La nuova corsa alla Luna è cominciata

Il logo del programma Artemis. Crediti: Nasa.

Il programma Apollo della Nasa è stata un’impresa straordinaria che ha ispirato intere generazioni di giovani. Ha provocato una rivoluzione, scientifica e tecnologica, e ha alimentato nell’umanità la passione per l’esplorazione e la scoperta dello spazio. Mentre stiamo ancora celebrando il cinquantesimo anniversario del primo allunaggio, la Nasa si prepara a entusiasmare questa e le prossime generazioni con un altro programma rivolto alla Luna: Artemis.

Il nuovo programma della Nasa prende il nome dalla sorella gemella di Apollo, Artemide, la dea della caccia e del tiro con l’arco, a volte identificata come dea della Luna. È riconosciuta anche come dea delle iniziazioni femminili, e il programma che porta il suo nome porterà la prima donna (e il prossimo uomo) a camminare sulla superficie del nostro satellite, in un posto dove nessun essere umano è mai stato prima: il Polo Sud della Luna.

A luglio l’agenzia governativa ha presentato ufficialmente il logo della missione, che richiama la sua identità racchiudendo molti significati: la “A” simboleggia la punta di una freccia della faretra di Artemide e rappresenta il lancio. La punta della A, rivolta oltre la Luna, indica che gli sforzi per raggiungere la Luna non sono la conclusione del percorso, ma piuttosto la preparazione per tutto ciò che sta oltre. La mezzaluna orizzontale, in basso, rappresenta la Terra e le missioni dal punto di vista dell’umanità: partiamo dalla Terra, ritorniamo sulla Terra e tutto ciò che apprendiamo e sviluppiamo sarà a beneficio della Terra. Questa mezzaluna rappresenta anche l’arco di Artemide, come fonte da cui provengono tutte le energie e gli sforzi per raggiungere l’obiettivo. La traiettoria si sposta da sinistra a destra, attraverso la A, ed è curiosamente opposta a quella del logo del programma Apollo, evidenziando così le differenze del ritorno sulla Luna. La traiettoria è rossa per simboleggiare un percorso rivolto verso Marte. La Luna argentata, a destra, è la prossima destinazione e un trampolino di lancio per Marte, al centro di tutti gli sforzi di Artemis.

Il piano lunare si basa su un approccio in due fasi: la prima sarà focalizzata sulla velocità e prevede di atterrare sulla Luna entro cinque anni, quindi nel 2024; la seconda si prefigge di stabilire una presenza umana sulla Luna, e intorno a essa, entro il 2028.

Il modulo di servizio Orion per la missione Artemis 1 ha completato in maggio i test acustici all’interno del Operations and Checkout Building presso il Kennedy Space Center della Nasa. I test sono stati l’ultimo passo nella preparazione della capsula per il primo test di volo senza equipaggio sullo Space Launch System. Crediti: Nasa

La capsula destinata a portare gli astronauti sulla Luna si chiama Orion e sarà in grado di attraccare su una piccola stazione spaziale in orbita attorno alla Luna, il Lunar Gateway. A circa 400mila km dalla Terra, il Gateway consentirà l’accesso a tutta la superficie della Luna e offrirà nuove opportunità per l’esplorazione dello spazio profondo. Dal Gateway potrebbero infatti partire le future missioni per Marte, ad esempio.

La capsula Orion, realizzata dalla Lockheed Martin, trasporterà fino a sei persone ed è stata progettata per supportare astronauti che viaggiano a centinaia di migliaia di chilometri da casa, dove tornare sulla Terra richiederà giorni anziché ore. Sia la distanza che la durata richiedono a Orion di disporre di sistemi in grado di operare in modo affidabile lontano da casa e di essere in grado di mantenere in vita gli astronauti in caso di emergenza.

Per quanto riguarda il razzo vettore, sarà lo Space Launch System (Sls) a portare gli astronauti nello spazio, un sistema di lancio non riutilizzabile derivato dallo Space Shuttle, la cui costruzione è stata affidata a Boeing ed il cui sviluppo è supportato da oltre mille aziende provenienti da tutti gli Stati Uniti e tutti i centri della Nasa. Offre più massa utile, capacità di volume ed energia per accelerare le missioni nello spazio rispetto a qualsiasi altro razzo. Attualmente, è l’unico razzo che può inviare Orion, astronauti e grandi carichi sulla Luna in un’unica missione.

Illustrazione dello Space Launch System sulla rampa di lancio del Kennedy Space Center. Crediti: Nasa

La Nasa lancerà Orion da una base di lancio al Kennedy Space Center in Florida. Durante la prima missione integrata – Artemis 1 (precedentemente nota come Exploration Mission-1), il cui lancio è previsto per il 2020 – la capsula Orion, senza equipaggio, entrerà in orbita attorno alla Luna e poi rientrerà sulla Terra. Artemis 2 dovrebbe portare, nel 2022, un equipaggio umano in orbita attorno alla Luna. Entro la fine dello stesso anno, i primi elementi del Gateway verranno lanciati nello spazio utilizzando un razzo privato e fungeranno da dimostratore per un intero anno. Nel 2023 verrà lanciata una piccola cabina, utilizzando un razzo privato, che verrà attraccata al modulo lanciato l’anno precedente, e dove verranno trasferiti i primi astronauti dalla capsula Orion. Sarà da questa cabina pressurizzata che gli astronauti si prepareranno per la spedizione verso il Polo Sud lunare. Nel 2024 verrà lanciato, sempre utilizzando mezzi privati, il sistema di atterraggio umano (Human Landing System), in vari step: le varie parti si riuniranno insieme in orbita lunare e attraccheranno al Gateway andando a costituire un’unica unità, pronti a portare gli astronauti sulla superficie lunare. Artemis 3 nel 2024 sarà la missione destinata all’allunaggio: Sls invierà Orion e il suo equipaggio in orbita lunare, dove attraccherà al Gateway. L’equipaggio controllerà la cabina del Gateway e l’Hls prima di salire a bordo del lander per scendere sulla Luna. Entro il 2028 il Gateway dovrebbe crescere con il contributo delle agenzie spaziali di Canada, Europa, Russia e Giappone e la navetta lunare diventare riutilizzabile per diversi viaggi, rendendo possibile anche l’installazione di una base sulla superficie.

Tweet di Donald Trump relativo all’aumento dello stanziamento fatto a Maggio alla Nasa

A maggio, il presidente Donald Trump ha aumentato il budget della Nasa di 1.6 miliardi di dollari, come riportato nel suo tweet qui accanto. L’amministratore della Nasa, James Bridenstine, il 17 luglio scorso, durante una commissione del Senato, ha affermato che una stima dei costi per portare l’uomo sulla Luna entro il 2024 probabilmente non sarà pronta fino a quando l’amministrazione non presenterà una richiesta di bilancio, il prossimo febbraio.

Riuscendo a sbarcare nel 2024, gli Stati Uniti sarebbero in anticipo rispetto alla Cina, principale competitor nella nuova corsa alla Luna, che si è posta l’obiettivo di mettere in piedi una base lunare, popolata dai suoi astronauti, nel 2030. Anche l’India non starà a guardare, avendo lanciato la sua seconda missione lunare a luglio, Chandrayaan-2, con uno sbarco sul Polo Sud previsto per l’inizio di settembre. Infine, la compagnia privata giapponese ispace, invierà un lander sulla Luna nel 2021, con payload dei suoi clienti, e nel 2023 farà allunare un rover per l’esplorazione della superficie. A differenza di Nasa e Cina, le missioni di India e Giappone saranno senza equipaggio umano.

Per raggiungere l’obiettivo del 2024, Trump si servirà anche di agenzie spaziali private, come la Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX) di Elon Musk e la Blue Origin di Jeff Bezos.

Sempre a maggio, la Nasa ha assegnato i suoi primi contratti per le missioni lunari: 375 milioni di dollari alla Maxar Technologies Inc. di Westminster, Colorado, per sviluppare il motore del Gateway, la pietra angolare dell’architettura del programma Artemis. L’agenzia ha approvato oltre 150 milioni di dollari per specifiche attività di atterraggio senza pilota. Astrobotic Technology Inc. di Pittsburgh ha vinto un contratto da 79.5 milioni di dollari per far volare i payload a Lacus Mortis, un grande cratere sul lato vicino della Luna, e Intuitive Machines di Houston ha ricevuto 77 milioni di dollari per trasportare carichi utili a Oceanus Procellarum, un mare lunare scientificamente affascinante sul lato visibile della Luna. Entrambi sbarcheranno entro luglio 2021.

Rappresentazione artistica di un veicolo spaziale in fase di salita, mentre si separa da quello di discesa, che lascia la superficie lunare. Crediti: Nasa

Il 16 agosto, Bridenstine ha annunciato – presso il Marshall Space Flight Center, il centro di ricerca in cui fu sviluppato il razzo Saturn V dall’équipe di Wernher von Braun – il ruolo del centro nella guida del programma relativo allo sviluppo dello Human Landing System. Forti dell’esperienza decennale nell’integrazione dei sistemi di propulsione e nello sviluppo tecnologico, gli ingegneri del Marshall lavoreranno con le aziende americane per sviluppare rapidamente, integrare e dimostrare la funzionalità di un sistema di atterraggio lunare umano che potrà essere lanciato sul Gateway, raccogliere astronauti e trasportarli tra il Gateway stesso e la superficie della Luna. Il Johnson Space Center della Nasa a Houston, che gestisce i principali programmi di volo spaziale umano della Nasa tra cui Gateway, Orion, Commercial Crew e International Space Station, supervisionerà tutti gli aspetti relativi alla preparazione dei lander e degli astronauti. Inoltre, gestirà tutte le missioni Artemis, a partire dall’ormai prossimo Artemis 1.

La Luna è uno scrigno di scienza: i campioni lunari restituiti durante il programma Apollo hanno cambiato radicalmente la nostra visione del Sistema solare. I poli della Luna si ritiene contengano milioni di tonnellate di ghiaccio d’acqua, che ha in sé moltissime potenzialità: più gli umani si avventureranno nello spazio, più diventerà importante fabbricare materiali e prodotti utilizzando risorse locali. Sappiamo che la Luna ha molto altro da raccontarci, sul nostro pianeta e persino sul Sole. C’è ancora tantissimo da imparare, grazie alla Luna, e questa conoscenza potrà essere più facilmente acquisita con una presenza umana, oltre che robotica, sul nostro satellite.

Rappresentazione artistica di un lander lunare del programma Artemis. Crediti: Nasa

L’esplorazione è nel Dna della nostra specie: il desiderio di scoprire e abitare mondi lontani, sia attraverso gli oceani terrestri sia nelle vaste regioni dello spazio. Ma è anche fondamentale per la continuazione della nostra specie: l’umanità deve costruire un percorso per un’esistenza indipendente dalla Terra. L’esplorazione della Luna e di Marte si intrecciano. La Luna sarà un banco di prova per Marte, offrendo l’opportunità di dimostrare nuove tecnologie che potrebbero aiutare a costruire avamposti autosufficienti al di fuori della Terra. Lavorando con aziende statunitensi e partner internazionali, con Artemis la Nasa spingerà i confini dell’esplorazione umana verso la Luna e contribuirà alla prossima rivoluzione, che avverrà nello spazio: un’economia spaziale costruita sull’estrazione mineraria, sul turismo e sulla ricerca scientifica che alimenterà e rafforzerà le generazioni future.

Oltre a tutto questo, per i radioastronomi la nuova corsa alla Luna potrebbe aprire nuove possibilità di studio dell’universo, spiega a Media Inaf Nichi D’Amico, presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica: «La complementarietà delle osservazioni dell’universo da terra e dallo spazio che caratterizza l’astronomia moderna potrebbe trarre beneficio proprio dalla costruzione di una base attrezzata sulla Luna. Un esempio dell’impatto di questa iniziativa nella nostra conoscenza dell’universo profondo potrebbe essere, per esempio, l’installazione di radiotelescopi sulla faccia nascosta della Luna. Sì, perché purtroppo noi stessi radioastronomi, che abbiamo sviluppato formidabili tecniche di osservazioni dell’universo a onde radio, abbiamo anche inventato e brevettato il Wi-Fi, un formidabile strumento di comunicazione che oggi vede però il nostro pianeta popolato di ponti radio che affliggono le osservazioni radioastronomiche da terra. Un radiotelescopio sulla faccia nascosta della Luna  sarebbe schermato dal rumore elettromagnetico che generiamo sulla Terra, e potrebbe effettuare osservazioni a larga banda dell’universo senza precedenti».

Per saperne di più su Artemis, visitate il sito dedicato della Nasa e guardate il servizio video su MediaInaf Tv:

 

Con Starlink internet per tutti. Ma a che prezzo?

I primi 60 satelliti di Starlink rilasciati nello spazio il 24 maggio 2019. Crediti: Wikimedia Commons

Giovedì 23 maggio alle 22:30, SpaceX – l’azienda di Elon Musk – ha lanciato 60 satelliti Starlink dalla base di lancio SLC-40 (Space Launch Complex 40) di Cape Canaveral, in Florida. Starlink è una rete satellitare di prossima generazione in grado di connettere il mondo, in particolare le zone che non sono ancora connesse, con servizi Internet a banda larga affidabili e convenienti.

Il primo stadio del Falcon 9, il vettore a due stadi di Space X utilizzato per questa missione, era già stato usato nel settembre del 2018 per la missione Telstar 18 Vantage e nel gennaio del 2019 per la missione Iridium-8. Dopo la separazione, è atterrato magistralmente sulla piattaforma Ocisly (Of course I Still Love You), nell’Oceano Atlantico. Circa un’ora e due minuti dopo il decollo, i satelliti Starlink sono stati rilasciati a un’altitudine di 440 km e successivamente si sono posizionati nell’orbita di esercizio a 550 km di quota. Il filmato del lancio e del rilascio dei satelliti è visionabile sulla pagina di SpaceX.

Questi 60 satelliti rappresentano solo il primo passo per Starlink poiché, per entrare ufficialmente in funzione, i satelliti dovranno essere molti di più. Complessivamente, SpaceX ha in programma di schierare quasi 12mila satelliti entro la metà del 2027: oltre ai 1600 a 550 km, ne sono previsti 2800 in banda Ku (K-under band, frequenze comprese tra 12 e 18 GHz) e Ka (K-above band, frequenze tra i 27 e i 40 GHz) a 1.150 km e 7500 in banda V (frequenze tra 40 e 75 GHz) a 340 km.

Già per l’inizio del 2020 dovrebbero essere numerose le aree del pianeta servite da Starlink, mentre per la copertura completa del servizio bisognerà attendere il 2027. Questa rete di satelliti permetterà di ottenere una copertura mondiale senza precedenti, fornendo connettività anche alle aree particolarmente isolate del pianeta.

Ogni satellite pesa circa 227 kg – non molto rispetto al peso dei classici satelliti usati per le telecomunicazioni – per massimizzare la produzione e inviarne il maggior numero in un singolo lancio. Per regolare la loro posizione sull’orbita, mantenere l’altitudine prevista e per effettuare le operazioni di de-orbiting, i satelliti Starlink dispongono di propulsori a effetto Hall alimentati al krypton, invece del classico xenon, in quanto il costo del krypton è circa il 90 per cento inferiore. Un sistema di navigazione con star-tracker garantisce un preciso puntamento. Le antenne sono piatte, senza parti mobili, e sfruttano la sincronizzazione di fase multipolare per direzionare il fronte d’onda verso l’obiettivo desiderato (phased array). La frequenza di downlink (ossia la frequenza alla quale avviene la trasmissione del segnale verso terra) va da 10.7 a 12.7 GHz, mentre le trasmissioni inter-satellite dovrebbero avvenire a frequenze più alte. Tutti i satelliti sono in grado di tracciare i detriti in orbita, evitando autonomamente la collisione. Inoltre, il 95 percento di tutti i componenti brucerà rapidamente nell’atmosfera terrestre alla fine delle operazioni.

«Sì, è già stato preso in considerazione. Evitiamo l’uso di alcune delle frequenze più basse della banda Ku proprio per la radioastronomia», è intervenuto via Twitter lo stesso Elon Musk in un thread sull’impatto di Starlink sulla radioastronomia (cliccare per seguire il thread)

Viste le bande operative di Starlink, abbiamo intervistato alcuni radioastronomi per capire se possa esserci un impatto sulla scienza.

«Sarà un macello», sorride Jader Monari, ingegnere dell’Istituto di radioastronomia dell’Inaf di Bologna, «specialmente nelle bande K (Ku e Ka) sarà quasi impossibile fare osservazioni. Anche tutti i radiometri da terra che misurano a 22 GHz le colonne di vapore acqueo per esperimenti Vlbi saranno accecati da questi minisatelliti».

Dello stesso parere è Tiziana Venturi, direttrice dell’Istituto di radioastronomia dell’Inaf di Bologna.  «Considerando che si sta andando verso una copertura completa dello spettro radio alle frequenze del GHz», spiega a Media Inaf, «questi satelliti potrebbero decisamente costituire un problema per la radioastronomia. Il Very Large Array, ad esempio, osserva già su tutta la banda tra 1 e 50 GHz; lo European Vlbi Network sta sviluppando un ricevitore che coprirà tutta la banda tra 1.4 e 15 GHz. Di fatto, lo spettro di sincrotrone di oggetti galattici ed extragalattici (ad esempio stelle in tutte le fasi della loro evoluzione e nuclei galattici attivi) presenta emissione in quelle bande, e sarebbe una grossa perdita di informazione se diventassero inaccessibili dalla Terra».

Spacelink, una costellazione di satelliti. Crediti: Arthur J. Villasanta – Fourth Estate Contributor

«Starlink è indubbiamente un progetto molto affascinante dal punto di vista spaziale. Tuttavia, grossi benefici nella connettività globale indubbiamente portano a un inquinamento elettromagnetico che potrebbe rendere difficili sia le osservazioni radio e millimetriche (ad esempio con Alma, che lavora da 35 fino a 950 GHz), sia quelle amatoriali di chi osserva e fotografa il cielo per diletto. Il rischio è di togliere a tutti la possibilità e la bellezza di poter osservare il cielo», conclude Fabrizio Villa, ricercatore dell’Osservatorio di astrofisica e scienza dello spazio dell’Inaf di Bologna.

Insomma, forse sarebbe il caso di chiedere a Elon Musk di costruire una rete di radiotelescopi sulla Luna per poter osservare quello che, da sotto la coperta dei suoi 12mila satelliti, non sarà più possibile osservare dalla Terra.


Integrazione del 01.06.2019: aggiunto un tweet dello stesso Elon Musk sull’argomento

Origami spaziali per rientrare con dolcezza

La singola unità pieghevole che il team di ricercatori ha utilizzato come base di partenza per la creazione del cordone sul quale hanno effettuato i test di compressione. Credit: Kiyomi Taguchi/University of Washington

Lanciatori come il Falcon 9 dell’agenzia spaziale SpaceX sono costruiti per essere riutilizzabili. È una delle caratteristiche più innovative nel campo del trasporto spaziale: uno fra i modi più efficaci per raggiungere l’obiettivo di abbassare i costi delle missioni. Il razzo non esaurisce più la sua vita utile dopo un singolo lancio, ma viene riutilizzato grazie al rientro a terra controllato, reso possibile da motori frenanti e da quattro strutture retrattili – praticamente quattro arti robotici – che, aprendosi a pochi metri dalla superficie, ne permettono l’atterraggio in piedi.

Un errore, anche minimo, in questa fase potrebbe causare danni al mezzo, o – nella peggiore delle ipotesi – la sua distruzione. Questo rende l’atterraggio una fase molto delicata, ed è dunque necessario che avvenga nella maniera più corretta possibile. La ricerca in questo campo mira a rendere il landing perfetto. Un accorgimento utile sarebbe poter di “arti retrattili”, la cui struttura consenta di assorbire parte della forza di compressione all’impatto, e attutire così il colpo. Come fare? Un team di ricercatori dell’università di Washington si è ispirato all’antica arte di piegare la carta: avete capito bene, proprio gli origami.

Il risultato è un modello cartaceo di un metamateriale – cioè un materiale creato artificialmente con proprietà peculiari – che usa e sfrutta la caratteristica piegatura ispirata agli origami per attutire e smorzare le forze di compressione dopo una sollecitazione.

«I metamateriali sono come i Lego», spiega Jinkyu Yang, primo autore dell’articolo. «Puoi creare tutti i tipi di struttura che vuoi usando più volte lo stesso tipo di mattoncino – o cella unitaria, come la chiamiamo noi. A seconda di come viene progettata questa cella unitaria, è possibile creare un materiale con proprietà meccaniche uniche che non hanno precedenti in natura».

Una catena costituita da quattro unità, ciascuna disegnata ispirandosi all’arte degli origami. La struttura ridurrebbe le forze d’impatto sulla catena, promuovendo, invece, quelle che ne rilassano gli stress. Credit: Kiyomi Taguchi/University of Washington

Il prototipo di cella unitaria che in questo caso hanno costruito i ricercatori è – come gli origami – fatto di carta e piegato allo stesso modo. Il processo di produzione è stato questo: dopo aver disegnato e costruito lo stampo di carta, prima hanno prodotto il tratteggio che delineava le piegature, poi hanno creato l’unità seguendo le piegature, esattamente come fosse un origami. Il risultato è stato una struttura cilindrica: la cella unitaria – il mattoncino di Lego per intenderci – che vedete nell’immagine a fianco. A questo punto hanno collegato in serie più unità per produrre una lunga catena. Un cordone lungo 20 celle: la struttura composita è stata infine sottoposta a test per valutare l’andamento delle onde di compressione e di tensione, ovvero la capacità della struttura di attutire e smorzare i colpi ricevuti.

Il risultato è stato interessante: la forza  esercitata a un capo della catena (idealmente, la parte dell’arto meccanico che sul razzo tocca la superficie) ha prodotto una compressione che non è mai arrivata all’altro capo, cioè – sempre idealmente – alla navicella. Piuttosto, dicono gli autori, è stata sostituita da una forza di tensione diretta nel senso opposto – quindi verso la superficie – che si è originata quando la prima cella unitaria (il primo blocchetto che è stato compresso) è ritornato nella sua forma di partenza. Una forza che si è poi propagata sempre più rapida lungo la catena facendo in modo che le ultime celle sentissero solo le forze tensive e non già quelle compressive. Per riassumere, continuando a pensare che la catena sia l’arto retrattile del razzo, la struttura così fatta ha praticamente attenuato la forza che la navicella avrebbe subito una volta toccata la superficie, scaricandola in parte su quest’ultima.

«L’impatto è un problema che incontriamo quotidianamente», dice a questo proposito Yang «Il nostro sistema offre un approccio completamente nuovo per ridurne gli effetti. In questo caso abbiamo utilizzato la carta, ma abbiamo in programma di impiegare un materiale composito. Teoricamente, potremmo ottimizzare il materiale per ogni specifica applicazione».

Per saperne di più:

 

Israele in volo verso la Luna

Da Twitter @TeamSpaceIL

C’era anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu, questa notte, al centro di controllo presso la sede delle Israel Aerospace Industries, nella città di Yehud, fra le centinaia di persone che hanno sacrificato il sonno per potere assistere al lancio – avvenuto con successo – della prima missione israeliana verso la Luna: una navicella spaziale da 160 chili (600 con il carburante), alta un metro e mezzo e larga due, denominata Beresheet.

Dopo un viaggio di sette settimane, abbandonando progressivamente l’orbita terrestre per essere catturata dalla gravità del nostro satellite naturale, la sonda dovrebbe posarsi sul suolo lunare l’11 aprile prossimo nella piana lavica del Mare della Tranquillità, vicino al sito d’atterraggio della missione Apollo 17. Se avrà successo, Israele diventerà il quarto stato a compiere un allunaggio controllato, dopo Russia, Usa e Cina.

Beresheet (o Bereshit) è la traslitterazione dell’ebraico “in principio” dal Libro della Genesi e, in effetti, la missione israeliana conta un grande numero di novità. Innanzitutto è la prima missione al di fuori dell’orbita terrestre (quasi) esclusivamente privata.

L’idea nacque da tre giovani ingegneri israeliani che nel 2011 fondarono l’organizzazione non profit SpaceIL per partecipare al Google Lunar X Prize, i cui 30 milioni di dollari in palio non hanno visto vincitore.

Il progetto è poi continuato autonomamente, raddoppiando in dimensioni, grazie alle donazioni di ricchi uomini d’affari e alla partnership con le Israel Aerospace Industries, che hanno materialmente costruito la navicella. Dei 100 milioni di dollari di costo complessivo, solamente 2 milioni sono stati devoluti dal governo israeliano, secondo quanto riporta un esauriente articolo del quotidiano The Times of Israel.

Il percorso da 6.5 milioni di chilometri che la sonda percorrerà prima di allunare. Crediti: SpaceIL

Il lancio è stato effettuato dalla base di Cape Canaveral in Florida, con un vettore Falcon 9 della SpaceX. Il razzo, riutilizzato per terza volta, trasportava anche un satellite indonesiano per le telecomunicazioni e un veicolo spaziale sperimentale dell’aviazione militare statunitense.

Una volta atterrata, Beresheet concluderà la sua missione sul suolo selenitico nel giro di pochi giorni, al massimo tre dicono dalla missione.

Nel tempo concesso prima che la forte radiazione solare “frigga” i componenti, in particolare quelli per le comunicazioni, la sonda effettuerà delle misurazioni del campo magnetico con uno strumento sviluppato dal Weizmann Institute of Science in collaborazione con la statunitense Università della California. Pur nel breve lasso di tempo, secondo i ricercatori i dati raccolti potrebbero fornire informazioni cruciali sul nucleo ferroso della Luna.

I tre fondatori della SpaceIL inseriscono una “capsula del tempo” nel lander lunare Beresheet, in preparazione al lancio. Crediti: SpaceIL

Beresheet trasporta anche una porzione miniaturizzata di cultura umana, sotto forma di un disco contenente 30 milioni di pagine di informazioni, così come una capsula del tempo con simboli culturali israeliani e una Bibbia.

Con il compimento di questa coraggiosa missione a bassissimo costo, l’organizzazione SpaceIL vedrà raggiunto il proprio scopo statutario.

Tuttavia, l’entusiasmo e l’esperienza maturata nel suo sviluppo potranno portare le aziende israeliane ad avere un ruolo nella nicchia del mercato spaziale per gli allunaggi robotici economici, con i quali sia agenzie governative che privati potrebbero inviare strumentazione di vario tipo sul nostro satellite.

 

Ecco i nove astronauti di Boeing e SpaceX

Da sinistra: Suni Williams, Josh Cassada, Eric Boe, Nicole Mann, Chris Ferguson, Doug Hurley, Bob Behnken, Mike Hopkins e Victor Glove

La Nasa ha appena annunciato i nomi dei cinque astronauti che formeranno l’equipaggio dei primi voli di test delle capsule Cst-100 Starliner della Boeing e Crew Dragon della SpaceX e dei quattro che seguiranno a bordo delle missioni vere e proprie. Il primo volo di test della capsula della Boeing avrà a bordo Eric Boe, Chris Ferguson e Nicole Aunapu Mann, mentre sul veicolo della SpaceX ci saranno Bob Behnken e Dough Hurley. Saranno i primi voli di navicelle commerciali con equipaggio a bordo nella storia dell’umanità. A seguire, Josh Cassada e Suni Williams sullo Starliner, Victor Glover e Mike Hopkins sul Crew Dragon. È l’inizio di una nuova era per il volo spaziale, americano e non solo. Un evento così importante che l’annuncio è stato dato dallo stesso amministratore della Nasa, Jim Bridenstine.

Le capsule sono state sviluppate dalle due compagnie private in collaborazione con la Nasa nell’ambito del Commercial Crew Program dell’agenzia statunitense, che punta allo sviluppo di veicoli e sistemi di lancio per il trasporto in sicurezza degli equipaggi da e verso l’orbita bassa terrestre, in grado per esempio di raggiungere la Stazione spaziale internazionale (Iss).

I lanci di Starliner e Crew Dragon porteranno astronauti in orbita partendo dal suolo statunitense, cosa che non accadeva dal termine del programma Space Shuttle nel 2011, con la missione Sts-135. I voli di test delle capsule e i primi voli di missione post-certificazione delle stesse saranno lanciati, per la capsula della Boeing, con un vettore United Launch Alliance Atlas V, e per la capsula della SpaceX con un razzo Falcon 9 della compagnia stessa.

Per soddisfare i requisiti della Nasa, i fornitori commerciali dovranno dimostrare che i loro sistemi sono pronti per iniziare voli regolari verso la Iss. Due di queste dimostrazioni saranno test di volo senza equipaggio, conosciuti coi nomi di Orbital Flight Test per la Boeing e Demo-1 per la SpaceX. A seguire, entrambe le società eseguiranno un test di volo con equipaggio prima che i loro veicoli possano essere certificati dalla Nasa per le missioni di rotazione degli equipaggi sulla Iss. Ecco i nomi degli astronauti selezionati e il periodo previsto per i primi lanci:

  • Boeing Orbital Flight Test (senza equipaggio): fine 2018 / inizio 2019
  • Boeing Crew Flight Test (con equipaggio formato da Eric Boe, Chris Ferguson e Nicole Aunapu Mann): metà 2019
  • SpaceX Demo-1 (senza equipaggio): novembre 2018
  • SpaceX Demo-2 (con equipaggio formato da Bob Behnken e Dough Hurley): aprile 2019

Il trasporto commerciale da e per la Iss consentirà un uso ampliato della stazione, la possibilità di avere tempo di ricerca aggiuntivo e maggiori opportunità di scoperta a bordo del laboratorio orbitante. La stazione è fondamentale per la Nasa per comprendere e superare le sfide dei voli spaziali di lunga durata, e necessaria per una presenza sostenibile sulla Luna e per future missioni nel sistema solare più profondo, come Marte.