Là dove la tavola periodica ha solo tre caselle

Eros Vanzella indica la regione di emissione Lyman-Alpha misurata con lo strumento Muse installato al Very Large Telescope dell’Eso. Nello schermo a sinistra, è riportata la mappa di amplificazione della stessa regione. Le zone bianche sono quelle con il valore più elevato di amplificazione

La chiamano “Popolazione III”. Una popolazione mai entrata in contatto con la civiltà. Vergine. Sembra il desiderio segreto di ogni antropologo. E invece è il sogno di ogni astronomo. Perché Popolazione III – Pop III, per comodità – non è fatta di esseri umani, bensì di stelle. Stelle incontaminate. Pure. Illibate, le definiscono. Mai sfiorate da alcun elemento che non sia fra i pochi presenti nella tavola periodica primordiale, quella forgiata direttamente dal Big Bang. Vale a dire, una tavola periodica di soli tre elementi: idrogeno, elio e tutt’al più una spolverata di litio.

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Il sogno d’ogni astronomo, dicevamo. Ebbene, un team d’astrofisici guidato da Eros Vanzella e Massimo Meneghetti dell’Inaf di Bologna, scrutando le profondità del cielo con il Very Large Telescope (Vlt) dell’Eso in direzione della costellazione di Eridano, potrebbe essersi imbattuto in alcuni di questi rari esemplari di Pop III: un complesso di una dozzina di stelle massicce potenzialmente “fresche”, come si dice in gergo. Per riuscirci c’è voluta fortuna, certo. Ma soprattutto è stato necessario far ricorso a uno strumento straordinario, perché queste stelle – pur enormi e caldissime ­– sono talmente lontane da produrre una luce che giunge a noi 400 miliardi di volte più fioca di quella della stella più debole che si possa osservare a occhio nudo. Uno strumento straordinario fornito direttamente dalla natura: un ammasso di galassie di nome Macs J0416 piazzato esattamente là dove occorreva per agire, su quella dozzina di stelle, come una lente gravitazionale di potenza inaudita.

«Una lente gravitazionale forte come Macs J0416», spiega Meneghetti, «è in grado di distorcere il cielo retrostante in modo drammatico. Sorgenti molto piccole diventano spettacolari archi gravitazionali, venendo così ingrandite. Questo ingrandimento è chiamato ‘amplificazione’. Esistono delle regioni – dette linee critiche – laddove l’amplificazione diventa enorme. Non abbiamo dubbi sul fatto che la sorgente in questione si trovi proprio sopra alla linea critica di Macs J0416, e per questo la radiazione elettromagnetica che stiamo rilevando sotto forma di emissione Lyman-alpha sia almeno 40 volte più grande di quella che potremmo vedere in assenza dell’ammasso lente».

Rappresentazione artistica di un ammasso composto da stelle primordiali, appartenenti alla cosiddetta Popolazione III – Crediti: National Astronomical Observatory of Japan

Ma come se ne sono accorti, di quella dozzina di stelle? Una volta inquadrata la remota regione d’universo alle spalle della lente di Macs J0416 e al centro dello specchio del Vlt, Vanzella e colleghi hanno cominciato a interrogarla per decifrarne la composizione chimica. Usando lo spettrografo a campo integrale Muse, hanno fatto l’appello degli elementi là presenti. Partendo, ovviamente, dalla prima casella: l’idrogeno. Niente di nuovo, ne avevano già messe sotto esame tante, di regioni così. Ma questa volta la risposta è stata diversa.

«Abbiamo misurato una fortissima emissione dell’idrogeno, nota come Lyman-alpha. Talmente forte», ricorda Vanzella, «da richiedere la presenza di stelle speciali, di prima generazione – predette, ma fino a ora mai trovate. Le sole capaci di stimolare enormemente la suddetta riga spettrale. Le stelle di prima generazione – note come Pop III stars – si formano in un ambiente illibato arricchito dalla nucleosintesi primordiale degli elementi, in cui solo idrogeno, elio e qualche traccia di litio rispondono all’appello. È un’evidenza indiretta, tuttavia queste straordinarie stelle possono raggiungere una massa mille volte quella del Sole ed essere venti volte più calde, oltre ad aver dato il via alla costruzione della tabella periodica degli elementi in quella regione».

Se sono davvero stelle “illibate”, poterle studiare sarà un’esperienza emozionante: sarà come assistere ai primi passi della formazione stellare. Al momento, mettono le mani avanti gli autori dello studio, sono solo “candidate”. «La conferma definitiva che là ci siano proprio stelle di Popolazione III verrà da osservazioni dedicate con il futuro telescopio Elt da 39 metri», conclude Vanzella, «oppure, con un po’ di fortuna, con l’attuale Vlt, misurando una seconda riga chiave dell’elio come caratteristica inequivocabile della loro presenza». Servono 30 ore di osservazione, e la richiesta la inoltreremo nei prossimi giorni».

Per saperne di più:

  • Leggi su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society l’articolo “Candidate Population III stellar complex at z=6.629 in the MUSE Deep Lensed Field”, di E. Vanzella, M. Meneghetti, G. B. Caminha, M. Castellano, F. Calura, P. Rosati, C. Grillo, M. Dijkstra, M. Gronke, E. Sani, A. Mercurio, P. Tozzi, M. Nonino, S. Cristiani, M. Mignoli, L. Pentericci, R. Gilli, T. Treu, K. Caputi, G. Cupani, A. Fontana, A. Grazian e I. Balestra

Galassia si fa in 12 sotto l’occhio di Hubble

Tre dei quattro archi prodotti dalla lente gravitazionale sono visibili in alto a destra dell’immagine, il quarto arco in basso a sinistra, parzialmente oscurato da una stella luminosa in primo piano. Crediti: Esa/Hubble, Nasa, Rivera-Thorsen et al.

In quel luna park delle meraviglie che è il cosmo, una fra le attrazioni più spettacolari è offerta dalle lenti gravitazionali. Un po’ come gli specchi deformanti dei nostri parchi dei divertimenti ci ingrassano o ci snelliscono, ci elevano o ci schiacciano, a seconda della curvatura, le lenti gravitazionali – un effetto previsto dalla Relatività generale di Einstein – distorcono, amplificano e moltiplicano ciò che sta alle loro spalle. Ecco così che la luce di una remota galassia, altrimenti troppo fioca per essere vista, è stata “spalmata” da una lente gravitazionale su almeno quattro archi di cerchio (vedi immagine qui a fianco), lungo i quali appare riprodotta in ben 12 repliche con da 10 a 30 volte più luminose dell’originale.

La galassia – nome in codice Psz1 G311.65-18.48, ma soprannominata Sunburst Arc (arco a raggiera) per la sua caratteristica forma distorta – si trova a 11 miliardi di anni luce da noi. E proprio grazie alla deviazione impressa alla traiettoria dei suoi fotoni dalla lente gravitazionale – in questo caso, un enorme ammasso di galassie posizionato esattamente lungo la linea di vista, a 4.6 miliardi di anni luce dalla Terra – la sua luce è diventata abbastanza intensa da poter essere vista dal telescopio spaziale Hubble.

Ma c’è di più. Stirata e intensificata lungo gli archi, la galassia ha rivelato all’occhio di Hubble dettagli con dimensioni di “appena” 520 anni luce. Può sembrare un’estensione enorme, ma trattandosi di un oggetto a 11 miliardi di anni luce dalla Terra, quella ottenuta è in realtà una risoluzione pazzesca.

Una risoluzione elevata al punto da consentire agli astronomi di intravedere tracce di un processo da tempo ipotizzato ma mai prima d’ora osservato: la fuoriuscita dalle prime galassie di fotoni ad alta energia attraverso una sorta di stretti canali di passaggio “scavati” nel gas non ancora ionizzato. Se confermata, si tratterebbe di una scoperta fondamentale per contribuire a risolvere uno fra i più grandi interrogativi sull’universo primordiale, ovvero i meccanismi all’origine della reionizzazione – l’epoca di transizione da un universo opaco, saturo di gas neutro, all’universo ionizzato e dunque trasparente che conosciamo oggi. La presenza dei canali intravisti da Hubble grazie alla lente gravitazionale spiegherebbe appunto, anche se solo in parte, come la radiazione ad alta energia – responsabile della ionizzazione del mezzo intergalattico – sia riuscita a uscire dalle prime galassie.

Guarda sul sito di Hubble dell’Esa l’animazione sul lensing gravitazionale:

Hubble trova Lensed Star 1, la più lontana

Immagine composita della scoperta della stella più distante singolarmente individuata. Crediti: NASA/ESA e P. Kelly (University of California, Berkeley)

Nell’aprile 2016, un folto gruppo internazionale di astrofisici stava osservando con il telescopio spaziale Hubble l’evoluzione di una lontana supernova, soprannominata Refsdal in onore dell’astronomo norvegese Sjur Refsdal. Refsdal è stato un pioniere dello studio delle lenti gravitazionali, ovvero dell’effetto di deviazione indotto da una massa molto grande sul fascio di luce proveniente da una fonte retrostante rispetto al punto di vista terrestre; naturalmente la supernova a lui dedicata subisce esattamente questo effetto, a causa della deflessione della luce prodotta da un gigantesco ammasso di galassie frapposto.

Con grande sorpresa degli astronomi, nelle osservazioni Hubble di maggio 2016 accanto alla supernova si è materializzata una stellina. «Così come quella della supernova Refsdal, la luce di questa stella risulta intensificata, rendendola visibile da Hubble benché così lontana», spiega il team leader Patrick Kelly dell’Università del Minnesota. «Questa stella si trova infatti almeno 100 volte più lontano rispetto a qualunque stella che possiamo studiare individualmente, fatta naturalmente eccezione per le esplosioni di supernova».

La luce proveniente dalla stella appena scoperta, chiamata Lensed Star 1 (LS1), è stata emessa quando l’universo aveva solo circa il 30 per cento della sua età attuale, circa 4.4 miliardi di anni dopo il Big Bang. L’osservazione con Hubble è stata possibile solo grazie a un doppio effetto di ingrandimento che ha intensificato la luce della stella di duemila volte.

Particolare del gigantesco ammasso di galassie MACS J1149.5+223, con evidenziata la posizione in cui è apparsa la stella LS1, la cui immagini risulta ingrandita 2000 volte da un duplice effetto di lente e di micro-lente gravitazionale. La galassia in cui risiede la stella è visibile ripetuta tre volte a causa della forte distorsione indotta alla luce dall’ammasso di galassie. Crediti: NASA, ESA, S. Rodney (John Hopkins University, USA) e FrontierSN team; T. Treu (University of California Los Angeles, USA), P. Kelly (University of California Berkeley, USA) e GLASS team; J. Lotz (STScI) e Frontier Fields team; M. Postman (STScI) e CLASH team; e Z. Levay (STScI)

Lensed Star 1 è divenuta sufficientemente luminosa per Hubble sia a causa del fenomeno di lente gravitazionale esercitato dall’intero ammasso di galassie MACS J1149-2223, sia grazie all’effetto di cosiddetta micro-lente indotto da un oggetto compatto – dalla massa pari a circa tre volte quella del Sole – presente all’interno dell’ammasso di galassie.

L’oggetto compatto può essere una normale stella, una stella di neutroni oppure un buco nero di dimensioni stellari. Lo studio della luce proveniente da LS1 permetterà, secondo gli autori dello studio, di conoscere meglio la composizione degli ammassi di galassie e, in particolare, dei loro costituenti più sfuggenti.

«Se la materia oscura è almeno parzialmente composta da buchi neri di massa relativamente bassa, com’è stato recentemente proposto, dovremmo essere in grado di trovare un’evidenza di questo nella curva di luce di LS1», commenta Kelly. «In realtà, le nostre osservazioni non avallano la possibilità che un’alta frazione di materia oscura sia costituita da questi buchi neri primordiali di circa 30 masse solari».

Basandosi sulle analisi spettrali, gli autori del nuovo studio ritengono che LS1 sia una stella supergigante di tipo B. Queste stelle sono estremamente luminose e di colore blu, con una temperatura superficiale compresa tra 11mila e 14mila gradi Celsius, circa il doppio del Sole.

Allo studio “Extreme magnification of an individual star at redshift 1.5 by a galaxy-cluster lens”, appena pubblicato su Nature Astronomy, hanno partecipato anche gli italiani Claudio Grillo dell’Università di Milano, Mario Nonino dell’Inaf di Trieste e Piero Rosati dell’Università di Ferrara

Lenti pulite per guardare le supernove

Crediti: Nasa/Cxc/M. Weiss

Correva l’anno 1929 quando l’astronomo Edwin Hubble, analizzando la luce di galassie lontane dall’osservatorio del monte Wilson in California, si accorse che gli oggetti nel cosmo esibivano un moto comune di recessione gli uni dagli altri. Hubble notò anche che, più esaminava galassie distanti, più la velocità con cui esse tendevano ad allontanarsi aumentava. Questa evidenza, incorporata nella legge che porta il suo nome, costituì la prima prova osservativa dell’espansione dell’universo, gettando le basi per la cosmologia moderna. Nell’arco di circa novanta anni da allora, la comprensione della struttura e dell’evoluzione del cosmo ha subito giganteschi balzi in avanti grazie all’incredibile avanzamento tecnologico, accompagnato a braccetto dalla fantasia e l’ingegno del genere umano nel formulare teorie sempre più complesse e articolate per spiegare la realtà intorno a noi. Un connubio meraviglioso che ci ha permesso di addentrarci fino ai confini del conosciuto, ma che allo stesso tempo ha rivelato un mistero a dir poco sconcertante, forse il più grande problema della fisica moderna.

Alla fine del secolo scorso, Adam Riess, Brian Schmidt e Saul Perlmutter, tre astrofisici appartenenti a due diversi gruppi di ricerca, studiarono le curve di luce emesse da un particolare tipo di supernova, le supernove Ia, accorgendosi di un fatto molto strano: l’universo non solo si espande, ma sta accelerando. C’è qualcosa al suo interno, una misteriosa energia, un’entità che agisce in maniera diametralmente opposta alla gravità e guida questa espansione accelerata. Tale inesplicabile “energia”, ribattezzata dagli scienziati con il simpatico nomignolo di “energia oscura”, viene introdotta nel modello standard della cosmologia tramite l’aggiunta di un termine costante nelle equazioni di campo di Einstein della Relatività generale, considerate il mattone fondamentale alla base del modello. La nuova costante “cosmologica” può essere interpretata come una componente addizionale dell’universo, una sorta di fluido misterioso che costituisce il 70 per cento del contenuto del cosmo, ma la cui natura rimane avvolta nell’ignoto. Una scoperta, questa dell’espansione accelerata, che è valsa ai tre ricercatori sopracitati il premio Nobel per la Fisica nel 2011.

Capire l’origine dell’energia oscura, comprendere se essa sia effettivamente la responsabile dell’accelerazione della trama dell’universo, rappresenta uno degli obiettivi fondamentali nella ricerca scientifica degli ultimi anni. Purtroppo risolvere questo enigma è tutt’altro che semplice: sono necessarie misure estremamente precise della velocità con cui il cosmo si espande per poter identificare la teoria giusta fra le tante proposte come spiegazione della famigerata componente oscura. Di conseguenza, oltre all’esigenza di avere a disposizione un’enorme mole di dati di altissima qualità, è indispensabile affrontare e circoscrivere il peggior incubo di ogni ricercatore che si rispetti: le sistematiche.

Gli errori sistematici rappresentano tutto quell’insieme di problematiche che emergono durante un’analisi, legate ad assunzioni sbagliate nei modelli, difetti negli strumenti o nei software, ma anche e soprattutto a effetti spuri introdotti da fenomeni fisici secondari, difficili da riconoscere ed interpretare. In generale, questi errori possono essere molto piccoli: in tal caso non influiscono in maniera consistente sugli esiti delle ricerche. Un po’ come dire “la Terra vista da lontano è praticamente una sfera”: un’ottima constatazione anche se, guardando nel dettaglio, sappiamo bene che la crosta terrestre è ben lungi dall’essere liscia e uniforme. Tuttavia, nel momento in cui richiediamo un’accuratezza particolarmente elevata nei nostri esperimenti, le sistematiche possono diventare degli avversari temibili. Se non prese in considerazione, possono falsare risultati, produrre conseguenze indesiderate e creare un certo scompiglio tra gli scienziati. Ecco perché, nell’era della cosmologia di precisione, controllare e calibrare gli errori sistematici costituisce una branca fondamentale della ricerca.

Perché le supernove?

Le supernove sono esplosioni di stelle incredibilmente energetiche, con una luminosità che può superare anche la galassia che le ospita. La loro eccezionale brillantezza le rende sorgenti visibili anche a grande distanza e relativamente facili da identificare. Un tipo di supernova molto particolare avviene in un sistema binario composto da una nana bianca e una stella compagna. La nana bianca “succhia” materiale via dalla compagna e tenta di accrescersi. Purtroppo, la piccola ma compatta stellina non può sopravvivere se la sua massa supera un certo limite, chiamato limite di Chandrasekhar, ed esplode, generando quella che viene definita supernova di tipo Ia (si legge “di tipo uno-a”). Poiché la massa alla quale la nana bianca diventa instabile è praticamente sempre la stessa, le supernove Ia mostrano tutte caratteristiche molto simili indipendentemente dal punto dello spazio in cui si trovano, rendendole uno dei metodi migliori per determinare le distanze nell’universo. È stato infatti proprio grazie a loro, a queste “candele standard”, che si è riusciti determinare l’espansione accelerata del cosmo.

Perché le supernove viste attraverso una lente gravitazionale?

Ora un gruppo di ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory e dell’Institute of Cosmology and Gravitation all’Università di Portsmouth (UK) si è spinto più in là, prendendo in considerazione un altro interessante modo per usare le supernove nella cosmologia: il lensing gravitazionale.

Quando la luce viaggia nell’universo, essa viene deviata dal campo gravitazionale generato da una distribuzione di massa, come una stella una galassia o un ammasso di galassie. Se la gravità è molto intensa, la distorsione del percorso della luce diventa notevole e genera diversi effetti interessanti, come immagini multiple di una stessa sorgente, notevole amplificazione della luminosità e giganteschi archi di luce in cielo di una bellezza incommensurabile; questo insieme di fenomeni va sotto il nome di strong lensing.

Poiché la luce impiega un tempo differente ad attraversare diversi percorsi, eventuali immagini doppie di una singola sorgente si manifestano con un certo lasso temporale le une dalle altre. Il periodo che intercorre tra l’apparizione di un’immagine e la successiva è fortemente legato al modo in cui l’universo si espande. Se poi la sorgente che subisce il fenomeno del lensing è una supernova Ia, completa di tutte le sue utili caratteristiche, ecco che abbiamo ottenuto un eccezionale strumento di misura dell’espansione cosmica.

Combinazione di due simulazioni che mostrano l’espansione di una Supernova Ia (disco viola) in differenti pattern di distorsione della luce generati dal microlensing. Crediti: Danny Goldstein, UC Berkeley

Purtroppo le supernove Ia sottoposte a strong lensing (glSn) che si conoscono non sono poi così tante. Anzi, per dirla tutta, fino ad oggi ne sono state osservate solamente due. Tuttavia, secondo le aspettative, osservazioni condotte nei prossimi anni con strumenti tipo il Large Synoptic Survey Telescope (Lsst) provvederanno a fornire dati per circa un migliaio di glSn, fornendoci il campione necessario per sviscerare i segreti dell’Universo. È proprio da questa prospettiva che si sviluppa il lavoro condotto da Daniel Goldstein, primo autore di un articolo pubblicato ieri su The Astrophysical Journal, e dai suoi collaboratori.

Attraverso una serie di simulazioni numeriche condotte al National Energy Research Scientific Computing Center, il gruppo di Goldstein ha realizzato e analizzato dettagliate curve di luce sintetiche di supernove Ia affette da strong lensing. Lo scopo? Determinare e controllare l’entità di una tra quelle famose sistematiche di cui parlavamo prima, che potrebbero inficiare i risultati delle future analisi: il fenomeno del microlensing. La presenza delle singole stelle nella galassia che funge da lente genera distorsioni addizionali nel percorso della luce. E questi effetti secondari, in apparenza trascurabili, possono combinarsi cambiando il tempo di arrivo delle immagini, il cui ritardo dovuto alla deflessione è generalmente dell’ordine di un paio di settimane, allungandolo o accorciandolo anche di qualche giorno. L’idea di base di Goldstein e collaboratori riguarda il fatto che, se l’azione del microlensing sulla sorgente fosse la stesso per ogni lunghezza d’onda (ovvero ogni colore) della luce emessa, si potrebbe riuscire a escluderne gli effetti, e ottenere in tal modo misure estremamente precise del tasso di espansione dell’universo.

Lo studio ha rivelato che effettivamente, nelle fasi immediatamente successive alla massima luminosità della supernova, il microlensing sembra agire in maniera acromatica, cioè nello stesso modo per ogni colore. Avere accesso a dati relativi a queste fasi, con la piena operatività del telescopio Lsst nel 2023, garantirebbe la possibilità di ridurre notevolmente le sgradite sistematiche e raggiungere, forse, l’accuratezza necessaria per identificare la causa dell’espansione accelerata dell’universo.

«La scoperta di supernove di tipo Ia lensate [ndr: viste con lenti gravitazionali] ha un importante utilizzo cosmologico. Naturalmente è troppo presto per concludere se esse potranno fornire o meno una misura del rate di espansione dell’universo con una accuratezza competitiva con quella degli altri “probes” cosmologici.Prima bisognerà formare un campione sufficiente di supernove lensate sul quale basare le misure», osserva Massimo Della Valle dell’Inaf di Napoli, al quale ci siamo rivolti per un commento. «L’impresa sarà titanica, vista la bassa frequenza con la quale le supernove lensate vengono osservate, ma fattibile con l’avvento di Lsst. L’altro tema di grande interesse è quello di poter studiare l’evoluzione delle supernove Ia con alto redshift. Ottenere spettri di supernove Ia a redshift maggiore di 1.5 rappresenta a tutt’oggi una sfida di straordinaria difficoltà, che le supernove lensate potrebbero aiutare a vincere. L’osservazione anche di un piccolo numero di supernove Ia ad alto redshift potrebbe infatti rivelare risultati inaspettati e obbligarci a rivedere il concetto di “candela standard”».

Per saperne di più:

Galassie oscillanti scoperte da Hubble

L’ammasso galattico Abell S1063 osservato da Hubble durante il programma Frontier Fields. L’enorme massa del cluster agisce come una lente gravitazionale ingrandendo le galassie ancora più distanti, così che queste diventino abbastanza luminose da essere osservate da Hubble. Crediti: NASA, ESA, and J. Lotz (STScI)

Lo Hubble Space Telescope ha fatto l’ennesima straordinaria scoperta, osservando le galassie di ammasso più brillanti (le cosiddette brightest cluster galaxy – Bcg) all’interno di alcuni cluster traballano e si spostano in maniera bizzarra rispetto al centro. Cosa succede a queste galassie? Questo risultato inaspettato non è coerente con le previsioni riportate nell’attuale modello standard che descrive la materia oscura fredda (cioè quel 27 per cento di “torta cosmica” che, insieme a un 5 per cento scarso di materia ordinaria, forma la materia presente nel cosmo – tutto il resto, dunque oltre il 68 per cento, è energia oscura, la componente che secondo i cosmologi spiega l’espansione dell’universo).

Un gruppo internazionale di astronomi ha studiato dieci ammassi scoprendo che le galassie più brillanti non sono fisse al centro come previsto. L’abbraccio invisibile della materia oscura racchiude galassie e ammassi di galassie, che non sono altro che raggruppamenti massicci galassie (fino a un migliaio) immersi nel caldo gas intergalattico. Tali cluster hanno nuclei molto densi, ognuno dei quali contiene una galassia massiccia chiamata la “galassia più luminosa dell’ammasso”. Il modello della materia oscura fredda prevede che una volta che un ammasso galattico torna ad uno stato “rilassato” dopo aver sperimentato la violenza e la turbolenza provocate dalla fusione con altri ammassi o dalla fusione di galassie, la Bcg non si muove dal centro del cluster per via dell’enorme influenza gravitazionale della materia oscura.

La galassia ellittica gigante al centro di questa immagine, ripresa dal telescopio spaziale Hubble, è l’oggetto più massiccio e luminoso del cluster galattico Abell 2261. Grande un po’ più di un milione di anni luce, la galassia è circa 20 volte il diametro della nostra Via Lattea. Crediti: NASA, ESA, M. Postman (Space Telescope Science Institute, USA), T. Lauer (National Optical Astronomy Observatory, USA), and the CLASH team.

I dati raccolti dal telescopio Nasa/Esa raccontano, però, una storia diversa. Le galassie oscillando attorno al centro di ogni cluster anche dopo la fine della turbolenza dovuta a eventi devastanti come il merging galattico. Gli astronomi hanno osservato che il centro delle parti visibili di ogni cluster di galassie e il centro della massa totale del cluster – compreso l’alone di materia oscura – sono controbilanciati, fino a 40 mila anni luce (che è una distanza ragguardevole).

«Abbiamo scoperto che i Bcg oscillano attorno al centro delle galassie», ha spiegato David Harvey, autore principale dello studio e astronomo presso l’Epfl in Svizzera. «Ciò indica che, piuttosto che una regione densa al centro dell’ammasso (come previsto dal modello standard della materia oscura), c’è una densità centrale molto più bassa. Questo è un segnale impressionante della presenza di forme esotiche di materia oscura proprio nel cuore degli ammassi di galassie».

Le galassie più luminose dei cluster possono essere studiate solo grazie al fenomeno delle lenti gravitazionaligli astronomi sfruttano l’effetto di curvatura della luce (provocato dalla materia oscura presente attorno alla galassia) per studiare oggetti lontanissimi, quindi impossibili da osservare con i telescopi spaziali. È necessario però che la galassia più distante si trovi quasi perfettamente dietro alla “galassia lente”. E Hubble è riuscito decine e decine di volte a sfruttare questo effetto.

Se il fenomeno di “wobbling” (come è chiamato in inglese cioè di oscillamento) venisse confermato, allora saremmo di fronte a un nuovo fenomeno astrofisico tutto da studiare e da spiegare. Gli scienziati che hanno lavorato alla ricerca concordano nel dire che per comprendere pienamente queste galassie “traballanti” è necessario approfondire la conoscenza della fisica fondamentale nel campo della materia oscura. Il segreto è tutto lì!

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