Là dove si riversa il gas si nascondono pianeti

Illustrazione artistica del disco protoplanetario di gas e polveri attorno alla giovane stella Hd 163296. Crediti: Robin Dienel, Carnegie Institution for Science

I dischi circumstellari che circondano le giovani stelle sono vere e proprie culle planetarie. Strutture nelle quali prendono forma i nuovi mondi che andranno poi a formare il futuro sistema planetario. Sono dunque le strutture ideali da studiare per comprendere i processi di formazione planetaria.

Le immagini ottenute a partire dai dati dell’array di telescopi Alma, in Cile, mostrano diverse strutture formate da questi dischi di gas e polveri. Materia distribuita uniformemente tranne in alcuni punti, dove sono presenti i cosiddetti gaps: solchi nella trama di questi dischi. Cosa c’è dentro a queste “tane discali”? L’ipotesi degli scienzati è che contengano pianeti in formazione. Un’ipotesi già verificata in numerosi studi e ulteriormente validata in quello condotto da un team di scienziati guidato da Richard Teague, dell’università del Michigan, pubblicato oggi su Nature.

Ciò che gli astronomi hanno fatto per arrivare a questa conclusione, oltre a studiare le polveri del disco, è stato analizzare il comportamento del gas – il 99 per cento della massa del disco protoplanetario – sfruttando le potenzialità delle antenne dell’array di telescopi Alma di captare la luce a lunghezza d’onda millimetrica emessa dal monossido di carbonio, uno dei gas che costituiscono il disco.

In particolare, utilizzando i dati ottenuti da Alma nell’ambito del progetto Disk Substructures at High Angular Resolution,  Teague e colleghi hanno determinato le velocità di rotazione nelle tre dimensioni dei gas attorno al disco di Hd 163296, giovane e studiatissima (qui tre articoli su Media Inaf) stella di massa circa doppia di quella del Sole situata a 330 anni luce dalla Terra. E hanno trovato una variazione nella velocità di rotazione del gas in tre diverse posizioni: a 87, 140 e 237 unità astronomiche.

Tre siti nei quali, per la prima volta, è stata osservata una cascata del gas dagli strati superiori verso il centro del disco protoplanetario. Una cascata di gas la cui esistenza è stata suggerita da modelli teorici già dagli anni ’90.

«Ciò che probabilmente accade è che un pianeta in orbita attorno alla stella sposta il gas e la polvere, aprendo un varco», dice Teague. «Il gas al di sopra del solco così prodotto collassa al suo interno come una cascata, dando origine a un flusso rotazionale di gas lungo il disco».

Crediti: Nrao/Aui/Nsf, B. Saxton

Per verificare se i solchi potessero realmente ospitare pianeti in formazione, i ricercatori si sono avvalsi di simulazioni ottenute utilizzando il modello computazionale di un sistema stellare. Ebbene, i risultati indicano che le cascate di gas osservate possono essere spiegate dalla presenza di tre pianeti con masse pari alla metà, all’equivalente e al doppio della massa di Giove rispettivamente per il solco più vicino, a 87 unità astronomiche, il mediano, a 140 unità astronomiche, e il più distante, a 237 unità astronomiche.

L’osservazione delle cascate di gas – oltre a offrire un’ulteriore conferma dell’esistenza, intorno ad Hd 163296, di pianeti che si stanno formando – contribuisce anche a spiegare l’origine dell’atmosfera dei giganti gassosi.

«I pianeti si formano nello strato intermedio del disco, il cosiddetto piano mediano: un luogo freddo», spiega Teague, «protetto dalle radiazioni della stella. Pensiamo che i solchi causate dai pianeti portino gas più caldo dagli strati esterni – chimicamente più attivi – del disco verso l’interno, e che sia questo gas a formare l’atmosfera planetaria».

«Ora abbiamo un quadro molto più completo della formazione dei pianeti rispetto a quello che immaginavamo», osserva Ted Bergin, coautore dello studio. «Caratterizzando questi flussi possiamo comprendere la formazione di pianeti come Giove e descrivere la loro composizione chimica alla nascita».

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Cometa Borisov, aliena ma non troppo

Immagine composita a due colori della cometa 2I/Borisov catturata dal telescopio Gemini Nord il 10 settembre 2019. L’immagine è stata ottenuta con otto esposizioni da 60 secondi, quattro in bande verdi e quattro in bande rosse. Crediti: Gemini Observatory/Nsf/Aura

Viene da regioni remote dell’universo, ma a guardarla sembra una di noi. Nonostante la sua origine interstellare, quanto a colore, dimensioni e forma la cometa “aliena” 2I/Borisov – scoperta il 20 agosto 2019 dall’astrofilo Gennadiy Borisov – sembra in tutto e per tutto simile a una qualsiasi altra cometa attiva del Sistema solare. Lo conferma un articolo – il primo paper su 2I/Borisov pubblicato su una rivista scientifica – apparso oggi su Nature Astronomy.

Guidato dagli astronomi Piotr Guzik e Michał Drahus della Jagiellonian University di Cracovia, in Polonia, lo studio è firmato, fra gli altri, anche da un giovane astronomo di Roma attualmente in Olanda per il dottorato, il 28enne Giacomo Cannizzaro. Amante dell’arrampicata sportiva e dello sci – «anche se nella piatta Olanda non sono sport facili da praticare», dice a Media Inaf – e  appassionato di cruciverba, che si fa regolarmente spedire dall’Italia, Cannizzaro ha da sempre avuto voglia di partire e fare un’esperienza di vita all’estero. «Un collega più grande, che viveva in Olanda, me ne aveva parlato molto bene, facendomi venire un po’ la fissazione di venirci a vivere – nonostante non l’avessi mai neanche visitata. Quando ho ricevuto l’offerta di lavoro, non me lo sono fatto dire due volte! Una scelta anche di carattere lavorativo: qui la ricerca in astronomia è molto ben finanziata e di alto livello, e mi consente di viaggiare – cosa che adoro – partecipando a conferenze e andando a osservare in Cile e alle Canarie». Ed è proprio dalle Canarie che Cannizzaro ha partecipato in prima persona all’osservazione della cometa.

Con quali telescopi e su quali dati avete condotto la vostra ricerca? 

«Le immagini con le quali è stata studiata la cometa provengono da due grandi telescopi: Gemini North sull’isola di Mauna Kea – alle Hawaii, di 8.2 metri di diametro – e il William Herschel Telescope sull’isola di La Palma – parte delle isole Canarie, di 4.2 metri di diametro. Gli strumenti  impiegati sono stati il Gemini Multi-Object Spectrograph per Gemini North l’Auxiliary-port Camera per il William Herschel Telescope».

Giacomo Cannizzaro, 28 anni, romano, laurea in astrofisica alla Sapienza e oggi in Olanda – al Netherlands Institute for Space Research (Sron) e alla Radboud University – per il PhD, è uno dei coautori dello studio pubblicato su Nature Astronomy

Quando li avete acquisiti?

«Ero al lavoro al William Herschel Telescope per effettuare osservazioni di possibili emettitori di onde gravitazionali, quando abbiamo ricevuto la chiamata da Michal, la mattina del 10 settembre, alle ore 3 circa, che ci chiedeva di sacrificare parte del nostro tempo per osservare il nuovo visitatore interstellare. Data l’eccezionalità della scoperta, abbiamo deciso di effettuare le osservazioni. Se la chiamata fosse arrivata i giorni successivi, non avremmo potuto osservare la cometa, visto che abbiamo ricevuto ben due segnali di onde gravitazionali».

Il vostro è il primo articolo sulla cometa 2I/Borisov pubblicato su una rivista scientifica. Come avete fatto a conciliare un’uscita così rapida con i passaggi farraginosi del processo di peer review?

«Sì, il nostro paper è il primo pubblicato sulla cometa. Abbiamo dovuto ovviamente bilanciare il desiderio di pubblicare la scoperta il più presto possibile con lo scrivere un articolo scientificamente completo. Dopo un primo passaggio di revisione, abbiamo ampliato il campione di dati e l’articolo è stato accettato per la pubblicazione. Il processo di peer review è stato molto veloce».

Ci può tracciare un rapido identikit di questo visitatore interstellare?

«Il nucleo della cometa ha un diametro di circa 1 km e presenta una chioma estesa e una coda corta e poco luminosa, entrambe provocate dalla sublimazione delle polveri e del ghiaccio della cometa, grazie alla radiazione solare. L’orbita è estremamente eccentrica, tanto da non lasciar dubbio sulla provenienza extra-solare della cometa. La sua velocità all’ingresso nel Sistema solare era di circa 33 km/s. Al momento abbiamo poche informazioni sulla composizione della cometa: da osservazioni preliminari si è scoperta emissione di cianuro – cosa comune ad altre comete, compresa quella di Halley – ma l’oggetto si sta avvicinando a noi e nei prossimi mesi verranno effettuate numerose osservazioni che ci permetteranno di studiarlo più a fondo».

Eccentricità dell’orbita a parte, cosa la distingue da una cometa “indigena”?

«Quasi nulla! Sulla base dei dati che abbiamo al momento, la cometa Borisov risulta essere molto simile alle comete “native” del nostro sistema solare, in termini di luminosità, colore, dimensione».

Ma siete proprio certi che arrivi dall’esterno del Sistema solare?

«Siamo convinti che 2I/Borisov sia un visitatore interstellare: l’alta eccentricità dell’orbita è una prova sufficientemente sicura della provenienza extra-solare della cometa: infatti quest’orbita non può essere stata causata da perturbazioni gravitazionali dovute ai pianeti del nostro sistema solare, visto che la cometa viaggia su una direzione lontana dal piano orbitale degli altri pianeti».

E da dove proviene?

«La cometa è entrata nel Sistema solare dalla direzione di Cassiopea».


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Bollo Auto: addio debiti ma potrebbero arrivare gli aumenti

bollo autoUltimamente si è scoperto del condono delle cartelle per il bollo auto dopo la pace fiscale raggiunta dal Governo per i debiti maturati dal 2000 al 2010. Molti automobilisti si sono sfogati in rete contro una manovra che sa un po di presa in giro. Chi ha pagato è rimasto incastrato mentre chi ha eluso il sistema fiscale ha risparmiato un sacco di soldi. In rete si è scatenata la bufera, ora alimentata dalla possibilità che si verifichino nuovi aumenti per l’imposta che nessuno vuole pagare. Ecco che cosa sta per succedere in Italia.

Bollo auto in Italia: dopo la rottamazione delle cartelle si pensa agli aumenti dell’imposta per alcune Regioni

L’esecutivo della nostra nazione è rimasto in stallo per diverso tempo. Si sono susseguiti governi molto diversificati tra loro per ideologia e termini di manovra anti-crisi. Insieme al canone RAI Canone Rai, il bollo auto ha rappresentato l’epicentro di accese discussioni e dispute. Il popolo è oltremodo oltraggiato da una tassa ritenuta ingiusta e gonfiata rispetto agli altri Paesi Europei. Chi ha scelto di non pagare è stato graziato ma stanno per arrivare alcune novità dopo il decreto strappacartelle.

Stando alle nuove disposizioni governative c’è la possibilità che le Regioni decidano per le rimodulazioni. La concessione di più autonomia lascia spazio all’imprevedibilità dei costi, cui sicuramente lo Stato non intende rinunciare dopo un introito maturato di 7 miliardi di euro a fronte delle nuove immatricolazioni avutesi nel periodo 2013 – 2018. NON ci rinuncerà certo facilmente.

Allo scopo di mitigare gli animi degli automobilisti si è scelto di conferire maggiore spazio di manovra alle istituzioni. Ciò, ad ogni modo, potrebbe dare luogo ad una situazione molto diversificata che passa dalla totale abolizione ad un aumento dell’imposta a carico dei singoli direttivi locali.

Per il momento si parla di indiscrezioni e piani non applicabili. Ne sapremo di più a seguito della risposta ufficiale da parte delle autorità del nuovo governo esecutivo.

Via Lattea, galassia ladra

Schema del ciclo del gas in ingresso e in uscita al di sopra e al di sotto il disco stellare. Crediti: Nasa, Esa e D. Player (Stsci)

La Via Lattea è una ladra: succhia il carburante ad altre galassie. Alle sue vicine più piccole, per giunta. Come se il proprietario di un grosso suv se ne andasse notte tempo a rubare benzina dai serbatoi delle utilitarie del parcheggio condominiale. Una vicenda che non ci fa onore, ricostruita in un articolo in uscita su The Astrophysical Journal e firmato da un team guidato da Andrew Fox dello Space Telescope Science Institute.

Il “carburante”, nel caso della Via Lattea, è il gas. Immense nubi di gas necessarie alla formazione delle nuove generazioni di stelle. Gas che esce dai confini della nostra galassia sospinto dal vento stellare e dalle esplosioni di supernove. Per poi rientrare – per effetto della gravità – quando la situazione si fa più tranquilla. Gli astronomi si sono però accorti che non è un gioco a somma zero: gli ingressi superano le uscite. Il gas che arriva è più di quello che se ne va.

Ma quanto di più? E da dove arriva, quello in eccedenza? Rispondere non è stato semplice: le nubi di gas sono invisibili, come il vento. Dunque non c’è modo di tracciare i loro spostamenti semplicemente osservandole. Gli autori dello studio hanno però trovato un escamotage: le hanno “illuminate” con la luce dei quasar presenti sullo sfondo. Le nubi di gas assorbono infatti alcune particolari frequenze dei potenti fasci di radiazione elettromagnetica emessi dai quasar, e questo assorbimento lascia delle tracce. In particolare, Fox e colleghi si sono concentrati sull’impronta lasciata dal silicio: una firma spettroscopica osservabile dal telescopio spaziale Hubble in ultravioletto.

Se i quasar fossero alberi autunnali, le tracce rilevate nell’arco di dieci anni – circa duecento osservazioni, dal 2009 a oggi – dallo strumento Cos (Cosmic Origins Spectrograph) di Hubble sarebbero le foglie nel vento: guardandole volteggiare è possibile non solo “vedere” il vento, ma anche capire in che direzione soffia. È ciò che hanno fatto Fox e colleghi misurando lo spostamento della riga spettrale del silicio generato dall’effetto doppler: verso il rosso quando il gas si allontana, verso il blu quando fa rientro nella galassia.

Ed è così che, ripercorrendo l’elenco dei movimenti, si sono accorti che le entrate superano le uscite. Ma da dove arriva il gas inatteso? Una possibile spiegazione è che il surplus provenga dal mezzo intergalattico. Fox e il suo team sospettano, però, che la Via Lattea stia anche razziando i “conti correnti” di altre galassie del vicinato: le sue piccole galassie satelliti, appunto. Risucchiando dunque – grazie alla sua considerevole attrazione gravitazionale – il gas in esse presenti. L’indagine non è però terminata: per una risposta definitiva, dovrà essere condotta anche su altre galassie, ed estesa all’analisi dei movimenti non solo del gas freddo – com’è stato fatto in quest’occasione – ma anche di quello più caldo.

Per saperne di più:

  • Leggi il preprint dello studio in uscita su The Astrophysical Journal “The Mass Inflow and Outflow Rates of the Milky Way”, di Andrew J. Fox, Philipp Richter, Trisha Ashley, Timothy M. Heckman, Nicolas Lehner, Jessica K. Werk, Rongmon Bordoloi e Molly S. Peeples

 

Netflix lancia Stranger Things 4: tutte le novità in un Video

Netflix

La piattaforma di contenuti in streaming Netflix ha da poco annunciato, in maniera non ufficiale, un inquietante teaser trailer, l’arrivo della quarta stagione di Stranger Things.

Il messaggio che accompagnava il video, è molto eloquente, non ci troveremo più ad Hawkins. L’ambientazione sarà infatti spostata da un’altra parte, seguendo il trasferimento di alcuni protagonisti della serie, tra cui Undici. Scopriamo insieme tutti i dettagli.

Netflix pubblica il primo trailer della 4° stagione di Stranger Things

Secondo le ultime teorie, la quarta stagione della serie TV Stranger Things sarà un vettore per il Sottosopra, per via degli eventi narrati nella terza stagione. I messaggi lanciati da David Harbour sono davvero criptici, anche se confermano quello che molti altri si aspettavano, anche se al momento la nuova stagione non ha nemmeno una data di uscita.

A tutti gli utenti che ancora non avesse visto la terza stagione, consigliamo di fermare la propria lettura. Questa terza stagione è ambientata nel 1985, proprio un anno dopo la precedente stagione. Troviamo, di nuovo, un centro commerciale, in cui si svolge una battaglia molto importante nel finale di stagione, in cui Unidici, riesce a sconfiggere definitivamente l’essere malvagio. Molti personaggi risultati “strani” nella stagione precedente, come Billy, hanno avuto un ruolo fondamentale nell’ultima stagione mandata in onda.

Anche se, purtroppo, per il povero Billy non è stato pensato un finale a lieto fine, diventato parte dei cattivi ad inizio stagione, si è sacrificato nella battaglia finale per cercare di salvare Undici. Siamo davvero molto curiosi di scoprire in che modo andranno avanti le vite dei protagonisti nella nuova stagione, per il momento non è ancora chiaro se sarà l’ultima o meno. Non ci resta che attendere qualche mese per scoprire maggiori dettagli.

Saturno batte Giove 82 lune a 79

Illustrazione artistica delle 20 lune appena scoperte in orbita attorno a Saturno. Lune che portano il conteggio totale a 82, superando il record di 79 posseduto sino ad ora da Giove. Crediti illustrazione: Carnegie Institution for Science. Crediti immagine di Saturno: Nasa/ Jpl-Caltech / Space Science Institute. Crediti sfondo stellato: Paolo Sartorio / Shutterstock

Un altro “colpo grosso” dal team di Scott Sheppard della Carnegie Institution for Science: dopo le dodici lune scoperte attorno a Giove nel 2017, ne arrivano altre venti. Questa volta tutte individuate attorno al sesto pianeta del Sistema solare, il gigante gassoso Saturno. Lune che, insieme alle 62 già scoperte, portano a 82 il numero di satelliti naturali del pianeta, superando il primato detenuto da Giove di 79 lune. Una scoperta compiuta utilizzando il telescopio Subaru dell’osservatorio di Mauna Kea, nelle Hawaii.

Le lune osservate – i cui nomi provvisori vanno da S/2004 S20 a S/2004 S39 – hanno tutte un diametro inferiore ai cinque chilometri. Tre di esse, S/2004 S 24, S/2004 S29, ed S/2004 S31 ruotano attorno al pianeta con un movimento progrado, cioè nella stessa direzione di rotazione del pianeta intorno al proprio asse. Due impiegando due anni per compiere un giro completo, una impiegandone addirittura tre. Le altre 17 orbitano invece il gigante gassoso in modo retrogrado, ovvero il loro moto di rivoluzione è opposto al moto di rotazione del pianeta. Le lune sono raggruppate in tre differenti cluster a seconda del grado di inclinazione dell’asse di rotazione rispetto al piano orbitale – un parametro conosciuto con il nome di inclinazione assiale. In particolare, due delle nuove lune prograde scoperte, S/2004 S29 ed S/2004 S31, con una inclinazione di  circa 46 gradi, si inseriscono nel cosiddetto gruppo Inuit di lune esterne, e secondo gli scienziati potrebbero essere grossi frammenti di una grande luna frantumata in un lontano passato. La terza luna prograda, S/2004 S 24, ha una inclinazione di 36 gradi, simile a quella di altre lune prograde interne a Saturno appartenenti al gruppo Gallico. La luna, tuttavia, orbita lontano dal pianeta, indicando che potrebbe essere stata spinta verso l’esterno nel corso del tempo o, nonostante il valore dell’inclinazione, non essere associata al raggruppamento. Le restanti 17 , tutte con moto retrogrado, hanno inclinazioni simili alle altre lune retrograde precedentemente scoperte, suggerendo che anche esse possano essere “frammenti” di una più grande luna madre. Queste lune apparterebbero ad un altro gruppo, quello Nordico, contenente satelliti con inclinazioni comprese tra i 136 e 175 gradi. Tra queste ultime, con un semiasse maggiore di 26 milioni di chilometri, S/2004 S 26 è la luna più lontana conosciuta ad oggi di Saturno.

Immagini della scoperta di S/2004 S 26, ad oggi la più lontana luna conosciuta di Saturno. Nelle due immagini, le stelle e le galassie di sfondo non si muovono, mentre la luna saturniana appena scoperta, evidenziata con una barra arancione, mostra uno spostamento. Crediti: Scott Sheppard

«Questo tipo di raggruppamento di lune esterne è visibile anche attorno a Giove», spiega a questo proposito Sheppard, «il che indica che si siano verificate violente collisioni tra lune nel sistema saturniano o con oggetti esterni come asteroidi o comete di passaggio». Collisioni che si sarebbero verificate in un’epoca posteriore alla formazione del pianeta. «Quando il Sistema solare era giovane», continua Sheppard, «il Sole era circondato da un disco rotante di gas e polvere da cui sono nati i pianeti. Si ritiene che un simile disco di gas e polvere circondasse Saturno durante la sua formazione. Il fatto che queste nuove lune ora scoperte siano state in grado di continuare a orbitare attorno a Saturno dopo la rottura delle loro lune madri indica che queste collisioni si sono verificate dopo che il processo di formazione del pianeta era per lo più completo e i dischi non erano più un problema».

Dischi di gas e polveri che secondo i ricercatori spiegherebbero come S/2004 S 24 possa essere stata spinta verso l’esterno: se una quantità significativa di gas o polvere fosse stata presente quando una luna più grande si è spezzata, dando origine a questi frammenti, l’attrito tra le lune più piccole così prodotte e il gas e la polvere avrebbe potuto “spararla” lontano dal pianeta.

«Studiare le orbite di queste lune può rivelare le loro origini», osserva il ricercatore, «così come fornire informazioni sulle condizioni nei dintorni di Saturno al momento della sua formazione. Utilizzando alcuni dei più grandi telescopi del mondo, stiamo completando l’inventario delle piccole lune attorno ai pianeti giganti. Esse hanno un ruolo cruciale nell’aiutarci a determinare come si sono formati ed evoluti i pianeti del Sistema solare».

Ma torniamo ai nomi delle lune: nomi provvisori, come detto in apertura. Ebbene, per consentire a chiunque di proporre ui nomi definitivi, fino al 6 dicembre prossimo è aperto il contest Name Saturn Moon. Partecipare è semplice: basta decidere un nome – seguendo delle semplici regole che trovate alla pagina del contest – e twittarlo a @SaturnLunacy, indicando il motivo della scelta. E non dimenticate l’hashtag: #NameSaturnsMoons.

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Juno si prepara al salto dell’ombra di Giove

Giuno è la missione della Nasa il cui obiettivo è quello di studiare in dettaglio Giove, il quinto pianeta del Sistema solare. Lanciata nel 2011, dopo un viaggio nello spazio profondo lungo cinque anni nel luglio del 2016 Juno è entrata in un’orbita di 53 giorni che percorre a una velocità dalla quale non si era mai discostata di molto.

Questa gif animata mostra il punto di vista di Juno durante il flyby di Giove del 3 novembre prossimo a seguito della manovra propulsiva effettuata il primo ottobre scorso per evitare l’eclissi. Il Sole è il punto giallo che si alza appena a sinistra del pianeta. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech/Swri

Lo scorso primo ottobre, però, è stato necessario farlo. Il veicolo spaziale ha infatti eseguito con successo una manovra propulsiva durata quasi 11 ore – straordinariamente lunga per gli standard della missione – necessaria affinché per il prossimo flyby che ci regalerà, previsto per il 3 novembre prossimo, non sia anche l’ultimo. Senza questa manova, infatti, Juno si sarebbe trovata nel cono d’ombra d’una lunga eclissi di Sole – lunga al punto da poter risultare fatale per quello che è il primo veicolo alimentato a energia solare che si trovi a operare così lontano dal Sole. Dodici ore all’ombra di Giove: tanto sarebbe durata l’oscurità in assenza di un intervento. Un tempo che avrebbe comportato l’esaurimento della batteria, con il conseguente congelamento del veicolo e la probabile entrata in un sonno profondo dal quale non sarebbe stato più in grado di svegliarsi.

La manovra, iniziata alle 01:46 ora italiana e terminata intorno all’ora di pranzo dello stesso giorno, ha richiesto circa 73 kg di carburante e ha permesso di aumentare la velocità orbitale di Juno di 203 Km/h. Un burn – così si chiama in gergo una manovra orbitale – durato cinque volte più a lungo di qualsiasi altro effettuato nel corso della missione.

«Con il successo di questo burn», dice Scott Bolton, principal investigator di Juno al Southwest Research Institute di San Antonio, «siamo sulla buona strada per saltare l’ombra del 3 novembre. È stata una soluzione incredibilmente creativa a quella che sembrava una geometria fatale. Le eclissi non sono generalmente amiche di un veicolo spaziale a energia solare. Ora, invece di preoccuparmi del suo congelamento, non vedo l’ora di vedere la prossima scoperta scientifica che Giove ha in serbo per Juno»

«La pianificazione della missione pre-lancio non prevedeva una lunga eclissi che avrebbe fatto precipitare nell’oscurità il nostro veicolo spaziale ad energia solare», aggiunge Ed Hirst, project manager di Juno al Jet Propulsion Laboratory della Nasa a Pasadena, in California. «Il fatto che abbiamo potuto pianificare ed eseguire la manovra necessaria mentre operavamo nell’orbita di Giove è una testimonianza dell’ingegnosità e dell’abilità del nostro team, insieme alla straordinaria capacità e versatilità del veicolo spaziale».

«Con la manovra si è evitato l’altissimo rischio di perdere la sonda dietro il pianeta nel corso l’eclissi che avverrà durante il passaggio ravvicinato dell’orbita 23», conferma a Media Inaf Alberto Adriani dell’Inaf Iaps di Roma, responsabile scientifico dello spettrometro Jiram (Jovian InfraRed Auroral Mapper) a bordo di Juno, «Molto ancora ci si aspetta da Juno per il futuro. Si sta infatti già studiando una proposta per il prolungamento della missione dopo il 2021 che, attualmente, sarebbe il termine ufficiale». Quanto a Jiram, «funziona ancora egregiamente», dice il ricercatore, « senza alcun segno di deterioramento. Speriamo continui così fino alla fine della missione».

 

Garmin rilascia SmartWatch ispirati alla saga di Star Wars

Per presentare quella che sembra una serie di nuovi prodotti, durante l’IFA 2019, Garmin ha presentato gli smartwatch a tema Legacy Saga Star Wars. Com’era prevedibile, un orologio rappresenta il lato “Luce” e l’altro il lato “Oscuro” della Forza. Ci sono alcune differenze importanti.

L’orologio “Rey“, che rappresenta lo Jedi, è naturalmente presentato con una verniciatura brillante. Oltre ad avere un’insegna Jedi e una lunetta in acciaio inossidabile argento, la cassa posteriore dell’orologio è decorata con la citazione di “Nothing’s impossible” di Rey. Viene fornito con un cinturino in pelle bianca e un cinturino in silicone bianco.

A rappresentare il lato oscuro della forza è l’orologio Sith “Darth Vader“. Oltre ad essere più grande dell’orologio “Rey” (45mm contro 40mm), sembra più inquietante con il suo schema di colori nero e rosso. La lunetta in ardesia è anch’essa in acciaio inossidabile e la cassa riporta la frase di Sith Lord. Inoltre viene fornito con due cinturini: uno in pelle nera e uno in silicone nero.

Garmin: presentati ufficialmente i due nuovi smartwatch dell’azienda a tema Star Wars

Oltre all’ovvia disparità tra dimensioni e combinazione di colori, ci sono alcune differenze. L’orologio “Rey” ha un display da 1,1 pollici di diametro più piccolo (218 x 218 pixel), utilizza cinturini a sgancio rapido da 18 mm. Ha uno spessore di 12,7 mm, pesa 40,0 g e la durata della batteria ammonta a 7 giorni in modalità smartwatch e fino a 5 ore in modalità GPS con musica. L’orologio “Darth Vader” ha un display più grande con un diametro di 1,3 pollici (260 x 260 pixel), utilizza cinturini a sgancio rapido da 22 mm, ha uno spessore di 12,8 mm. Inoltre, pesa 50,5 g e la durata della batteria dovrebbe durare fino a 8 giorni in modalità smartwatch e fino a 6 ore in modalità GPS con musica.

Per tutto il resto, entrambi gli orologi condividono lo stesso set di funzioni come notifiche intelligenti, controllo della riproduzione musicale, Garmin Pay, monitoraggio fitness, monitoraggio della salute, GPS e accesso a Garmin Connect IQ Store. Anche i loro prezzi sono gli stessi, entrambi a 399,99 dollari.

Un pretzel cosmico

Crediti: Alma (Eso/Napj/Nrao), Alves et al.

Alcuni astronomi hanno utilizzato Alma per ottenere un’immagine ad altissima risoluzione che mostra due dischi in cui crescono giovani stelle, alimentati da una complessa rete di filamenti di gas e polvere… a forma di pretzel. L’osservazione di questo straordinario fenomeno getta nuova luce sulle prime fasi della vita delle stelle e aiuta gli astronomi a determinare le condizioni in cui si formano le stelle binarie.

Le due stelline sono state trovate nel sistema [BHB2007] 11 – il membro più giovane di un piccolo ammasso stellare nella nebulosa oscura Barnard 59, che fa parte delle nubi di polvere interstellare chiamate nebulosa Pipa. Precedenti osservazioni di questo sistema binario avevano mostrato la struttura esterna. Ora, grazie all’alta risoluzione di Alma (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) e a un gruppo internazionale di astronomi guidato da scienziati dell’Istituto Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics (Mpe) in Germania, possiamo vedere la struttura interna di questo oggetto .

«Vediamo due sorgenti compatte che interpretiamo come dischi circumstellari intorno alle due giovani stelle», spiega Felipe Alves di Mpe, che ha guidato lo studio. Un disco circumstellare è l’anello di polvere e gas che circonda una giovane stella. La stella accresce la materia dall’anello per ingrandirsi. «La dimensione di ciascuno di questi dischi è simile a quella della fascia di asteroidi nel Sistema solare e la separazione tra loro è 28 volte la distanza tra il Sole e la Terra», osserva Alves.

I due dischi circumstellari sono circondati da un disco più grande, con una massa totale equivalente a circa 80 volte la massa di Giove, che mostra una complessa rete di strutture di polvere distribuite in forme a spirale – gli anelli del pretzel. «Questo è un risultato davvero importante», sottolinea Paola Caselli, direttore a Mpe, a capo del Centro di studi astrochimici e coautrice dello studio. «Abbiamo finalmente prodotto l’immagine della complessa struttura delle giovani stelle binarie con i loro filamenti che le alimentano e le collegano al disco in cui sono nate. Ciò fornisce importanti vincoli per gli attuali modelli di formazione stellare».

Le stelle infanti accrescono massa dal disco più grande in due fasi. Il primo stadio è quando la massa viene trasferita ai singoli dischi circumstellari in bellissimi anelli rotanti, che è ciò che ha mostrato la nuova immagine Alma. L’analisi dei dati ha anche rivelato che il disco circumstellare meno massiccio ma più luminoso – quello nella parte inferiore dell’immagine – accumula più materiale. Nel secondo stadio, le stelle raccolgono massa dai loro dischi circumstellari. «Ci aspettiamo che questo processo di accrescimento a due livelli guidi la dinamica del sistema binario durante la sua fase di accrescimento di massa», aggiunge Alves. «Sebbene il buon accordo di queste osservazioni con la teoria sia già molto promettente, avremo bisogno di studiare in dettaglio un maggior numero di giovani sistemi binari per capire meglio come si formano le stelle multiple».

Fonte: comunicato stampa Eso

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Tim, Vodafone e Wind: le offerte di ottobre a basso costo per i nuovi clienti

Gli operatori Tim, Vodafone e Wind stanno dando il meglio di sé in questo inizio di ottobre. In poche parole, stanno proseguendo le strategie commerciali che li hanno contraddistinti nelle settimane estive.

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Le offerte che possono fare al caso di molti consumatori, secondo il nostro punto di vista, sono le seguenti: Tim Mercury 50GB, Vodafone Special Unlimited e Wind All Inclusive Special 50+.

Tali offerte sono presenti in versione operator attack, ma ce nè una che apre la possibilità anche ai suoi ex clienti. Scopriamo tutti i dettagli.

Clienti felici con le offerte da 50GB a meno di 10€

La prima offerta di cui parliamo è quella di Tim che propone minuti illimitati per comunicare con qualsiasi numero nazionale e 50 giga in 4G al costo di 7 Euro ogni mese. L’attivazione è aperta ai clienti Iliad, Fastweb e altri operatori virtuali (tranne Kena Mobile, ho.mobile e LycaMobile).

La seconda offerta appartiene a Vodafone e come accennato precedentemente è disponibile anche in versione winback per i suoi ex clienti. Sono utilizzabili minuti illimitati verso tutti, sms illimitati verso tutti e 50 giga in 4G. Il costo da affrontare è di soli 7 Euro ogni mese ed è aperta ai clienti Iliad, Optima Mobile, Daily Telecom e British Telecom.

La terza ed ultima offerta appartiene a Wind e viene proposta in versione operator attack. Il target scelto sono gli operatori Iliad, Fastweb, PosteMobile e Operatori Virtuali (tranne LycaMobile e CoopVoce). Sono inclusi minuti illimitati verso tutti, 100 sms verso tutti e 50GB in 4G al costo di 6,99 Euro mensili.