la prima tornata di articoli riguardanti la fase iniziale di un’importante survey realizzata con il potente telescopio europeo Low Frequency Array (Lofar), la più estesa rete per osservazioni radioastronomiche in bassa frequenza al mondo attualmente operativa. I ricercatori hanno rilevato centinaia di migliaia di galassie finora avvolte nel mistero, gettando nuova luce su molte aree di ricerca tra cui fisica dei buchi neri e lo studio dell’evoluzione degli ammassi di galassie. I primi 25 articoli che descrivono questi risultati (uno degli articoli è a prima firma italiana) sono stati pubblicati oggi in un numero speciale della rivista scientifica Astronomy & Astrophysics.

La radioastronomia permette di studiare aspetti dei fenomeni celesti che non sono accessibili in altre bande. Durante questa prima fase di rilevazioni, le antenne Lofar (25mila, raggruppate in 51 stazioni distribuite al momento in 7 stati europei) hanno osservato un quarto dell’emisfero settentrionale a basse frequenze. Con questi articoli, circa il 10 per cento dei dati viene reso pubblico. Lofar ha tracciato 300 mila sorgenti, quasi tutte galassie nel lontano Universo: i loro segnali radio hanno viaggiato miliardi di anni luce prima di raggiungere la Terra.

Questa immagine mostra come il radiotelescopio Lofar apre una nuova era per lo studio dell’Universo. In grigio è mostrata una porzione di cielo in luce visibile. Le tonalità arancioni mostrano la radiazione radio che viene emessa nella stessa parte del cielo. L’immagine radio sembra completamente diversa e cambia le nostre ipotesi su come le galassie nascono e si sviluppano. Crediti: Rafael Mostert/Lofar Team/Sloan Digital Sky Survey DR13

Lofar ha una sensibilità notevole e questo permette di rispondere a molte domande sulla formazione ed evoluzione dei buchi neri: per esempio è possibile vedere che getti di materiale sono presenti in tutte le galassie più massicce, il che significa che i loro buchi neri non smettono mai di “mangiare”. Ma con le antenne progettate e sviluppate da Astron, l’Istituto olandese per la radioastronomia, è possibile studiare nel dettaglio anche gli ammassi di galassie, cioè raggruppamenti di centinaia di migliaia di galassie circondate da un gas a temperature di centinaia di milioni di gradi: quando due ammassi interagiscono fra loro, producono emissioni radio che viaggiano per milioni di anni luce. Le antenne di Lofar sono progettate per essere sensibili proprio a queste emissioni.

«Quello che stiamo iniziando a vedere con Lofar», spiega Annalisa Bonafede, professoressa associata dell’Università di Bologna e ricercatrice dell’Inaf – Ira di Bologna, «è che, in alcuni casi, anche gli ammassi di galassie che non mostrano evidenza di forti interazioni possono mostrare questa emissione, ma a un livello molto basso che comunque in precedenza non era rilevabile. Questa scoperta ci dice che anche gli eventi di interazione minore fra ammassi possono innescare meccanismi di accelerazione di particelle su enormi scale».

La creazione di mappe radio a bassa frequenza richiede sia un notevole tempo di utilizzo dei telescopi che di calcolo ed è necessario l’impiego di grandi team per l’analisi dei dati. Le antenne di Lofar producono un’immensa quantità di dati – basti pensare che gli esperti hanno elaborato l’equivalente di dieci milioni di Dvd di dati.

Mappa con la distribuzione delle stazioni osservative che compongono Lofar. Crediti: Astron

«Questa serie di articoli vede un coinvolgimento significativo di ricercatori e associati Inaf a dimostrazione della vitalità della comunità radioastronomica Italiana. Oggi l’Inaf guida un consorzio nazionale che è membro della collaborazione Lofar e pertanto nell’immediato futuro ci aspettiamo un contributo molto importante all’esplorazione dei dati Lofar da parte della nostra comunità», aggiunge Gianfranco Brunetti, primo ricercatore all’Inaf – Ira di Bologna che da alcuni anni guida le ricerche Lofar nell’ambito degli ammassi di galassie, nonché coordinatore del consorzio Lofar italiano. «Inoltre va detto che oggi stiamo sviluppando degli strumenti per l’analisi dei dati Lofar che sono molto più potenti di quelli utilizzati in questi primi articoli e che ci permetteranno di ottenere immagini ancora più profonde e dettagliate».

I 25 articoli pubblicati nel numero speciale di Astronomy & Astrophysics sono stati condotti solo con il primo 2 per cento del rilevamento del cielo. Il team mira a ottenere immagini ad alta risoluzione dell’intero cielo del nord, rivelando così 15 milioni di sorgenti radio in totale.

Guarda il servizio video sul canale YouTube MediaInaf TV:

Per saperne di più:

  • Guarda sul sito di Lofar le altre immagini della survey
  • Consulta il numero speciale di Astronomy & Astrophysics “Lofar Surveys”. I ricercatori italiani che hanno partecipato, a vario titolo, a 21 dei 25 articoli sono: per l’Inaf (Ira di Bologna, Iasf Milano, Osservatorio di Cagliari) A. Botteon, M. Brienza, G. Brunetti, E. Carretti, R. Cassano, V. Cuciti, F. Gastaldello, R. Paladino, I. Prandoni, V. Vacca; per l’Università di Bologna A. Bonafede, F. Vazza e D. Dallacasa. Ricordiamo che l’Inaf guida un consorzio nazionale di cui fa parte anche il dipartimento di fisica dell’Università di Torino e ha pianificato di investire in Lofar circa 2,5 milioni di euro, da aprile 2018 e per i prossimi 4 anni, e parteciperà con il suo personale allo sviluppo della nuova generazione di dispositivi elettronici allo stato dell’arte che equipaggeranno il radiotelescopio diffuso europeo.

Ecco “the Cow”, il primo muggito del buco nero

La cupola di un telescopio ottico con le rappresentazioni di una stella di neutroni (sx) e un buco nero in accrescimento (dx). Crediti: D. Maturana & Noao / Aura / Nsf; Nasa / Penn State University / Casey Reed; Nasa Goddard Space Flight Center

È probabilmente nato “senza camicia” il corpo celeste super-compatto (un buco nero di massa stellare o una stella di neutroni fortemente magnetizzata) partorito dell’anomala esplosione, molto più luminosa e rapida di una normale supernova, vista comparire lo scorso giugno nella galassia nana Cgcg 137-068 a 200 milioni di anni luce dalla Terra, nella direzione della costellazione di Ercole.

Sarebbe dunque la prima volta che viene osservata l’emissione associata alla nascita di una stella di neutroni o di un buco nero in accrescimento, normalmente oscurata dai densi strati di polveri e gas residui dal collasso gravitazionale di una stella massiccia a fine vita.

Questa la conclusione di uno studio, in via di pubblicazione su Astrophysical Journal, condotto da una vasta collaborazione internazionale guidata dall’italiana Raffaella Margutti della statunitense Northwestern University, a cui hanno partecipato anche ricercatrici e ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica.

«Sappiamo dalla teoria che buchi neri e stelle di neutroni si formano quando una stella massiccia muore, ma non li abbiamo mai visti subito dopo la loro nascita», commenta Margutti.

Tutto inizia il 17 giugno 2018, quando i telescopi gemelli Atlas alle Hawaii individuano una nuova luce in cielo, simile a una supernova ma dalle caratteristiche peculiari e inedite. A questo “oggetto transiente”, che accende immediatamente l’interesse di astrofisici di tutto il mondo, viene assegnata la sigla At2018cow, e quindi – inevitabilmente – denominato “the Cow”, ovvero “la Mucca”.

Immagine ripresa dal W.M. Keck Observatory in Maunakea, Hawaii (Usa) di come si presentava “the Cow” circa 80 giorni dopo l’esplosione iniziale. Crediti: R. Margutti / Northwestern University

«Pensavamo di trovarci di fronte a una supernova», spiega Margutti, «ma quello che andavamo osservando sfidava le nostre attuali conoscenze su come si comporta una stella al termine della propria vita».

In primo luogo, spiegano gli autori del nuovo studio, “la Mucca” era insolitamente brillante, da 10 a 100 volte più luminosa di una tipica supernova. Inoltre, è apparsa e scomparsa molto più velocemente di altre esplosioni stellari note, facendo raggiungere alle particelle di materia espulse velocità fino a 30mila chilometri al secondo, un decimo della velocità della luce. Infine, l’evento ha raggiunto il “picco” molto velocemente, emettendo in soli 16 giorni la maggior parte del suo potere energetico.

Visto l’estremo interesse, “la Mucca” è stata osservata in vari momenti da diversi telescopi, sia terrestri che spaziali, coprendo quasi tutto lo spettro elettromagnetico, dalle onde radio ai raggi gamma.

Grazie all’analisi spettroscopica eseguita con telescopi ottici, Margutti e il suo team hanno determinato la composizione chimica della “Mucca”, trovando chiari segni della presenza di idrogeno ed elio. Un fatto che ha portato a escludere come origine dell’esplosione la fusione di due oggetti compatti, sul genere della kilonova Gw170817 dell’estate 2017.

Un po’ di chiarezza in più è venuta dalle osservazioni in altre lunghezze d’onda eseguite subito dopo la comparsa dell’oggetto, in particolare con radiotelescopi terrestri e con vari telescopi spaziali, tra cui gli osservatori per raggi X NuStar della Nasa e Xmm-Newton dell’Esa e l’osservatorio per raggi gamma Integral dell’Esa.

Giulia Migliori. Crediti: Inaf / Stefano Parisini

«L’emissione X di 18cow è stata decisamente “movimentata”, con componenti in rapida evoluzione, ed è stato cruciale utilizzare osservatori con caratteristiche diverse (Xmm-Newton, Integral e NuStar) per studiarla», racconta a Media Inaf Giulia Migliori dell’Inaf di Bologna, tra gli autori del nuovo studio. «In base alle proprietà osservate, pensiamo che l’emissione X provenga direttamente dalla sorgente centrale che alimenta “the Cow”, che potrebbe essere un oggetto compatto (un buco nero o una stella di neutroni) appena formatosi».

Mentre una tipica esplosione dovuta al collasso di una stella massiccia a fine vita produce attorno a sé una densa nube di detriti, uno spesso mantello che blocca la visione agli astronomi su quello che succede al suo interno, “la Mucca” sembra essere al confronto quasi “nuda”.

Dai dati raccolti in circa tre mesi di osservazioni, il gruppo di ricerca ha infatti dedotto che l’evento all’origine della “Mucca” ha lasciato 10 volte meno materiale rispetto a una tipica esplosione stellare. Non solo: i detriti si sarebbero disposti in maniera asimmetrica, lasciando come delle “finestre aperte” proprio verso la visuale terrestre.

In sostanza, l’inusuale carenza di materiale residuo dall’esplosione stellare ha permesso agli astronomi, per la prima volta, di guardare direttamente il “motore centrale” dell’oggetto, un probabile buco nero o una stella di neutroni.

Rappresentazione artistica di un’esplosione cosmica con un “motore centrale”, come quello suggerito per ATt2018cow. Il buco nero al centro sta attraendo materiale che forma un disco in rapida rotazione che irradia abbondanti quantità di energia e origina getti super-veloci di materiale da suoi poli. I getti interagiscono con il materiale circostante l’esplosione. Crediti: Bill Saxton, Nrao/Aui/Nsf

L’eccesso di luminosità osservato per “la Mucca” deriverebbe quindi da un meccanismo ben noto, ovvero l’interazione dei detriti con il buco nero o la stella di neutroni verso cui vengono attratti con un moto vorticoso subito dopo la nascita del corpo compatto. Nel caso specifico, particolari condizioni ambientali, ancora da chiarire, hanno permesso alla radiazione di uscire dal guscio di detriti ed essere osservata.

«Questo ci dà un punto di vista inedito sui fenomeni di formazione ed evoluzione dei buchi neri», aggiunge Migliori, «soprattutto per persone che come me invece sono abituate a lavorare su oggetti che si sono formati da milioni di anni. Per chi lavora sui buchi neri tutti i giorni, questo è qualcosa di estremamente differente».

La natura esatta della “Mucca” è ancora in discussione tra gli scienziati e si attendono nuovi risultati da altri telescopi, mentre gli autori del nuovo studio cercano di cogliere gli ultimi flebili segnali dalla sorgente.

«Un’importante tessera del mosaico di osservazioni di At2018cow in tutte le bande dello spettro elettromagnetico è stata ottenuta con il satellite Integral, che a più di 16 anni dal lancio continua a funzionare a pieno regime  fornendo dati fondamentali nella banda gamma, anche grazie al continuo supporto dei ricercatori dell’Inaf» commenta Sandro Mereghetti, ricercatore dell’Inaf di Milano, anch’egli nel team che ha realizzato lo studio. «La campagna osservativa è ancora in corso e speriamo che le nuove osservazioni in raggi X contribuiscano a comprendere questo incredibile evento», conclude Migliori.

Per saperne di più:

  • Leggi l’anteprima dell’articolo in corso  di pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal nell’articolo “An embedded X-ray source shines through the aspherical AT2018cow: revealing the inner workings of the most luminous fast-evolving optical transients”, di R. Margutti, B. D. Metzger, R. Chornock, I. Vurm, N. Roth, B. W. Grefenstette, V. Savchenko, R. Cartier, J. F. Steiner, G. Terreran, G. Migliori, D. Milisavljevic, K. D. Alexander, M. Bietenholz, P. K. Blanchard, E. Bozzo, D. Brethauer, I. V. Chilingarian, D. L. Coppejans, L. Ducci, C. Ferrigno, W. Fong, D. GÖtz, C. Guidorzi, A. Hajela, K. Hurley, E. Kuulkers, P. Laurent, S. Mereghetti, M. Nicholl, D. Patnaude, P. Ubertini, J. Banovetz, N. Bartel, E. Berger, E. R. Coughlin, T. Eftekhari, D. D. Frederiks, A. V. Kozlova, T. Laskar, D. S. Svinkin, M. R. Drout, A. Macfadyen e K. Paterson

Guarda il servizio video di MediaInaf Tv:

Sta arrivando Mr Potato

Giorno per giorno, il moto in cielo di (163899) 2003 SD220 nel dicembre 2018. Crediti: Tomruen / Wikimedia Commons

Non facciamoci mancare niente. Con questo Natale facciamo il pieno di corpi minori del Sistema solare. Non solo la cometa Wirtanen e le meteore Geminidi: avremo anche un asteroide.

Attore non protagonista di questo cielo di fine anno è infatti l’asteroide (163899) 2003 SD220 – questa la sua sigla identificativa, un po’ asettica come tutti i codici alfanumerici. Diamogli quindi un nomignolo simpatico, per esempio… Mr Potato! Perché il nome del personaggio che interviene nei momenti salienti nel cartone animato Peppa Pig (versione inglese)? È presto detto: osservazioni recenti del radiotelescopio di Arecibo ne hanno mostrato una forma piuttosto elongata, da renderlo somigliante a una patata.

Questo asteroide è interessante anzitutto perché rientra fra quelli classificati come potenzialmente pericolosi (Pha, Potentially Hazardous Asteroid): Mr Potato è infatti un bel sassone di circa 1 km di diametro – le ultime stime dicono circa 800 metri – che sabato prossimo, 22 dicembre, sfrecciando a oltre 22mila km/h, passerà a “soli” 2,8 milioni di km dalla Terra.

La distanza in gioco ci fa tirare un sospiro di sollievo: in pratica non corriamo alcun pericolo di impatto. Queste distanze, però, sono per gli astronomi bazzecole, quisquilie, pinzellacchere, come direbbe il mitico Totò – o, per i più piccini, come direbbe Anacleto, il gufo “altamente istruito” della Spada nella Roccia.

Se un asteroide di queste dimensioni colpisse il nostro pianeta, (statisticamente si stima che capiti una volta ogni milione di anni), le conseguenze sarebbero catastrofiche: distruzione ma anche effetti pesanti sul clima della Terra a livello globale. È quindi importante e necessario monitorare asteroidi come Mr Potato e misurare i loro parametri orbitali con la massima precisione possibile.

Viste le dimensioni dell’asteroide in questione e il suo “passaggio ravvicinato”, l’occasione è ghiotta per effettuare osservazioni radar dedicate a Mr Potato –  che risulta, nientepopodimeno, l’obiettivo radar più brillante dell’anno!

Proprio oggi, lunedì 17 dicembre, l’Agenzia spaziale italiana (Asi), l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), ed il Jet Propulsion Laboratory della Nasa (Jpl) hanno effettuato osservazioni radar a tre, facenti parte di una campagna osservativa intercontinentale, a cui partecipano anche altre antenne del mondo.

Giuseppe Pupillo, ricercatore all’Inaf Ira di Bologna, qui alle prese con il tracciamento dell’asteroide alla Stazione radioastronomica di Medicina. Crediti: Daria Guidetti / Media Inaf

Le forze schierate nelle osservazioni odierne, alle 13:53 ora locale italiana, sono rispettivamente: la parabola dell’Osservatorio di Goldstone (Nasa/Jpl) da 70 metri, situata nel deserto del Mojave in California; il Sardinia Radio Telescope (San Basilio, Cagliari) in configurazione Sdsa (Sardinia Deep Space Antenna) da 64 m per l’Asi; e la parabola Vlbi da 32 metri a Medicina (Bologna) per l’Inaf.

«Stiamo partecipando a un esperimento radar bistatico intercontinentale che ci darà l’opportunità di mettere alla prova alcuni nuovi sistemi di acquisizione e modalità osservative radar», spiega Giuseppe Pupillo, astronomo della Stazione radioastronomica di Medicina. «Tra questi, il prototipo di uno spettrometro ad alta risoluzione, sviluppato qui a Medicina, che opererà in tempo reale sui segnali ricevuti».

«Si tratta della prima volta che la Sardinia Deep Space Antenna viene utilizzata per fare osservazioni di asteroidi, in linea con i progetti dell’Agenzia spaziale italiana nel campo del monitoraggio di questi oggetti», ricorda Ettore Perozzi, responsabile per l’Asi della Space Situational Awareness (Ssa).

Nell’esperimento di oggi, l’asteroide in questione è stato “bersagliato” dalla parabola di Goldstone con onde radio alla frequenza di 8.6 GHz che, dopo aver colpito Mr Potato, sono state riflesse a Terra pronte per essere ricevute dalle antenne italiane “in ascolto”.

Sembra che tutto sia andato bene – gli echi riflessi sono stati ricevuti “forti e chiari”, ovvero con un rapporto segnale/rumore eccellente – ma già si stanno preparando nuove osservazioni radar.

Il resto alla prossima puntata. Restate in ascolto anche voi, e, intanto, buone feste.

Quando alle galassie spunta la coda

In viola l’emissione X del gas caldo rilevata da Chandra. Un gruppo di galassie con la “coda” (in alto a sx) si dirige verso l’ammasso di galassie Abell 2142 (centro in basso).
Crediti: Nasa/Cxc/Univ. di Ginevra/D. Eckert, Sdss

Un gruppo di astronomi guidato da Dominique Eckert, già ricercatore all’Inaf di Milano e attualmente all’istituto tedesco Max Planck per la fisica extraterrestre, grazie all’osservatorio spaziale per raggi X Chandra della Nasa ha catturato una spettacolare immagine in cui un’enorme coda di gas caldo si estende per più di un milione di anni luce dietro un gruppo di galassie, il quale sta a sua volta precipitandosi a capofitto dentro a un ammasso di galassie ancora più grande, denominato Abell 2142.

Tra gli autori dello studio apparso su Astronomy & Astrophysics figurano anche Stefano Ettori e Tiziana Venturi dell’Inaf e Mariachiara Rossetti dell’Università di Milano.

«Questo risultato è importantissimo per la nostra comprensione sulla formazione ed evoluzione delle grandi strutture, quali gli ammassi di galassie», spiega Tiziana Venturi, direttrice dell’Istituto di Radioastronomia Inaf di Bologna. «Qui in Abell 2142 si sta assistendo alla “caduta” di un gruppo di galassie nell’ammasso principale, e la scia di emissione X traccia proprio questo moto. Eventi di questo tipo, ipotizzati dalle teorie di formazione delle grandi strutture, sono molto difficili da osservare, e da questo deriva la rilevanza del lavoro».

Benché gli ammassi di galassie possano contenere centinaia o addirittura migliaia di singole galassie, la maggior parte della loro massa deriva da gas caldo – che emette radiazione in raggi X – e da materia oscura, invisibile. Una domanda che assilla i cosmologi è come abbiano fatto queste gigantesche strutture cosmiche a crescere fino a tali dimensioni.

Nei riquadri a dx è mostrato un’ingrandimento delle quattro galassie brillanti (contrassegnate G1, G3, G4 e G5) in raggi X (sopra) e in ottico (sotto). La galassia G2 non fa parte del gruppo ma è un oggetto di sfondo.
Crediti: Nasa/Cxc/Univ. di Ginevra/D. Eckert, Sdss

La nuova immagine Chandra mostra una possibile risposta, ovvero tramite la cattura di altre galassie, inesorabilmente risucchiate dalla gravità straordinariamente potente di un ammasso di galassie come Abell 2142.

I dati Chandra (in viola) mostrano uno sbuffo di gas a milioni di gradi (la “coda”, appunto), che sembra quasi fuoriuscire da una “punta” più chiara che contiene quattro brillanti galassie.

La direzione della coda e il bordo netto del gas caldo attorno al gruppo di galassie indicano che il gruppo sta dirigendosi quasi direttamente verso il centro Abell 2142.

Crediti: Nasa/Cxc/Univ. di Ginevra/D. Eckert

Mano a mano che il piccolo plotone di galassie ricade verso l’ammasso di galassie, una parte del gas caldo viene strappata via, come foglie autunnali staccate da un albero durante una forte raffica di vento. Questo porta alla formazione di una coda, dritta e relativamente stretta, che si estende per circa 800mila anni luce.

La forma della coda suggerisce che vi siano dei campi magnetici intorno ad essa che agiscono come un fronte di contenimento per il gas. Oltre il milione di anni luce, la coda diventa irregolare ed emette dei bagliori. Secondo gli autori del nuovo studio, questo può significare che la turbolenza nel gas caldo dell’ammasso di galassie è più forte in quell’area, contribuendo ad abbattere l’effetto dello scudo magnetico.

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L’asteroide Palma nel mirino del Vlba

Le onde radio provenienti da una galassia lontana sono state intercettate da un asteroide nel nostro Sistema solare. Tuttavia, nel processo chiamato diffrazione, le onde hanno subito una deflessione attorno all’asteroide e hanno interagito per formare un motivo di cerchi luminosi e scuri. Gli astronomi hanno analizzato questo pattern per apprendere nuovi dettagli sull’asteroide: la sua dimensione, la forma e l’orbita. Credito: Bill Saxton, Nrao / Aui / Nsf

Con un’osservazione piuttosto insolita, gli astronomi hanno utilizzato il Very Long Baseline Array (Vlba) della National Science Foundation per studiare gli effetti sulle onde radio provenienti da una galassia lontana dovuti al transito di un asteroide del nostro Sistema solare davanti alla galassia stessa. L’osservazione ha permesso loro di misurare la dimensione dell’asteroide, ottenere nuove informazioni sulla sua forma e migliorare notevolmente l’accuratezza con cui è stato possibile calcolare il suo percorso orbitale.

Quando l’asteroide è passato davanti alla galassia, le onde radio provenienti dalla galassia hanno subito una leggera deflessione attorno al bordo dell’asteroide, quella che viene chiamata diffrazione. Quando queste onde hanno interagito tra di loro, hanno prodotto uno schema, o pattern, circolare di onde più forti e più deboli, simile ai cerchi luminosi e scuri prodotti negli esperimenti che si conducono in laboratorio con le onde luminose.

«Analizzando le onde radio diffratte durante questo evento, siamo stati in grado di imparare molto sull’asteroide, comprese le sue dimensioni e la sua precisa posizione, nonché di ottenere alcuni preziosi indizi sulla sua forma», ha affermato Jorma Harju, dell’Università di Helsinki in Finlandia.

L’asteroide, chiamato Palma, si trova nella fascia principale degli asteroidi tra Marte e Giove. Scoperto nel 1893 dall’astronomo francese Auguste Charlois, Palma completa un’orbita attorno al Sole ogni 5,59 anni. Il 15 maggio 2017 si è ritrovato a passare attraverso la linea di vista della radiogalassia 0141+268, oscurandone la sua emissione radio, e la sua ombra radio ha tracciato un percorso approssimativamente da sud-ovest a nord-est, attraversando la stazione Vlba a Brewster, Washington, e sfrecciando sulla superficie terrestre a circa 50 km al secondo. Oltre all’antenna Brewster del Vlba, gli astronomi hanno utilizzato antenne Vlba in California, Texas, Arizona e New Mexico.

Consultato da Media Inaf per avere qualche delucidazione sulla tecnica impiegata per fare questa misura, l’astrofisico Marcello Giroletti dell’Istituto di radioastronomia dell’Inaf di Bologna distingue innanzi tutto fra Vlbi (la tecnica) e Vlba (lo strumento). «La tecnica Vlbi (Very Long Baseline Interferometry) consiste nell’osservare contemporaneamente una sorgente con una rete di radio telescopi situati in diverse parti del pianeta (a patto che possano vedere contemporaneamente la sorgente) e combinare poi i segnali registrati da ciascuna coppia di radio telescopi della rete. Il Vlba (Very Long Baseline Array) è uno dei tanti strumenti che applicano la tecnica Vlbi; altri sono l’Evn (European VLBI Network), Vera (Giappone), Kvn (Sud Corea), Lba (Australia) e anche l’Italia sta per pubblicare una call per osservazioni con una rete Vlbi nazionale composta da Medicina, Noto e il Sardinia Radio Telescope».

«Nel caso in questione», continua Giroletti, «sono state usate 6 antenne situate negli Stati Uniti per osservare una distante radio galassia, dal nome 0141+268 (così distante che… non sappiamo nemmeno quanto). La linea di vista fra una delle antenne – quella di Brewster, nel nord ovest degli Usa) – e la radio galassia è però stata interrotta per circa cinque minuti dalla presenza dell’asteroide Palma, causando una significativa trasformazione del segnale ottenuto da tutte le coppie di radio telescopi facenti capo a quell’antenna. Dal confronto fra il cambiamento registrato fra queste e tutte le altre coppie di antenne (che non hanno invece risentito del passaggio dell’asteroide), è stato possibile determinare con grande precisione molti parametri importanti sulle proprietà e sull’orbita dell’asteroide Palma. Un’analisi approfondita di questi effetti ha permesso agli astronomi di trarre conclusioni sulla natura dell’asteroide. In stretto accordo con le osservazioni precedenti, hanno misurato il diametro dell’asteroide, pari a circa 192 chilometri. Hanno anche capito che Palma, come la maggior parte degli altri asteroidi, differisce significativamente da una sfera perfetta, e ha più probabilmente un margine probabilmente scavato. La determinazione della forma, hanno detto gli astronomi, può essere ulteriormente migliorata combinando i dati radio con le precedenti osservazioni ottiche dell’asteroide».

«Gli astronomi, sia amatoriali che professionisti, osservano comunemente le occultazioni di asteroidi delle stelle e registrano il cambiamento di luminosità, o intensità della luce della stella, mentre l’asteroide passa davanti ad essa. L’osservazione Vlba è unica nel suo genere perché consente agli astronomi di misurare lo sfasamento delle onde, ossia di quanto i picchi delle onde stesse vengono spostati in seguito alla diffrazione», sottolinea Giroletti.

«Osservare un’occultazione di asteroidi usando il Vlba si è rivelato essere un metodo estremamente potente per il dimensionamento degli asteroidi. Inoltre, tali dati radio rivelerebbero immediatamente forme particolari o compagni binari. Ciò significa che queste tecniche saranno indubbiamente utilizzate per futuri studi sugli asteroidi», dice Kimmo Lehtinen, del Finnish Geospatial Research Institute a Masala, in Finlandia.

Uno dei risultati principali dell’osservazione è stato il miglioramento della precisione con cui è possibile calcolare l’orbita dell’asteroide. «Sebbene la posizione di Palma sia stata misurata più di 1600 volte negli ultimi 120 anni, questa misurazione Vlba ha ridotto l’incertezza dell’orbita calcolata di un fattore pari a 10», osserva Mikael Granvik, della Lulea University of Technology in Svezia e dell’Università di Helsinki, Finlandia.

«Questo è un uso piuttosto insolito per il Vlba e dimostra che le eccellenti capacità tecniche del Vlba, insieme alla sua grande flessibilità come strumento di ricerca, possono contribuire anche in modi inaspettati a molti campi dell’astronomia», conclude Jonathan Romney del Long Baseline Observatory, che gestisce la Vlba.

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La lunga notte della ricerca

28.09.2018

Un momento della conferenza stampa presso la sede del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca a Roma

In una conferenza stampa che si è appena conclusa nella sede del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, aperta dal saluto del sottosegretario del Miur Lorenzo Fioramonti e che ha visto la partecipazione del presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) Nichi D’Amico, del presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) Fernando Ferroni, di quello del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) Massimo Inguscio, del direttore generale dell’Istituto di geofisica e vulcanologia (Ingv) e di Andrea Zanini, portavoce dell’Agenzia spaziale italiana  (Asi) – è stata lanciata l’edizione 2018 della Notte europea dei ricercatori.

«Oggi assistiamo a una corsa senza precedenti di tutti i Paesi del mondo nella realizzazione di imponenti infrastrutture astronomiche, oltre che alla partecipazione a missioni spaziali di esplorazione dell’universo sempre più ambiziose», commenta il presidente dell’Inaf D’Amico. «In questo quadro, le manifestazioni pubbliche connesse alla divulgazione dell’astronomia e dell’astrofisica moderna assumono un ruolo fondamentale: comunicare alla popolazione il carattere strategico dell’astronomia moderna per il futuro dell’umanità, che non solo spinge ai confini dell’Universo le nostre conoscenze, ma configura asset cruciali per l’innovazione e per la sicurezza del pianeta. Il nostro Inaf, che possiede al suo interno tutti i mezzi, intellettuali e strumentali, per l’esplorazione dell’Universo, a tutte le lunghezze d’onda, da terra e dallo spazio, è quindi in prima linea anche sul fronte della divulgazione e della comunicazione».

Era il 2011 quando l’Inaf partecipò per la prima volta come partner a questa manifestazione, sette anni dopo gli eventi che vedono coinvolto l’Istituto si sono moltiplicati, coltivando lo spirito dell’iniziativa, promossa fin dal 2005 dalla Commissione Europea: creare occasioni di incontro tra ricercatori e cittadini per diffondere la cultura scientifica e la conoscenza delle professioni della ricerca in un contesto informale e stimolante. Quest’anno per il 28 settembre il calendario è ricco più che mai e spazia dai seminari scientifici ai laboratori per bambini, dalle visite guidate alle nostre sedi, alle osservazioni al telescopio.

«L’Inaf può avere un calendario così ricco per la Notte europea dei ricercatori solo perché il suo dialogo con la società è continuo e costante per tutto l’anno, da tanti anni», dice Stefano Sandrelli, responsabile per la divulgazione e didattica dell’Inaf. «Noi vogliamo che la nostra scienza scenda per le strade, che diventi un paesaggio comune. Vogliamo che le persone possano esplorare l’astrofisica con divertimento, interesse, spirito critico e senza timori. La scienza è un’impresa collettiva guidata dalla curiosità e dalla passione: condividerla, per noi, aggiunge entusiasmo all’entusiasmo».

Ecco di seguito un’anticipazione di quelle che saranno, città per città, le iniziative dell’Inaf per la Notte europea dei ricercatori.

A Palermo

L’Osservatorio astronomico di Palermo e l’Istituto di astrofisica spaziale e fisica cosmica dell’Inaf sono coinvolti nella manifestazione insieme all’Università di Palermo nell’ambito del progetto Sharper. La Notte dei ricercatori, che sarà uno degli eventi ufficiali del programma di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, vedrà i ricercatori dei nostri istituti animare l’Orto botanico. Un’occasione unica per conoscere uno dei progetti di punta dell’Inaf, Astri, parlando con i ricercatori che contribuiscono alla sua realizzazione, partecipare a uno dei laboratori di astronomia per ragazzi e adulti curiosi dal titolo “Esploriamo l’Universo, dal sistema solare ai buchi neri”, o ascoltare gli interventi su esplosioni di supernove, origine degli elementi chimici, ricerca di pianeti extrasolari e radici cosmiche della vita nello spazio che i nostri ricercatori porteranno nell’Open Mic Time. Nella sezione Storytellers Night Show verrà presentata la conferenza “Il cosmo tra le note – appunti di un astronomo divulgatore”. Sarà inoltre possibile fare osservazioni ai telescopi.

A Catania

L’Osservatorio astrofisico di Catania dell’Inaf ha in programma almeno quattro eventi, sempre nell’ambito del progetto Sharper. Alla stazione metro Giovanni XXIII la direttrice dell’Osservatorio astrofisico di Catania, Grazia Maria Umana, sarà intervistata nel corso dello spettacolo “Le grandi sfide”, mentre in Piazza Università sarà possibile partecipare al seminario interattivo “Cosmo senza Misteri”. Altra fermata altra attività: nella sezione minitalk saranno protagoniste “Le meraviglie del cielo”, alla Stazione Milo. La sede dell’Osservatorio sarà inoltre aperta per permettere osservazioni guidate della fotosfera e della cromosfera del Sole, con l’iniziativa “Guarda che Sole”. Le attività a Catania proseguiranno anche il 29, con il gioco a premi “Quanto nei sai di Astronomia?”

A Napoli

Per le attività di “Aspettando la notte…”promosse dall’Osservatorio astronomico di Capodimonte dell’Inaf, il 22 e il 23 settembre, presso il teatrino di corte della Reggia di Caserta, verranno presentate due conferenze spettacolo sullo studio delle onde gravitazionali. Il 25 settembre, nel teatro di corte del Palazzo reale di Napoli, avrà invece luogo la conferenza pubblica dal titolo “Suoni e Luci per una nuova esplorazione dell’Universo”. A chiudere la mattinata gli astronomi di Capodimonte guideranno il pubblico e gli studenti alle osservazioni del Sole dal Cortile d’Onore del Palazzo reale. L’Inaf di Capodimonte sarà protagonista anche nel cuore dell’Europa, il 25 e 26 settembre, presso il Parlamentarium, il centro visitatori del Parlamento europeo a Bruxelles, per l’evento “Science is wonderful!”, promosso dalla Commissione Europea – Marie Curie Actions, con il corto animato Shedding lights on Photons!, alla scoperta dei segreti delle luci dell’universo.

Nella notte del 28 settembre, nella Galleria Umberto I, si svolgeranno laboratori didattici e giochi interattivi sulla spettroscopia e sul lensing gravitazionale. Inoltre, nel cortile d’Onore di Palazzo reale, con i corner patrocinati da Eso, Esa e Nasa-Psyche mission, i ricercatori Inaf di Capodimonte trasporteranno i visitatori alla scoperta dei risultati scientifici raggiunti con i più grandi telescopi al mondo e delle future missioni spaziali verso il Sole, Marte, Giove e Psyche, l’asteroide scoperto a Napoli da Annibale De Gasparis nel 1852. Infine, su piazza del Plebiscito gli astronomi partenopei guideranno la platea degli appassionati nelle osservazioni ai telescopi dei principali fenomeni celesti della serata.

A completare il programma, la mattina del 29 settembre gli astronomi di Capodimonte saranno a Città della Scienza per il passaggio di testimone tra la Notte europea dei ricercatori e Futuro Remoto, con laboratori didattici per bambini e per fare osservazioni astronomiche del Sole con lo smarthphone.

A Roma

L’Istituto di astrofisica e planetologia spaziali (Iaps) di Roma e l’Osservatorio astronomico di Roma dell’Inaf collaborano al progetto ScienzaInsieme, che aderisce a Ern-Apulia, il progetto coordinato dall’Università del Salento nell’ambito della Notte europea dei ricercatori. Venerdì 28, presso lo Iaps, sarà possibile visitare i laboratori di ricerca dove si costruiscono e testano gli strumenti spaziali che hanno volato e voleranno a bordo di missioni spaziali Nasa ed Esa. I riflettori verranno accesi sulla missione BepiColombo, in partenza per il pianeta Mercurio, ma anche su missioni storiche come Juno, Herschel, Integral, Dawn e Rosetta. Sarà inoltre possibile visitare exhibit, esperimenti e spettacoli su argomenti legati al Sistema solare, all’universo più profondo e all’esplorazione spaziale. L’appuntamento è all’Area di ricerca di Tor Vergata.

L’Osservatorio di Roma dell’Inaf sarà aperto alle visite, saranno presenti postazioni per effettuare osservazioni ai telescopi e un punto ristoro, per consentire ai visitatori di saziare mente e corpo. Saranno realizzate inoltre varie postazioni gestite dai tanti gruppi di ricerca che animano le attività dell’Osservatorio, per poter conoscere da vicino le tematiche astrofisiche che vengono trattate dall’Istituto e parlarne con i diretti protagonisti.

A Bologna

A Bologna, l’Inaf partecipa alla Notte dei ricercatori attraverso il consorzio Society: acronimo della risposta alla domanda “How do you spell ‘research’? Science, histOry, Culture, musIc, Environment, arT, technologY”. Society, per l’appunto. La Notte europea dei ricercatori arriva così a Bologna, Cesena, Forlì, Predappio, Ravenna e Rimini, per esplorare le possibili intersezioni tra scienza, cultura e società.

A Bologna la Notte dei ricercatori si svolge nel cuore della città universitaria, lungo via Zamboni e nei suoi palazzi. L’Osservatorio di astrofisica e scienza dello spazio e l’Istituto di radioastronomia dell’Inaf saranno presenti con exhibit, laboratori e planetario.

Numerosi sono anche gli eventi ‘di avvicinamento’ in vista del 28, come aperitivi scientifici, conferenze e interventi presso il Museo ebraico, il Mambo (Museo di Arte Moderna) e il teatro Arena del Sole.

A Milano

L’Osservatorio astronomico di Brera dell’Inaf ha in programma presso il Museo nazionale della scienza e della tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano laboratori sui temi delle onde gravitazionali, degli esopianeti e dell’esplorazione di Marte. Inoltre una ricercatrice Inaf parteciperà alla tavola rotonda sulla colonizzazione del Pianeta rosso, sempre al Museo Leonardo da Vinci. La sede di Merate sarà coinvolta nell’evento MeetMeTonight a Lecco, in piazza Garibaldi, con due laboratori sperimentali: uno sull’interferometria, per spiegare la rilevazione delle onde gravitazionali, l’altro sulla spettrometria, con la registrazione dello spettro di emissione di diverse sorgenti di luce per spiegare il comportamento delle stelle.

A Trieste

I ricercatori dell’Osservatorio astronomico di Trieste dell’Inaf porteranno il pubblico alla scoperta del cosmo: con il naso all’insù per guardare pianeti, stelle e costellazioni grazie a due telescopi da campo e un raggio laser. Si partirà dal Triangolo estivo per arrivare fino a Marte, il tutto dal Molo Audace. Palazzo della Borsa Vecchia sarà invece la cornice dell’evento “Vieni a sentire i racconti dei ricercatori!”, passione per la ricerca ed esperienze personali, difficoltà e ostacoli, piccole e grandi vittorie di uomini e donne che si dedicano alla scienza, in collaborazione con l’Università di Trieste, Sissa, Area Science Park, Icgeb, Elettra Sincrotrone Trieste, Ictp, Ogs, Museo civico di storia naturale.

Altri eventi sono previsti nelle sedi Inaf di Padova e Torino, le attività sono ancora in corso di definizione.

Guarda il servizio su MediaInaf Tv:

Trent’anni d’astronomia sotto le Due Torri

15.05.2018, ore 14:30

Foto di gruppo (1960) alla Croce del Nord. Da sinistra: G. Setti, G. Sinigaglia, G. Righini, G. Puppi, G. Mannino, M. Ceccarelli e A. Braccesi. Fonte: locandina del convegno

Nel pomeriggio di martedì 15 maggio, dalle 14:30 alle 18:30, è in programma a Bologna, nella Sala Ulisse dell’Accademia delle scienze (via Zamboni 31), un incontro dedicato a ripercorrere “Lo sviluppo dell’Astronomia a Bologna dal 1960 al 1990″.

«L’astronomia ebbe a Bologna, negli anni ’60, un forte sviluppo, voluto dall’allora direttore del Dipartimento di fisica, Giampiero Puppi», ricorda Bruno Marano, dell’Università di Bologna. «La radioastronomia, la fisica dello spazio, entrambe agli albori, e l’astronomia ottica videro nascere a Bologna importanti imprese. La fisica stellare e la cosmologia si rinnovarono profondamente. L’incontro ricostruirà le vicende che furono agli inizi della attuale ampia attività di ricerca di Università e Istituto nazionale di astrofisica in Bologna».

Dopo i saluti dello stesso Marano, il programma della giornata prevede interventi degli astrofisici Giancarlo Setti, Filippo Frontera, Roberto e Carla Fanti, Giovanni Zamorani, Flavio Fusi Pecci e Alvio Renzini.

Cliccare qui per scaricare la locandina »

L’Italia fa ancor più grande Lofar

Veduta aerea del nucleo principale di LOFAR

Con oltre 25 mila antenne raggruppate in 51 stazioni distribuite in 7 stati europei, Lofar (Low Frequency Array) è la più estesa rete per osservazioni radioastronomiche in bassa frequenza attualmente operativa. E oggi, con la firma da parte dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) del contratto per la realizzazione di una nuova stazione presso Medicina, in provincia di Bologna, Lofar si avvia a diventare ancor più esteso e ad accrescere di conseguenza le sue capacità osservative. Con l’atto appena siglato nei Paesi Bassi, l’Inaf è alla guida per l’Italia di un consorzio che vedrà nel prossimo futuro il coinvolgimento di alcune università del nostro paese.

«L’adesione dell’Italia all’International Lofar Telescope rappresenta un passo importante per Inaf» commenta Nichi D’amico, presidente dell’Inaf. «Lofar è una infrastruttura di ricerca all’avanguardia nel campo della radioastronomia a bassa frequenza ed è a tutti gli effetti un precursore della grande infrastruttura mondiale Ska (Square Kilometre Array) la cui costruzione e future operazioni vedono Inaf e l’Italia fortemente coinvolti. Con Lofar potremo acquisire osservazioni di altissimo valore scientifico ed allo stesso tempo preparare le nuove generazioni all’uso di Ska in anni futuri».

Mappa con la distribuzione delle stazioni osservative che compongono Lofar

Lofar è una struttura di livello mondiale per la ricerca astronomica. È stato progettato e sviluppato da Astron, l’Istituto olandese per la radioastronomia, e ora con l’Italia conta la partecipazione di otto stati in Europa. Grazie alla sua avanzata elettronica di tipo intelligente, permette di captare onde radio provenienti dalle sorgenti più prossime a noi come il Sole, per spingersi fino ai flebili segnali emessi da galassie e buchi neri lontanissimi ai confini dell’universo.

L’Inaf investirà in Lofar più di 2,5 milioni di euro nei prossimi cinque anni e parteciperà con il suo personale allo sviluppo della nuova generazione di dispositivi elettronici allo stato dell’arte che equipaggeranno il radiotelescopio diffuso.

René Vermeulen, direttore dell’International Lofar Telescope (Ilt), è entusiasta dell’ingresso dell’Italia: «Attraversando le Alpi, Lofar otterrà una rete di antenne meglio distribuita in tutta Europa, a beneficio di tutti gli astronomi che potranno avere a disposizione una migliore della qualità delle immagini raccolte. La nuova partnership con Ilt rafforza i legami di vecchia data di scambio e collaborazione nell’ambito della radioastronomia in Europa; i Paesi Bassi e l’Italia hanno entrambi una riconosciuta competenza in questo campo della ricerca».

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