Autopsia di una meteorite: i primi risultati

Giovanni Pratesi, lo scienziato alla guida dell’analisi dei frammenti della meteorite di Capodanno

I due frammenti di meteorite raccolti sabato scorso a Cavezzo, nel Modenese, sono in questi giorni all’Università di Firenze, nei laboratori del Dipartimento di scienze della Terra e del Mema, il Centro di microscopia elettronica e microanalisi, per essere sottoposti ad analisi approfondite. È coinvolto nella ricerca anche il Museo di storia naturale, in quanto formalmente riconosciuto come repository dalla Meteoritical Society. I risultati sono attesi per la prossima settimana, ma abbiamo comunque raggiunto lo scienziato che guida l’analisi, Giovanni Pratesi, geologo all’Università di Firenze e presidente del Mema, per un aggiornamento su come sta andando il lavoro e per qualche impressione preliminare.

Anzitutto, è confermato che si tratta di una meteorite?

«Sì, certo, c’è la conferma. Molto probabilmente è una condrite, quindi una meteorite indifferenziata».

Una stima dell’età?

«Quando si parla di condriti si fa sempre riferimento ai primi milioni di anni di vita del Sistema solare, quindi siamo oltre i 4.5 miliardi di anni».

Si ha un’idea della provenienza?

“Grazie ai dati forniti dalla rete Prisma, i ricercatori dell’Inaf hanno già tracciato una possibile orbita del bolide. Il meteoroide che ne è all’origine sembra provenire dalla zona interna della Fascia degli asteroidi. Un’informazione, questa, che potremo affinare quando verrà identificato il gruppo di appartenenza, ma questo richiede ulteriori dati».

Anche sulla composizione ci può già dire qualcosa?

«È sicuramente silicatica. Non mostra tracce evidenti di metallo, quindi quasi tutto il ferro che è presente – perché c’è sempre un contenuto in ferro importante, in questi oggetti – è all’interno dei minerali silicatici. Non ha dato origine, diciamo, al cosiddetto metallo, a leghe assieme al nichel. Questo lo possiamo già dire perché a vista non lo si percepisce. Ma sono già in corso analisi più approfondite, stiamo preparando il campione. Abbiamo tagliato un disco e lo abbiamo già inglobato nella resina ipossidica».

Quant’è grande?

«È un disco ultrasottile, parliamo di 0.15 mm, per consumare la minor quantità possibile di materiale. Lo abbiamo già spianato e lucidato, ora è pronto per le analisi al microscopio elettronico, che dovremmo concludere lunedì».

I due frammenti recuperati. Crediti: Media Inaf

Un disco da entrambi i frammenti?

«No, solo da quello piccolo, tanto abbiamo già verificato che si tratta dello stesso materiale».

Vi era mai successo prima di poter analizzare frammenti di una meteorite a pochi giorni dalla caduta?

«No, qui nel nostro laboratorio è assolutamente la prima volta. Non avevamo mai avuto l’occasione di studiare un oggetto così fresco. Comunque sono veramente pochissimi i casi di bolidi il cui ingresso in atmosfera sia stato registrato da reti di osservazione dedicate e che siano poi stati studiati – stiamo parlando di quattro o cinque casi».

E più in generale, si ha notizia di altre meteoriti raccolte appena “sfornate” dallo spazio?

«Soprattutto negli ultimi due o tre decenni, da quando si è sviluppato – diciamo – un interesse non solo scientifico per la materia, ci sono luoghi, come per esempio in Nord Africa, dove parte della popolazione locale è molto attenta a questi fenomeni, e magari ne fa una fonte di profitto. Lì c’è chi è riuscito a trovare, a seguito di avvistamenti, materiale appena caduto. Parliamo comunque di fenomeni estremamente rari, e soprattutto di eventi nei quali c’è stata una testimonianza da parte di persone che hanno visto il bolide, ma senza che vi fosse una raccolta di dati scientifici tali da poter ricostruire la traiettoria e di ottenere tutti quei parametri dinamici che danno informazioni preziose».

Fa la differenza, poter disporre di un campione “fresco” qual è questo?

«Be’, sì, il tempo che intercorre tra la caduta e le prime analisi è fondamentale, non solo per la ricerca di eventuali contenuti di materiale organico, verso i quali occorre sempre un’estrema prudenza, ma anche per la determinazione del contenuto di isotopi cosiddetti cosmogenici e dall’emivita molto breve, come per esempio lo scandio-47 e il calcio-47. Isotopi che già dopo poche settimane non si possono più misurare».

Per ora i frammenti raccolti sono due. È ragionevole attendersi che sul terreno ve ne siamo altri?

«Secondo me, almeno un altro frammento dev’essere in zona. Questo perché la superficie di frattura riporta traccia di un impatto, di uno sfregamento. Ed è una superficie di rottura troppo fresca per essersi generata nella frammentazione esplosiva, che è avvenuta a 30 km. Altro dato interessante, che già abbiamo individuato, è che nel frammento più grosso ci sono due superfici di frattura: una che si è generata nell’impatto con il suolo e un’altra che si è invece generata in quota».

Perché è interessante?

«Perché su quest’ultima superficie si sono depositate gocce di crosta di fusione, e questa è una rarità. Non è affatto semplice trovare porzioni di meteorite che abbiano conservato la storia del volo. In questo caso, invece, c’è una superficie che testimonia come sia avvenuta una frammentazione in volo – del resto già evidente anche dalle registrazioni. E questo è un frammento che è stato coinvolto nella frammentazione esplosiva».

Tornando ai frammenti forse ancora là, sul terreno: come comportarsi in caso di ritrovamento?

«Diciamo che sarebbe opportuno raccoglierli con dei guanti. Non, però, guanti in tessuto o in pelle, bensì semplicissimi guanti di plastica usa e getta come quelli che si usano al supermercato per prendere la frutta, o ai distributori di carburante. Guanti del genere permettono di evitare il contatto diretto, che introduce comunque una pesante contaminazione. Poi è anche vero che, in questo caso particolare di Cavezzo, non vi era una copertura nevosa».

In che senso?

«Se una meteorite cade al suolo e non c’è neve, una qualche contaminazione organica c’è comunque. Invece in casi come, per esempio, quella di Čeljabinsk, caduta sulla neve, o quella di Tagish Lake, caduta su un lago ghiacciato, furono adottate tutte precauzioni possibili, proprio perché lì la contaminazione era pressoché nulla. Ma anche quando cadono nel terreno, se si evita di toccarle con le mani è preferibile».