Ecco come si stiva il James Webb Telescope

Un primo sguardo al telescopio spaziale James Webb della Nasa completamente ripiegato nella stessa configurazione che avrà quando verrà caricato sul vettore Ariane V. L’immagine è stata presa da una webcam nella camera bianca del Northrop Grumman, a Redondo Beach, in California. Crediti: Northrop Grumman

Webb è il telescopio spaziale più grande e complesso che la Nasa abbia mai costruito. È decisamente troppo grande per entrare in qualsiasi razzo attualmente disponibile. Ma questo non rappresenta un problema: è stato progettato per ripiegarsi su sé stesso, in una configurazione molto meno ingombrante, che entra perfettamente nel “vano di carico” del vettore Ariane V.

Una volta nello spazio, il telescopio si dispiegherà, allungandosi e aprendosi con una serie di passaggi ben calibrati, prima di iniziare a fare le osservazioni che rivoluzioneranno la nostra conoscenza del cosmo.

«Per la prima volta, il James Webb Space Telescope ha raggiunto un altro importante traguardo, che ha visto l’intero osservatorio nella sua configurazione di lancio, preparandosi ai test ambientali», spiega Bill Ochs, responsabile del progetto Webb al Nasa Goddard Space Flight Center. «Sono molto orgoglioso dell’intero team – del Northrop Grumman e della Nasa – che segue i test e l’integrazione. Questo risultato dimostra la sua eccezionale dedizione e diligenza, in questi tempi difficili a causa del Covid-19».

Il Webb ripiegato per adattarsi all’ingombro disponibile dell’Ariane. Crediti: Arianespace

L’obiettivo del team di collaudo è di assicurarsi che ogni componente hardware e software del Webb funzioni non solo individualmente ma anche integrato. Ora che il Webb è completamente assemblato, i tecnici e gli ingegneri hanno colto l’opportunità unica di comandare l’intero veicolo spaziale e di eseguire le varie fasi di movimento e dispiegamento che lo stesso eseguirà nello spazio. Piegando e riponendo il veicolo spaziale nella stessa configurazione di quando verrà lanciato dalla Guyana francese, il team di ingegneri può procedere ora ai test ambientali finali (acustica e vibrazioni). Dopo aver completato la serie di test, Webb verrà dispiegato un’ultima volta sulla Terra per ulteriori test, prima di prepararsi al lancio.

«Pur operando con misure di sicurezza personale potenziate a causa del nuovo coronavirus (Covid-19), il progetto continua a fare buoni progressi e a raggiungere traguardi significativi in ​​preparazione dei prossimi test ambientali», dice Gregory L. Robinson, direttore del programma Webb alla Nasa. «La sicurezza dei membri del team continua a essere la nostra massima priorità e si stanno prendendo precauzioni per proteggere l’hardware del Webb, mentre si continua con l’integrazione e i test. La Nasa valuterà costantemente la schedula del progetto e adeguerà le decisioni man mano che la situazione si evolverà».

Guarda il video della Nasa sul ripiegamento del James Webb Space Telescope 

 

Quello sguardo strano di Perseverance

La “testa” del rover Nasa Perseverance contiene lo strumento SuperCam, la cui ottica è ospitata all’interno della scocca in corrispondenza della grande apertura circolare. Nei due parallelepipedi di colore grigio, poco più in basso, ci sono le due telecamere di navigazione del rover Mastcam-Z. Crediti: Nasa Jpl-Caltech

E d’improvviso quel silenzio tra noi. Tra noi e Perseverance. E quello sguardo strano del rover Nasa che al Kennedy Space Center, in Florida, sta ultimando la fase di preparazione in vista del lancio previsto per in estate: destinazione Marte. Perseverance che allo strumento SuperCam affianca Mastcam-Z, una coppia di telecamere dotate di un potente zoom che faciliterà il lavoro del team di guida in remoto e aiuterà gli scienziati a ottenere immagini a colori ad altissima risoluzione e in 3D.

Forse più di Battisti, Elio e le Storie Tese sono stati profetici a immaginare il salto tecnologico del rover marziano. Il verso che apre Vincere l’odio, capolavoro assoluto di ribalderia presentato al Festival di Sanremo 2016, parla chiaro: «Se mi guardi con quel sguardo dentro agli occhi / io ti sfido a innamorarmi di te / ma due occhi per sguardarsi sono pochi / per amarci ce ne vuole almeno tre». E proprio tre sono gli “occhi” con cui Perseverance osserverà il panorama marziano: SuperCam Mast Unit, l’insieme di fotocamera, laser e spettrometri in grado di identificare la composizione chimica e minerale di specifici punti della superficie marziana (grandi quanto la punta di una matita da una distanza superiore a 6 metri), e ora Mastcam-Z, un sistema di zoom di ultima generazione che aiuterà Perseverance a ottenere immagini 3D più facilmente. 

Gli “autisti” del rover, che pianificano attentamente il percorso di guida e ogni singolo movimento del braccio robotico, visualizzano queste immagini stereoscopiche indossando occhiali 3D in modo da avere un’idea più precisa del paesaggio da esplorare.

Come SuperCam è una versione avanzata dello strumento ChemCam in funzione sul rover Curiosity, anche Mastcam-Z è una sorta di upgrade del precedente Mastcam. La coppia di telecamere fornisce dati chiave a scienziati e ingegneri di missione: semplifica la guida in remoto e permetterà di ottenere immagini a colori ad altissima risoluzione.

Mastcam-Z aiuterà anche i geologi a scegliere gli obiettivi scientifici della missione e comprendere meglio il paesaggio in cui si trovano i campioni di roccia analizzati: sono caduti da una scogliera vicina? Si trovavano nel corso di un antichissimo torrente?

Uno strumento così sofisticato torna bene a osservare il paesaggio in una varietà di lunghezze d’onda, comprese quelle invisibili all’occhio umano. La scansione del terreno nell’ultravioletto o nell’infrarosso, ad esempio, potrebbe rivelare tracce di meteoriti metalliche o evidenziare variazioni che giustifichino analisi più dettagliate da parte di altri strumenti.

E c’è di più: Mastcam-Z volgerà la sua “supervista” al cielo: osservando i transiti delle lune marziane sul disco solare e misurando come le tempeste di polvere e le formazioni di nuvole cambino nel corso delle stagioni sul Pianeta rosso.

 

Faccia a faccia con la galassia Ngc 3344

La galassia a spirale Ngc 3344 ripresa dal telescopio spaziale Hubble. Crediti: Esa/Hubble, Nasa

In direzione della costellazione del leone Minore, alta verso sud nei cieli serali di aprile, si trova la spettacolare galassia Ngc 3344. Distante da noi circa 20 milioni di anni luce, possiamo individuarla già con l’ aiuto di un piccolo telescopio. La sua magnificenza possiamo apprezzarla nell’immagine qui a fiancoottenuta dal telescopio spaziale Hubble che ci rivela la disposizione quasi perfettamente di faccia di NGC 3344 e mostrano molti dettagli della sua struttura ed estensione, pari a circa la metà della nostra galassia, la Via Lattea. I bracci rotanti di Ngc 3344 sono il luogo dove si formano continuamente nuove stelle. le più calde e giovani risplendono di una luce bluastra. Le nubi di polveri e gas, immensi bacini di materiale che, collassando, potrà dar vita a nuovi astri, sono invece associate ai toni del rosso.

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Ma il cielo serale di aprile ha moltissime altre meraviglie in arrivo, nuvole permettendo. Se siete curiosi di saperne di più, non vi resta che guardare il video qui sotto che come ogni mese abbiamo preparato per voi:

Il cielo in una goccia di Massimo Tamajo

A Little Drop of Galaxy. Crediti: Massimo Tamajo

L’agenzia spaziale statunitense pubblica ogni giorno l’Astronomy Picture Of the Day, meglio conosciuta come Apod, l’immagine astronomica del giorno. Ne riproponiamo spesso anche qui su Media Inaf. Affascinanti lavori di astrofotografia realizzati all’aperto, là dove il cielo è più nitido. Un’attività, questa della fotografia naturalistica, che in tempi di isolamento non è possibile fare. Forse per questo, e per la difficile situazione che sta vivendo l’Italia, la Nasa ha scelto di pubblicare lo scatto del siciliano Massimo Tamajo: un suggestivo esperimento di macrofotografia che immortala la galassia di Andromeda riflessa in una goccia di rugiada sullo stelo di un fiore.

«Mi ha sorpreso la velocità con cui Nasa ha voluto pubblicare. È successo tutto nel giro di 48 ore», dice Tamajo a Media Inaf.

Anche se a prima vista può risultare indistinguibile con il suo debole alone, Andromeda è forse la luce più antica che possiamo osservare a occhio nudo (M31 dista circa 2,5 milioni di anni luce da noi). Ed è a dir poco impressionante vedere raccolti in una goccia d’acqua le braccia a spirale di un oggetto celeste grande 100mila anni luce. Tamajo l’ha fotografata nell’agosto 2018 a Stromboli, isole Eolie. La stampa di quello scatto è finita sulla parete del suo studio ed è lì, dall’isolamento che tutti siamo chiamati a rispettare in questi giorni, che ha voluto osservarla e ritrarla nuovamente. 

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«Per poter ottenere dei buoni scatti astronomici, bisogna raggiungere spazi aperti privi di inquinamento luminoso, e questo era quello che facevo ogni volta che ne avevo occasione prima dell’emanazione dei decreti, che oggi ci chiedono di restare a casa. Così è nata l’idea di continuare a lavorare indoor, mettendo insieme le mie due più grandi passioni: la macro e l’astrofotografia. E mi è venuta l’idea di far riflettere all’interno di una goccia d’acqua l’immagine di una galassia, la mia preferita: M31», spiega Tamajo. Era ancora studente quando decise di frequentare un corso di astronomia presso il Centro osservazione e divulgazione astronomica di Siracusa. La fotografia, confessa, gli ha cambiato la vita e da ingegnere elettronico è diventato fotografo naturalista. Oggi organizza mostre fotografiche, eventi divulgativi con scuole ed enti naturalistici, workshop di macrofotografia e astrofotografia di base, ma anche corsi di fotografia individuale.

Il fotografo Massimo Tamajo

Qualche informazione tecnica? 

«Per realizzare lo scatto ho utilizzato la mia reflex Nikon D750 con su una lente macro Sigma 180mm f/3,5 su cavalletto. Davanti alla reflex ho sistemato lo stelo grazie a un’asta snodabile. Mi sono servito della glicerina per creare la goccia. Avrei potuto usare della semplice acqua ma la glicerina è più densa e idonea allo scopo. Infine ho posizionato la mia stampa della galassia di Andromeda sullo sfondo, a una distanza di circa 30 centimetri dallo stelo. Naturalmente la stampa era capovolta, così da ottenere il riflesso corretto all’interno della goccia. I dati di scatto sono i seguenti: ISO 100, f/8, 10 secondi».

Attrezzatura?

«Per il primo approccio all’astrofotografia mi è bastato acquistare un astro inseguitore e utilizzare le lenti che già possedevo. Naturalmente la mia astro fotografia è assolutamente amatoriale e non paragonabile a quella ottenuta con attrezzatura ben più idonea (ma anche molto costosa) che prevede camere astronomiche, telescopi, montature equatoriali di buon livello, camere guida e via dicendo. Io scatto con una reflex che ho fatto modificare per l’astrofotografia e utilizzo i miei obiettivi, tra cui un Tamron 150-600mm che mi è servito per realizzare la foto di Andromeda. Solo da pochi mesi ho sostituito il mio astro inseguitore con una montatura equatoriale Ioptron Cem25P e da pochissimo ho anche aggiunto un telescopio 60-240mm insieme a una cam mono, entrambi per la guida. Piccoli passi che devo dire mi stanno dando anche molta soddisfazione a livello personale».

Perseverance porterà 11 milioni di nomi su Marte

La placca del concorso “Send Your Name to Mars” con cui la Nasa ha raccolto quasi 11 milioni di nomi da mandare su Marte, scritti su tre microchip a bordo del rover Mars 2020. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

La Nasa spesso organizza contest o iniziative simpatiche per accompagnare i lanci delle missioni più popolari. Stavolta toccherà al rover Perseverance, che partirà la prossima estate in direzione di Marte – arrivo previsto il 18 febbraio 2021. Anche questa volta la Nasa ha giocato la carta della campagna di successo “Send Your Name to Mars”: come è già accaduto con InSight, quasi 11 milioni di appassionati (per la precisione 10.932.295) hanno avuto la possibilità di aggiungere il proprio nome su uno dei tre microchip di silicio che verranno trasportati direttamente sul Pianeta rosso.

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Il rover Perseverance era già stato protagonista, qualche tempo fa, del concorso “Name the Rover”, appunto per trovare il nome ufficiale alla missione Mars 2020. Anche i 155 nomi semifinalisti viaggeranno verso Marte all’interno dei microchip, posti su una piastra anodizzata con una grafica incisa al laser che raffigura la Terra e Marte uniti dai raggi del Sole. La piastra sarà visibile dalle telecamere di Perseverance.

Pesante meno di un’utilitaria (una tonnellata o poco più), il rover Mars 2020 – ora Perseverance – si basa sulla configurazione del più famoso Curiosity. Cercherà segni della vita microbica nel passato di Marte, studierà il clima e la geologia del nostro vicino di casa, raccoglierà campioni da riportare sulla Terra. Nonostante gli attuali disagi causati dalla diffusione anche negli Stati Uniti della pandemia da nuovo coronavirus, il lancio del rover a bordo del razzo Atlas V è ancora previsto tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto. Staremo a vedere e vi aggiorneremo.

Là dove salgo a rubare il cielo

Uno dei filari d’antenne della Croce del Nord, nella Stazione radioastronomica di Medicina (BO). Crediti: R. Cerisola/Inaf

Un viaggio fra i telescopi nei giorni del coronavirus. È la nuova rubrica di Media Inaf, pensata per evadere un po’ – almeno con la mente – dalle pareti domestiche tra le quali, in questo periodo, siamo costretti. Un periodo difficile e anomalo anche per gli astronomi e per chi si occupa di spazio. Poco alla volta si stanno fermando i principali centri della Nasa, ormai tutti allo Stadio 3 (il penultimo livello di sicurezza) e alcuni – Ames, Michoud e Stennis – già allo Stadio 4, l’ultimo, lasciando la gestione della Stazione spaziale interamente nelle mani del blindatissimo Johnson Space Center di Houston, pronto già da inizio marzo ad affrontare questa fase critica. Telelavoro anche all’Esa, l’Agenzia spaziale europea. E nel suo video #iorestoacasa Luca Parmitano ricorda di aver trascorso, prima della reclusione forzata per coronavirus, ben duecento giorni d’isolamento sulla Stazione spaziale seguiti da tre settimane di quarantena.

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Non sta andando meglio ai telescopi da terra. L’Eso, dopo aver cancellato tutte le attività aperte al pubblico, ha spostato di circa un mese – dal 26 marzo al 23 aprile – la deadline per la presenzatione di proposte scientifiche per l’utilizzo dei telescopi di Paranal, e al 19 maggio quelle per Alma, per il quale nel frattempo è stato dichiarato il total shutdown. Shutdown anche per Lbt, il cui personale entra da domani in telelavoro. Telelavoro anche al Keck, dove comunque stanno proseguendo le operazioni scientifiche. Attività scientifiche perlopiù sospese anche in Italia, come ben potete immaginare.

Ma per avere maggiori dettagli nelle prossime settimane Media Inaf andrà a sentire le persone che ci lavorano, in questi telescopi. Idealmente vorremmo dedicare un’intervista a ciascun telescopio, con uscite cadenzate – questa almeno è la nostra intenzione – ogni lunedì e giovedì. Si parte domani, lunedì 23 marzo, con un’intervista di Maura Sandri al responsabile della Stazione radioastronomica di Medicina (BO), che in questi giorni si trova proprio a ridosso con la zona rossa dell’omonimo comune. State con noi.

LunarCity, tra le missioni Apollo e il Gateway

La locandina del film

Ci sono tre piani temporali su cui si può trattare l’argomento dell’esplorazione lunare: il passato, raccontando la corsa allo spazio e le missioni Apollo, il presente, raccontando l’epopea Moon-To-Mars che vorrebbe riportare l’uomo sulla Luna nel 2024, e il futuro, in cui l’uomo sulla Luna non ci fa solo le passeggiate e qualche esperimento, ma ha una base in cui poter vivere e sperimentare – un po’ come oggi si fa sulla Stazione spaziale internazionale – e magari anche un porto per le missioni interplanetarie.

In LunarCity – in programma da lunedì 17 a mercoledì 19 febbraio in 85 sale cinematografiche italiane – i tre piani sono sovrapposti, sottolineandone la continuità. La storia dell’esplorazione lunare è sicuramente divisa in più fasi, ma l’ondata di interesse attuale non ci sarebbe mai stata se in quel lontano luglio del 1969 un uomo non avesse fatto quel piccolo grande passo sul suolo lunare.

Sì, perché quel piccolo passo per l’uomo, quel grande passo per l’umanità ha segnato una svolta nel nostro modo di vederci confinati all’interno di un singolo pianeta, ha cambiato il modo in cui vediamo la nostra posizione nell’universo. Con quel passo abbiamo capito che i limiti sono destinati ad allargarsi sempre più con il tempo, con la tecnologia, con lo sforzo di milioni di persone che lavorano costantemente per questo obiettivo comune.

E proprio su questo obiettivo si concentra LunarCity, sul ripercorrere i passi che abbiamo fatto e che dovremo fare per costruire il nostro futuro sulla Luna. I passi questa volta non potranno essere di pochi uomini e non potranno essere percorsi con una sola bandiera in braccio. Il futuro della Luna, e dello spazio in generale, non è più quello di una competizione in stile Guerra Fredda, ma ha bisogno della collaborazione di tutte le potenze spaziali, di uno sforzo comune per un obiettivo comune.

Attraverso una serie di interviste a figure chiave degli sviluppi attuali dell’esplorazione lunare, LunarCity racconta di una stazione spaziale cislunare, del gateway cui gli astronauti potranno attraccare con una normale capsula Orion dopo appena qualche giorno di viaggio, dei moduli abitativi che consentiranno di sopravvivere all’arido e privo di atmosfera ambiente lunare. Il documentario si concentra soprattutto sugli sviluppi che stanno avvenendo in casa Nasa e sui contributi forniti dalle aziende italiane, ma da ogni virgola traspare chiaramente che questo futuro non potrà avvenire senza lo sforzo congiunto di tutti. Perché, come dice la astronauta Tracy Dyson in una delle interviste, l’obiettivo è quello di “creare, con la collaborazione di tutti, delle fondamenta forti. Solo in questo modo continueremo a costruire il futuro nello spazio”.

Guarda il trailer:

Lunar City è in arrivo nelle sale italiane

Dal 17.02.2020 al 19.02.2020

La locandina del film

Con grande attesa degli estimatori di film documentari di astronautica, esce per tre giorni consecutivi – da lunedì 17 a mercoledì 19 febbraio – in 85 sale cinematografiche italiane Lunar City, diretto da Alessandra Bonavina, in collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana e la Nasa e con il patrocinio dell’Ambasciata americana in Italia e del Centro studi americani.

«Il documentario», spiega la regista, «celebra il cinquantennio dello sbarco dell’uomo sulla Luna, avvenuto il 20 luglio 1969. Ma il film non si ferma al passato. L’opera punta al futuro, in cui la Luna è vista come trampolino per un balzo ancora più significativo di quello compiuto da Neil Armstrong cinquant’anni fa. Il nostro satellite diverrà infatti un avamposto verso Marte».

Come annunciato recentemente da Jim Bridenstine, amministratore capo della Nasa, l’agenzia spaziale statunitense sta lavorando da tempo non solo per riportare l’uomo sulla Luna entro il 2024, ma anche per farlo restare. Solo in questo modo potremo imparare a vivere lontano dalla Terra per periodi lunghi ed essere pronti per una successiva missione su Marte.

Nei prossimi anni, l’intento è di costruire una stazione spaziale in orbita cislunare, che permetterà agli astronauti di raggiungere il nostro satellite e da lì esplorare lo spazio interplanetario. Il docufilm raccoglie una ventina di interviste a figure chiave della Nasa impegnate nelle prossime missioni lunari, oltre a quelle degli italiani Giorgio Saccoccia, presidente dell’Asi, Vincenzo Giorgio dell’Altec e Franco Fenoglio e Walter Cugno di Thales Alenia Space. I protagonisti di questa nuova avventura spaziale spiegano come, in un futuro non così lontano, con una stazione spaziale in orbita cislunare gli astronauti potranno partire dal pianeta Terra con una normale capsula Orion, attraccare dopo qualche giorno al Gateway e poi far rotta verso lo spazio interplanetario a bordo del Transport.

Il film porta la firma di Alessandra Bonavina, già regista di Expedition, distribuito nel 2017. In quel suo precedente lavoro, la regista raccontava le varie fasi dell’addestramento che hanno portato alla realizzazione di Expedition 52, la missione di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale con l’astronauta Paolo Nespoli.

Guarda il trailer:

Parco giochi stellare nella nube di Perseo

Protagonista di questa immagine – ripresa dallo Spitzer Space Telescope della Nasa – è la nube molecolare di Perseo, un complesso di gas e polvere che si estende per oltre 500 anni luce all’interno del Braccio di Orione, ad appena 1000 anni luce dal Sistema solare, in direzione della costellazione di Perseo, da cui prende il nome. Sede di un’abbondanza di giovani stelle, ha attirato l’attenzione degli astronomi per decenni, e Spitzer non poteva non dare un’occhiata con i suoi potenti occhi infrarossi.

La nube molecolare di Perseo, un complesso di gas e polvere che si estende per oltre 500 anni luce, ospita un’abbondanza di giovani stelle. In questa immagine è stata ripresa dallo Spitzer Space Telescope della Nasa. Situata ai margini della Costellazione del Perseo, la nube si trova a circa mille anni luce dalla Terra. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech.

Lo strumento Spitzer Multiband Imaging Photometer (Mips) ha catturato questa immagine durante la cold mission di Spitzer, iniziata nel 2003 e terminata nel 2009, quando a bordo è finito l’elio, il liquido che serviva per raffreddare il telescopio spaziale e consentire agli strumenti di funzionare a bassissime temperature. Da quel momento è iniziata la warm mission di Spitzer, che utilizza due moduli della InfraRed Array Camera (Irac) la cui sensibilità non è stata deteriorata dall’esaurimento dell’elio.

La luce infrarossa non può essere vista dall’occhio umano, ma tutti gli oggetti caldi, dai corpi umani alle nubi di polvere interstellare, la emettono. Le radiazioni infrarosse emesse dalla polvere generano gran parte del bagliore evidente nella nube molecolare di Perseo. Grappoli di stelle, come quelli presenti vicino al lato sinistro dell’immagine, emettono ancora più luce infrarossa e illuminano le nubi circostanti come il Sole illumina un cielo nuvoloso al tramonto. Gran parte della polvere vista in questa zona emette poca o nessuna luce visibile (in effetti, la polvere blocca la luce visibile) e viene quindi rivelata più chiaramente con osservatori a infrarossi come Spitzer.

Questa immagine mostra la posizione e le dimensioni apparenti della nube molecolare di Perseo nel cielo notturno. Situata ai margini della costellazione di Perseo, il complesso di gas e polvere si trova a circa 1000 anni luce dalla Terra e ha un’estensione di circa 500 anni luce. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

Sul lato destro dell’immagine c’è un gruppo luminoso di giovani stelle noto come Ngc 1333, che Spitzer ha osservato più volte. Si trova a circa 1000 anni luce dalla Terra. Sembra lontano, ma in realtà è molto vicino rispetto alle dimensioni della nostra galassia, il cui diametro è di circa 100mila anni luce. La vicinanza di Ngc 1333 e le forti emissioni a infrarossi l’hanno resa ben visibile agli astronomi già dai tempi in cui sono stati utilizzati i primi strumenti a infrarossi. Alcune delle sue stelle furono osservate per la prima volta a metà degli anni ’80 con l’Infrared Astronomical Survey (Iras), una missione congiunta tra Nasa, Regno Unito e Paesi Bassi. Iras è stato il primo telescopio spaziale a infrarossi e ha osservato il cielo a lunghezze d’onda infrarosse bloccate dall’atmosfera terrestre, regalandoci la prima vista in assoluto dell’universo a quelle lunghezze d’onda.

Su Ngc 1333 sono stati scritti più di 1200 articoli, ed è stata studiata in altre lunghezze d’onda della luce da numerosi satelliti, incluso lo Hubble Space Telescope, che rileva la luce per lo più visibile, e l’osservatorio a raggi X Chandra della Nasa. Molte giovani stelle dell’ammasso stanno espellendo enormi quantità di materiale – lo stesso materiale che forma la stella – nello spazio. Quando il materiale viene espulso, si riscalda e si scontra con il mezzo interstellare circostante. Questi fattori fanno irradiare i getti in modo molto brillante e possono essere visti molto bene dagli astronomi, che nel complesso riescono ad avere una visione chiara di come le stelle passano da un’adolescenza a volte turbolenta all’età adulta, più calma.

Altri ammassi di stelle visibili al di sotto di Ngc 1333 sono circondati da un affascinante mistero: sembrano contenere stelle neonate, adolescenti e adulte. Secondo Luisa Rebull, astrofisica dell’Infrared Science Archive della Nasa che ha studiato Ngc 1333 e alcuni degli ammassi sottostanti, un mix così fitto ed eterogeneo in termini di età è estremamente raro. Sebbene molte stelle possano formarsi insieme in gruppi ristretti, invecchiando tendono a spostarsi sempre più lontano, e vedere stelle di età così differenti così vicine fra loro fa sorgere qualche dubbio. «Questa regione», dice Rebull, «ci sta indicando che c’è qualcosa che non abbiamo ancora capito sulla formazione stellare».

Immagine annotata della nube molecolare di Perso, fornita dallo Spitzer Space Telescope della Nasa, che mostra la posizione di vari ammassi stellari, tra cui Ngc 1333. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

Dalle prime osservazioni di Iras, i nuovi strumenti caratterizzati da una sensibilità molto migliore hanno permesso di svelare alcuni dei misteri della regione. Il 30 gennaio 2020 la Nasa manderà in pensione lo Spitzer Space Telescope, ma la sua eredità ha spianato la strada ai prossimi osservatori spaziali, tra cui il James Webb Space Telescope, che osserverà nell’infrarosso e permetterà agli astronomi di addentrarsi in questa regione e scorgerne particolari che miglioreranno ulteriormente la comprensione dell’universo.

Per saperne di più sullo Spitzer Space Telescope:

Quel che resta di Vikram

CreditI: NASA / Goddard / Arizona State University

Avrebbe dovuto toccare il suolo lunare il 7 settembre scorso, il lander Vikram della missione Chandrayaan-2. Ma a circa due chilometri dalla meta – un piatto altopiano nei dintorni del Polo sud – i contatti con il centro di controllo della Isro, la Indian Space Research Organization, si interruppero improvvisamente, ponendo per il momento fine all’ambizione dell’India di diventare il quarto paese in grado di recapitare con successo una sonda sulla Luna – dopo le missioni di Unione Sovietica, Stati Uniti e Cina.

Superato il primo momento di sconcerto, esperti e volontari si misero all’opera per cercare di individuare i resti della sonda, impresa utile anche a stabilire le esatte cause del fallimento della missione. Già il giorno successivo fece il giro del mondo la notizia che la stessa Isro, con l’orbiter di Chandrayaan-2, aveva localizzato il lander ed era intenzionata a tentare di ristabilire i contatti, ma nessuna immagine fece seguito all’annuncio.

Shanmuga Subramanian. Fonte: pagina Facebook personale

Risalgono invece al 17 settembre le prime immagini della zona del touchdown acquisite dal Lunar Reconnaissance Orbiter (Lro) della Nasa, rese pubbliche il 26 settembre e messe a disposizione di chiunque volesse cimentarsi nel ritrovamento. Ed è stato proprio un appassionato del settore, l’ingegnere informatico indiano Shanmuga Subramanian, a individuare in queste immagini quelli che potevano essere indizi dello schianto e a convincere il team di Lro a ritornare sul “luogo del delitto”.

Durante le acquisizioni successive, avvenute il 14 e 15 ottobre e l’11 novembre, le condizioni di luce erano molto più favorevoli – in particolare per le immagini di novembre, che hanno una risoluzione di 0.7 metri per pixel e un angolo di incidenza della luce di 72 gradi. E dal confronto fra queste immagini (vedi gif animata qui sopra) e quelle risalenti a prima dello schianto si è avuta la certezza che Shanmuga Subramanian ci ha visto giusto.