A caccia di dark matter nella foresta Lyman-alfa

Simulazioni della Foresta di Lyman-alfa (proiezione della frazione di idrogeno neutro con redshift z = 2 e z = 4.0) Crediti: The Sherwood Simulation Suite

In cerca di risposte sull’origine del cosmo tra foreste e ragnatele cosmiche che popolano lo spazio profondo. «Abbiamo testato uno scenario in cui la materia oscura è composta da buchi neri non stellari, ma formati nell’universo primordiale», dice Riccardo Murgia, primo autore di uno studio recentemente pubblicato su Physical Review Letters insieme ai colleghi Giulio Scelfo e Matteo Viel della Sissa – Scuola internazionale superiore di studi avanzati, dell’Infn sezione di Trieste e associato Inaf, e ad Alvise Raccanelli del Cern di Ginevra.

I buchi neri primordiali (Pbh – Primordial Back Holes per i cosmologi) sono oggetti formatisi frazioni di secondo dopo il Big Bang, ritenuti da molti studiosi tra i principali candidati nello spiegare la natura della materia oscura, soprattutto dopo le osservazioni dirette di onde gravitazionali da parte dei rilevatori Virgo e Ligo nel 2016. «I Pbh sono per il momento ancora oggetti ipotetici, ma sono previsti in alcuni modelli dell’universo primordiale”, precisa Raccanelli del Cern. «Inizialmente proposti da Stephen Hawking nel 1971, sono tornati alla ribalta negli ultimi anni come possibili candidati per spiegare la materia oscura. Si crede che questa sia circa l’80 per centodi tutta la materia presente nell’universo, per cui spiegarne anche una piccola parte sarebbe un risultato importantissimo. Inoltre, cercare prove dell’esistenza di Pbh o escludere che esistano ci fornisce informazioni di grande rilevanza sulla fisica dell’universo primordiale».

In questo lavoro gli scienziati si sono concentrati in particolare sull’abbondanza di Pbh più massivi di 50 volte la massa del sole. In pratica, i ricercatori hanno cercato di definire meglio alcuni parametri legati alla loro presenza (massa e abbondanza per la precisione) analizzando l’interazione della luce emessa da lontanissimi quasar con la ragnatela cosmica (la cosiddetta “cosmic web”), una rete di filamenti composta da gas e materia oscura presente in tutto l’Universo. All’interno di questa fitta trama, gli studiosi si sono concentrati sulla “foresta Lyman-alfa”, ovvero l’insieme delle interazioni dei fotoni con l’idrogeno dei filamenti cosmici, che presenta delle caratteristiche strettamente legate alla natura fondamentale della materia oscura.

Attraverso simulazioni effettuate con il supercomputer Ulysses di Sissa e Ictp, sono state riprodotte le interazioni tra fotoni e idrogeno e confrontate con interazioni “reali”, rilevate dal telescopio Keck (nelle Hawaii). I ricercatori hanno così potuto tracciare alcune proprietà dei buchi neri primordiali che permettono di capire gli effetti della loro presenza.

«Abbiamo simulato al computer la distribuzione di idrogeno neutro a scale subgalattiche, che si manifesta sotto forma di righe di assorbimento negli spettri di sorgenti lontane», continua Murgia. «Confrontando con i dati osservativi i risultati delle nostre simulazioni è pertanto possibile stabilire dei limiti sulla massa e l’abbondanza dei buchi neri primordiali e determinare se e in che misura tali candidati possano costituire la materia oscura». I risultati dello studio sembrano sfavorire il caso che tutta la materia oscura sia composta da un certo tipo di buchi neri primordiali (quelli con una massa maggiore di 50 volte la massa solare) ma non escludono del tutto che potrebbero costituirne una frazione. «Abbiamo sviluppato un nuovo metodo che permette di esplorare in maniera semplice ed efficiente scenari alternativi al modello cosmologico standard, secondo cui la materia oscura sarebbe invece composta da particelle che chiamate WIMPs (Weakly Interacting Massive Particles)».

Questi risultati, importanti per la costruzione di nuovi modelli teorici e l’elaborazione di nuove ipotesi sulla natura della materia oscura, offrono una serie di indicazioni molto più precise per tracciare l’intricato percorso verso la comprensione di uno dei più grandi misteri del cosmo.

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Inedita Vista sulla Grande Nube di Magellano

La Grande Nube di Magellano immortalata da Vista. Crediti: Eso/Vmc Survey

La Grande Nube di Magellano, o Lmc, è una delle galassie più vicine a noi, a soli 163mila anni luce dalla Terra. Insieme con la cugina, la Piccola Nube di Magellano, è una tra le galassie nane satelliti più vicine alla Via Lattea. La Lmc è anche la sede di vari conglomerati stellari ed è un laboratorio ideale per gli astronomi che studiano i processi che modellano le galassie.

Il telescopio Vista dell’Eso ha osservato queste due galassie nell’ultimo decennio. L’immagine presentata oggi è il risultato di una delle molte survey che gli astronomi hanno eseguito con questo telescopio. L’obiettivo principale di Vmc (survey delle Nubi di Magellano con Vista) è stato quello di mappare la storia della formazione stellare della Grande e della Piccola Nube di Magellano, nonché la loro struttura tridimensionale.

Vista è stata fondamentale per la realizzazione di questa immagine perché osserva il cielo a lunghezze d’onda nel vicino infrarosso. Questo permette di vedere attraverso nuvole di polvere che oscurano parti della galassia. Queste nuvole bloccano una grande porzione di luce visibile ma sono trasparenti alle lunghezze d’onda maggiori, quelle per cui Vista è stata costruita. Di conseguenza, sono chiaramente visibili molte più stelle singole che popolano il centro della galassia. Gli astronomi hanno analizzato in dettaglio circa 10 milioni di stelle nella Grande Nube di Magellano e ne hanno determinato l’età utilizzando modelli stellari all’avanguardia. Hanno scoperto che le stelle più giovani tracciano in questa galassia bracci a spirale multipli.

Per millenni, le Nubi di Magellano hanno affascinato gli abitanti dell’emisfero meridionale, ma erano praticamente sconosciute agli europei fino al momento della scoperta da parte dei primi esploratori. Il nome che usiamo oggi richiama l’esploratore Ferdinando Magellano, che 500 anni fa iniziò la prima circumnavigazione della Terra. I documenti che la spedizione riportò in Europa rivelarono per la prima volta luoghi e cose agli europei. Lo spirito di esplorazione e scoperta è ancora più vivo oggi nel lavoro degli astronomi di tutto il mondo, tra cui l’equipe della Survey Vmc, le cui osservazioni hanno portato a questa straordinaria immagine dell’Lmc.

Le stelle rivelate in questa immagine sono discusse nell’articolo “The VMC Survey – XXXIV. Morphology of Stellar Populations in the Magellanic Clouds”, che verrà pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

Fonte: Sito web Eso

Whatsapp bloccato per alcuni utenti: ecco svelato il motivo

Whatsapp

Whatsapp è la piattaforma di messaggistica istantanea principale che i consumatori utilizzano per scambiare messaggi, contenuti multimediali o documenti in tempo reale con altre persone; l’unica cosa di cui necessita per un corretto funzionamento è una connessione Internet.

Gli sviluppatori di Whatsapp lavorano duramente al suo servizio per garantire agli utenti una piattaforma ottimale e sempre aggiornata; recentemente, direttamente dal sito ufficiale hanno pubblicato un comunicato con il quale avvisano i consumatori di un nuovo aggiornamento con cui sarà possibile garantire una sicurezza ancora più elevata; eccovi svelati tutti i dettagli a riguardo.

Nuovo aggiornamento per Whatsapp: ecco quali sono le novità

La nota applicazione di messaggistica istantanea Whatsapp presto si aggiornerà ad una nuova versione per garantire agli utenti una sicurezza e una privacy maggiore; purtroppo però, i sviluppatori spiegano che sarà un aggiornamento molto potente che non tutti gli smartphone saranno in grado di supportare, o almeno quelli più datati.

Per alcuni utenti la nota piattaforma non è disponibile già da diverso tempo perché dal 2017 gli smartphone Nokia 240, Nokia s60 e Blackbarry OS e 10 non la supportano più. Fra pochi mesi invece, Dicembre 2019, l’applicazione diventerà obsoleta per tutti gli smartphone che hanno come sistema operativo quello di Windows Phone; mentre, a partire da Febbraio 2020 la nota piattaforma di Whatsapp non sarà più disponibile per tutti gli utenti che saranno in possesso di:

  • Uno smartphone che vanta il sistema operativo Android con versione aggiornata al 2.3.7 o precedenti;
  • Un dispositivo mobile targato Apple con la versione di iOS 7 o precedenti.

Tre pasti al giorno per il buco nero dello Scultore

La sorgente Gsn 069. Crediti: X-ray: Nasa/Cxo/Csic-Inta/G.Miniutti et al.; Optical: Dss

È la sera della vigilia di Natale, il 24 dicembre 2018. Il telescopio per alte energie Xmm-Newton dell’Esa è al lavoro come sempre – o, più esattamente, come da 20 anni a questa parte, essendo stato lanciato nel dicembre 1999. Sta osservando, in direzione della costellazione dello Scultore, la sorgente Gsn 069: una galassia a 250 milioni di anni luce da noi che ospita, nel suo cuore, un buco nero da circa 400mila volte la massa del Sole – dunque piuttosto piccolo per gli standard dei buchi neri supermassicci. Piccolo ma stranamente inquieto. I sensori di Xmm-Newton registrano infatti, quella sera, un cambiamento repentino nella sua emissione di energia: un incremento di ben cento volte rispetto al valore consueto. L’emissione in banda X rimane a livello così elevato per circa un’ora, poi scende a livelli normali. Ma dopo nove ore eccola risalire nuovamente. Non è un comportamento normale. Un po’ di tremolio ci sta, l’emissione dei buchi neri supermassicci è in questo senso simile alla luce di una candela. Ma un cambiamento così rapido è una novità.

Novità che, complice il periodo natalizio, viene però recepita dagli scienziati solo qualche giorno dopo. Siamo già nel 2019, al rientro dalle vacanze. Quando l’astrofisico Giovanni Miniutti – alle spalle un dottorato alla Sapienza e oggi ricercatore al Centro de Astrobiología di Madrid, in Spagna – si accorge, analizzando i dati raccolti dal satellite Esa, di trovarsi davanti a un oggetto dal comportamento del tutto inedito.

«Questo buco nero segue un “piano alimentare” che non abbiamo mai visto prima», dice Miniutti, primo autore dell’articolo che riporta oggi su Nature il risultato. «È un comportamento senza precedenti, il suo, al punto che abbiamo dovuto coniare una nuova espressione per descriverlo: eruzioni quasi periodiche a raggi X».

Per essere certi che non si tratti di un evento episodico, Miniutti e il suo team hanno bisogno di nuovi dati, di maggiori osservazioni. Ma occorre agire in fretta, perché la galassia sta scivolando rapidamente dietro al Sole, dove il telescopio spaziale per raggi X non potrà più vederla per quasi quattro mesi. E per agire così in fretta c’è un modo soltanto: fare direttamente appello al direttore di Xmm-Newton, chiedendo di poter usufruire del cosiddetto ‘Ddt” – il Director’s Discretionary Time, tempo di utilizzo del telescopio che il direttore può concedere, appunto, a sua discrezione. La richiesta è approvata, e proprio l’ultimo giorno prima del “blocco solare”, il 16 gennaio, gli specchi cilindrici ricoperti d’oro di Xmm-Newton volgono di nuovo lo sguardo verso lo Scultore. Questa volta l’osservazione dura ben 38 ore: più che sufficienti a confermare l’incredibile periodicità dell’emissione. Conferma rafforzata – qualche settimana più tardi, il giorno di San Valentino – dalle osservazioni di un altro telescopio spaziale per raggi X: l’osservatorio Chandra della Nasa.

Se sulla descrizione del fenomeno, per quanto bizzarro, sembrano esserci dunque ormai pochi dubbi, la spiegazione sul perché avvenga è invece ancora avvolta nelle nebbie. Da un lato, gli scienziati sono concordi nell’affermare che il periodo relativamente breve – nove ore – è dovuto alla massa relativamente ridotta – 400mila masse solari, appunto – del buco nero. E sottolineano come quest’osservazione suggerisca che anche i buchi neri supermassici più grandi – di solito hanno una stazza che va dai milioni ai miliardi di masse solari – possano esibire un comportamento analogo. Solo, con periodi molto più lunghi – mesi, anni – e di conseguenza molto più difficili da intercettare. Ciò su cui invece c’è grande perplessità è il processo fisico che sta dietro a queste ‘Qpe’ (dalle iniziali di quasi-periodic emission): cosa può mai indurre un buco nero come questo al centro di Gsn 069 a brillare a intermittenza, in luce X, come se avesse ogni volta trangugiato l’equivalente in materia di quattro volte la nostra Luna?

I due autori italiani dello studio, Margherita Giustini e Giovanni Miniutti, oggi entrambi a Madrid. Crediti: Marco Malaspina / Media Inaf

«Riteniamo che all’origine dell’emissione di raggi X vi sia una stella che il buco nero ha parzialmente o completamente fatto a pezzi, e che sta lentamente consumando. Ma per quanto riguarda le esplosioni ripetute, al momento abbiamo solo ipotesi», spiega a Media Inaf una delle coautrici dello studio, Margherita Giustini, originaria di Jesi, laurea e dottorato a Bologna e oggi anche lei ricercatrice al Centro de Astrobiología di Madrid. «Una possibilità che stiamo prendendo in considerazione è che si tratti di una vera e propria instabilità del flusso di materia che cade nel questo buco nero, instabilità che ogni nove ore si ripete. Un’altra possibilità è che, quando questa sorgente si è “accesa” – e sappiamo che si è accesa in qualche momento tra gli anni Novanta e il 2010 – si sia “mangiata” una stella senza però consumarla interamente: un residuo di questa stella potrebbe stare ancora orbitando attorno al buco nero, e magari interagendo con un piccolo disco di accrescimento. Ogni volta che questo frammento di stella incontra il disco ecco, allora, che potrebbe generare un’eruzione di raggi X».

Quale che sia la spiegazione, la speranza dei ricercatori è che questa scoperta li potrà aiutare a svelare il cosiddetto “mistero dell’eccesso di raggi X soft”, quelli più blandi, ovvero proprio la componente la cui emissione varia in modo regolare e repentino nel buco nero di Gsn 069. «Vedere questa componente nascere e morire in un’ora, e poter seguire questo fenomeno per lungo tempo, ci permette di studiare in dettaglio come si forma e come decade, e dunque comprenderne meglio l’origine fisica», conclude Miniutti, in questi giorni in Italia insieme a Giustini per il congresso X-Ray Astronomy 2019.

Per saperne di più:

Guarda su MediaInaf Tv l’intervista a Giovanni Miniutti e a Margherita Giustini:

Asteroidi: QV89 e Apophis minacciano per davvero la vita umana?

asteroidi

Due asteroidi fluttuanti nell’universo compiranno presto il loro rituale viaggio passando però vicino al pianeta Terra. Rinominati QV89 e Apophis dalle agenzie spaziali del Mondo, questi due corpi effettueranno rotte diverse, con distanze previste differenti e soprattutto date non concordanti. Nel corso dei loro viaggi, quindi, più volte “affiancheranno” la Terra e sebbene un po’ di preoccupazione è nata al riguardo, non vi è nulla di spaventoso.

NASA ed ESA, infatti, tengono sotto controllo ogni possibile minaccia che possa infastidire il pianeta che ci ospita e soprattutto l’esistenza umana che per altro non ha bisogno di alcuni meteoriti per estinguersi. Proprio grazie ai dati delle due agenzie spaziali, oggi ci è concesso divulgare delle probabilità di impatto e delle notizie interessanti in merito a QV89 e Apophis.

Asteroidi alla riscossa: ecco quali saranno le sorti di QV89 e Apophis

Il primo asteroide a compiere il suo viaggio con una rotta pressoché vicina al pianeta è stato QV89 che nella giornata di ieri ha attraversato il Sistema Solare. I suoi prossimi viaggi previsti ammontano a tre e saranno durante gli anni: 2032, 2045 e 2062. Come ben visibile, nessun danno è stato provocato alla nostra casa e tutto ciò è dato anche dal fatto che le probabilità di impatto ammontano a solo 1 su 7000.

Il secondo dei due asteroidi, invece, è Apophis che effettuerà due viaggi: uno del 2029 e l’altro nel 2068. In questo caso le dimensioni del meteorite sono abbastanza rilevanti e ammontando a 130 metri di diametro, incutono abbastanza timore anche alle Agenzie Spaziali. Apophis viaggerà ad una distanza molto ridotta dalla Terra: solo 31000 chilometri e per questo vi è la preoccupazione che qualche campo gravitazionale possa modificare la rotta del meteorite causando alcuni problemi. Nonostante ciò, queste sono solo supposizioni e non dati di fatto, quindi per ora si può fare riferimento solo alla probabilità di impatto, la quale ammonta ad 1 su 100 mila.

Ammassi stellari, risolto l’enigma dell’età

L’ammasso stellare Hodge 11, situato nella galassia nota come Grande Nube di Magellano. È tra i 5 ammassi studiati dal team di ricercatori guidati da Francesco Ferraro. Crediti: F. R. Ferraro / C. Pallanca (UniBO)

Così come persone della stessa età possono essere notevolmente diverse nell’aspetto e nella forma fisica, anche ammassi stellari coevi possono apparire piuttosto differenti l’uno dall’altro. Nuove osservazioni fatte dal telescopio spaziale Hubble di Nasa ed Esa suggeriscono che l’età cronologica da sola non basta a raccontarci tutto della loro evoluzione.

Le ricerche svolte fino ad oggi sulla formazione e l’evoluzione degli ammassi stellari suggerivano che essi si formano come sistemi compatti, per poi espandersi in fasi successive e formare nuclei di piccole e grandi dimensioni. Le nuove osservazioni fatte sulla Grande Nube di Magellano hanno ampliato la nostra comprensione di come la struttura degli ammassi stellari di questa galassia cambi nel tempo.

Francesco Ferraro, dell’Università di Bologna e associato Inaf, insieme al suo team di cui fa parte Emanuele Dalessandro dell’Inaf di Bologna, ha infatti utilizzato Hubble per osservare le stelle note come “vagabonde blu” presenti in cinque antichi ammassi stellari coevi, ma diversi nelle dimensioni del nucleo, tutti situati nella Grande Nube di Magellano, riuscendo a classificarli in base alla loro età dinamica. I risultati di queste osservazioni sono presentati in un articolo pubblicato oggi su Nature Astronomy.

Gli ammassi stellari sono aggregati che raggruppano fino a un milione di stelle. Sono sistemi attivi in cui le reciproche interazioni gravitazionali tra stelle modificano nel tempo la struttura dell’ammasso stesso, fenomeno chiamato dagli astronomi “evoluzione dinamica”. Le interazioni gravitazionali fanno sì che le stelle pesanti tendano ad “affondare” progressivamente verso la regione centrale dell’ammasso, mentre le stelle di piccola massa possono sfuggire all’attrazione gravitazionale del sistema. Si innesca quindi una progressiva contrazione del nucleo dell’ammasso, che può avvenire in tempi diversi, e gli ammassi stellari con la stessa età cronologica possono quindi variare notevolmente nell’aspetto e nella forma a causa di una differente “età dinamica”.

La Grande Nube di Magellano, situata a quasi 160mila anni luce dalla Terra, è una galassia satellite della Via Lattea che, al contrario della nostra galassia, ospita ammassi stellari distribuiti su una vasta gamma di età. Gli ammassi giovani mostrano tutti un nucleo compatto, mentre i sistemi più vecchi mostrano nuclei di dimensioni sia piccole che grandi.

La Grande Nube di Magellano in un’immagine da terra acquisita dall’Osservatorio Eso di La Silla, in Cile. Crediti: Zdenek Bardon / Eso

È noto che gli ammassi stellari, compresi quelli della Grande Nube di Magellano, ospitano un particolare tipo di stelle note come “vagabonde blu” (o blue stragglers, in inglese). La causa del “vagabondaggio” non è certa, ma l’ipotesi più quotata è che le vagabonde blu siano il risultato di collisioni di stelle singole o il prodotto della fusione di un sistema binario. Questi processi darebbero origine a una singola stella con una massa più grande, rendendola più calda e luminosa delle altre stelle di età simile.

Come risultato dell’invecchiamento dinamico, le stelle più pesanti sprofondano verso il centro di un ammasso man mano che l’ammasso invecchia, in un processo simile alla sedimentazione, chiamata “segregazione centrale”.  Le vagabonde blu sono brillanti, il che le rende relativamente facili da osservare, e hanno masse maggiori delle loro sorelle, il che significa che sono interessate dalla segregazione centrale e possono essere utilizzate per stimare l’età dinamica di un ammasso stellare.

«Abbiamo dimostrato che le diverse dimensioni dei nuclei degli ammassi stellari», dice Ferraro, « sono dovute a diversi livelli di invecchiamento dinamico: gli ammassi con nucleo più compatto sono dinamicamente più vecchi degli altri, nonostante siano tutti nati nello stesso tempo cosmico. È la prima volta che l’effetto dell’invecchiamento dinamico viene misurato nei cluster della Grande Nube di Magellano.».

«Abbiamo affrontato questo studio da un punto di vista completamente diverso rispetto al passato e questa è stata la chiave per poter far luce su importanti proprietà degli ammassi stellari nella Grande Nube di Magellano», sottolinea Dalessandro, ricercatore Inaf a Bologna, anche lui nel team di Ferraro. «Ora questi risultati pongono nuove ed interessanti domande su come gli ammassi stellari si formano e quanto il loro destino sia legato alla galassia che li ospita».

«Questa scoperta», conclude Barbara Lanzoni, anche lei in forza all’Università di Bologna e associata Inaf, nonché coautrice dello studio, «fornisce una nuova lettura delle proprietà osservate degli ammassi nella Grande Nube di Magellano e apre nuove prospettive per la nostra comprensione della storia di formazione stellare in questa galassia».

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Tre milioni di dollari ai “fotografi“ del buco nero

Elisabetta Liuzzo (sx) e Kazi Rygl (dx). Crediti: Media Inaf

Il premio Breakthrough 2020 per la Fisica fondamentale è stato assegnato alla collaborazione dell’Event Horizon Telescope (Eht) “per la prima immagine di un buco nero supermassiccio grazie a una rete di telescopi su scala globale”. Nel team che verrà ufficialmente premiato il 3 novembre prossimo all’Ames Research Center della Nasa a Mountain View, in California, fanno parte le ricercatrici dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl.

Giunto alla sua ottava edizione, il Breakthrough Prize, noto come “Oscar della scienza”, premia ogni anno le ricerche e le scoperte più importanti nelle scienze della vita, nella fisica e nella matematica. I soci finanziatori della Breakthrough Prize Foundation sono Sergey Brin, Priscilla Chan, Mark Zuckerberg, Ma Huateng, Yuri e Julia Milner, Anne Wojcicki. Considerato il premio scientifico più generoso al mondo, ogni Breakthrough Prize ammonta a 3 milioni di dollari. Questo importo verrà equamente ripartito tra i 347 scienziati che hanno firmato i sei articoli scientifici pubblicati dalla collaborazione Eht il 10 aprile 2019.

Elisabetta Liuzzo è raggiante: «La notizia del premio è stata inaspettata e sorprendente! Costituisce l’ennesima conferma dei traguardi incredibili che più di trecento persone possono raggiungere insieme. È un onore essere parte di questa collaborazione internazionale e un privilegio aver avuto l’opportunità di contribuire a questi risultati». Le fa eco Kazi Rygl: «È fantastico aver ottenuto questo riconoscimento pubblico facendo ciò che ci piace. Un raggiungimento straordinario per la nostra collaborazione che premia lo sforzo di tanti scienziati ed ingegneri appassionati sparsi in tutto il globo. Ad meliora et maiora semper

«È con grande soddisfazione che apprendiamo questa notizia, sia per l’importante risvolto scientifico di questo risultato, sia soprattutto per il suo rilievo tecnologico: il Breakthrough Prize è infatti un premio alle innovazioni che portano svolte radicali, e l’Inaf anche in questo caso è protagonista, confermando ancora una volta le sue eccellenze a livello internazionale» sottolinea il presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica, Nichi D’Amico.

Il buco nero supermassiccio al centro di Messier 87. Crediti: The Event Horizon Telescope

L’Event Horizon Telescope è un gruppo di otto radiotelescopi da Terra che opera su scala planetaria, nato grazie a una collaborazione internazionale e progettato con lo scopo di catturare le immagini di un buco nero. Obiettivo che è stato raggiunto e presentato il 10 aprile scorso, quando è stata mostrata al pubblico la prima immagine di un buco nero supermassiccio, quello al centro di Messier 87, un’enorme galassia situata nel vicino ammasso della Vergine. Questo buco nero dista da noi 55 milioni di anni luce e ha una massa pari a 6,5 miliardi e mezzo di volte quella del Sole.

L’Inaf ha un importante coinvolgimento nella rivoluzionaria osservazione come parte del progetto europeo BlackHoleCam (Bhc), il cui project Scientist è l’italiano Ciriaco Goddi, già in forza all’Inaf e attualmente ricercatore presso la Radboud University nei Paesi Bassi, nonché segretario del consiglio scientifico del consorzio Eht. Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl dell’Istituto nazionale di astrofisica a Bologna sono due ricercatrici del nodo italiano dell’Alma Regional Centre, uno dei sette che compongono la rete europea che fornisce supporto tecnico-scientifico agli utenti di Alma, e che è ospitato proprio presso la sede dell’Inaf – Istituto di radioastronomia a Bologna. Nel 2018 entrambe sono entrate a far parte del progetto Bhc finanziato dall’Erc come partner del progetto Eht, e fanno a tutti gli effetti parte dell’Event Horizon Telescope Consortium, in cui sono membri dei gruppi di lavoro che si occupano di calibrazione e imaging. A completare la squadra italiana coinvolta nel progetto Eht ci sono Luciano Rezzolla, astrofisico della Goethe University di Francoforte nonché principal investigator di BlackHoleCam, e Mariafelicia De Laurentis, dell’Università Federico II di Napoli e associata Infn.

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IFA 2019, SoftPos trasforma il tuo smartphone in un terminale contactless

Anche quello di quest’anno sembra essere un IFA ricco di novità, e questa volta le novità arrivano anche dal fronte dei pagamenti digitali. First Data, società che si occupa della fornitura di tecnologie dedicate ai pagamenti, insieme a Samsung, hanno presentato il nuovo Software Point of Sale (SoftPOS).

Si tratta di una tecnologia che abilita i pagamenti contactless via smartphone o tablet. Tutto ciò, utilizzando la funzionalità NFC – Near Field Communication – integrata sul dispositivo. In questo modo, lo smartphone o il tablet di un commerciante, per esempio, sarà in grado di accettare transazioni contactless dalle carte che supportano tale tecnologia, o da altri dispositivi muniti di NFC.

SoftPos trasforma il tuo smartphone in un terminale contactless

“Stiamo abbracciando una nuova era dei pagamenti: l’era della mobilità. Dato che i pagamenti contactless sono sempre più diffusi, è importante che i commercianti siano in grado di supportare queste transazioni su dispositivi mobili. SoftPOS è stato proprio progettato per soddisfare le esigenze attuali e future di consumatori e imprenditori e cambierà il modo in cui le persone effettuano i pagamenti giornalieri, che saranno più rapidi, sicuri e convenienti” ha commentanto John Gibbons, vice presidente esecutivo e capo di Fiserv (società che ha inglobato First Data).

Non sappiamo ancora quando SoftPOS verrà rilasciato ufficialmente, però entro la fine di quest’anno dovrebbe essere avviato un programma Beta in Polonia che si espanderà poi successivamente anche in altre zone, inizialmente nelle regione EMEA e APAC.

Realtà virtuale e radioastronomia a braccetto

Crediti: Tom Jarrett

I rappresentanti degli osservatori Inaf di Catania e di Cagliari – due centri di ricerca dell’Istituto nazionale di astrofisica – firmeranno il prossimo 10 settembre, a Catania, un importante accordo di collaborazione con Idia (South African Inter-University Institute for Data Intensive Astronomy), un consorzio interuniversitario di ricerca sudafricano. Il progetto è supportato anche dal programma Maeci tra Italia e Sudafrica Radio Sky 2020.

Al centro dell’accordo ci sarà lo sviluppo delle tecniche di realtà virtuale e analisi 3d da applicare alle osservazioni e ai dati radioastronomici ottenuti nel quadro scientifico dello Square Kilometre Array (Ska), il più grande radiotelescopio al mondo, in costruzione tra Sudafrica e Australia grazie alla collaborazione di oltre cento istituti provenienti da venti paesi. Tra questi, l’Italia gioca un ruolo di grande rilievo. Solo sei mesi fa, il 12 marzo 2019, veniva infatti siglata a Roma da numerosi ministri e dal presidente Inaf Nichi D’Amico la convenzione per la nascita dell’Osservatorio Ska, che vincola giuridicamente i paesi alla realizzazione dell’opera per un investimento complessivo di quasi due miliardi di dollari.

Crediti: Alessandro Loni

Grazie al nuovo accordo di sviluppo tecnologico che verrà firmato a Catania, si darà forte impulso all’applicazione in ambito radioastronomico della realtà virtuale, tecnica già utilizzata in altri ambiti come, ad esempio, l’entertainment, i videogiochi o la sicurezza. Questo significa che saranno possibili non solo migliori visualizzazioni e animazioni dei risultati delle ricerche, ma, con un totale rovesciamento di prospettiva, saranno le stesse scoperte scientifiche a scaturire dalle osservazioni dirette in 3d di corpi celesti come pianeti, stelle, galassie e loro ammassi. I risultati del progetto saranno dunque di grande interesse per una vasta platea internazionale di ricercatori.

Lo Square Kilometre Array avrà bisogno di tempo per essere ultimato nella sua totalità, e per questo l’accordo è incentrato sull’analisi dei dati ottenuti con MeerKat, una rete (array) di 64 antenne costruite in Sudafrica e inaugurate nel luglio del 2018 al fine di testare i limiti tecnologici di Ska tramite l’avvio di osservazioni puntuali del cielo. MeerKat sarà dunque la piattaforma su cui si confronteranno i tre gruppi di lavoro.

L’Inaf di Cagliari osserva regolarmente il cielo grazie a MeerKat Fornax Survey, progetto condotto dall’astrofisico Paolo Serra, unico italiano a guidare una ricerca con questo telescopio, nonostante l’Inaf abbia al lavoro numerosi suoi ricercatori su progetti MeerKat. Il team di astronomi coordinato da Serra avrà un doppio ruolo. Da una parte, dovrà acquisire i dati astronomici da convertire in realtà virtuale, dall’altra dovrà cercare di mettere alla prova il più possibile il software studiato dal gruppo sudafricano guidato da Tom Jarrett e Russ Taylor, cercando di indirizzare gli ingegneri verso la corretta interpretazione e visualizzazione tridimensionale dei dati. Questo sarà possibile grazie alla collaborazione tra il gruppo Ict dell’Osservatorio astrofisico di Catania, guidato da Ugo Becciani, e il gruppo di Idia Viz Lab e dell’Università di Cape Town, che si occuperanno di connettere le esigenze scientifiche degli astronomi e le potenzialità del software in una interfaccia utente accessibile e intuitiva.

Huawei potrebbe presentare le proprie Smart TV a IFA 2019

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Nelle scorse settimane, Huawei ha lanciato attraverso la propria controllata Honor la prima Smart TV del gruppo. Le caratteristiche della TV sono da top di gamma, con tre tagli diversi di diagonale 55, 65 e 75 pollici. Il pannello è dotato di una risoluzione 4K e, come per ogni TV di fascia alta, supporta HDR, DCI, Noise Reduction e la riproduzione di video fino a 8K a 30FPS. Il cuore del dispositivo è il chipset Honghu 818 che permette al sistema operativo proprietario HongMeng OS di svolgere tutte le funzioni.

Tuttavia, Honor Vision attualmente è in vendita esclusivamente nel mercato Cinese. Huawei però ha intenzione di ampliare la propria quota di mercato e per farlo punta all’Europa. Ecco quindi che IFA 2019 diventa l’evento più importante su cui puntare per mostrare le potenzialità delle proprie Smart TV.

Sembra che Huawei stia lavorando su cinque differenti prodotti, secondo le certificazioni ottenute. Sul sito Bluetooth SIG sono comparsi cinque modelli diversi: HEGE, OSCA-550, OSCA-550A, OSCA-550X e OSCA-550AX. Di solito, una volta incassata questa certificazione, il lancio dei prodotti sul mercato non è troppo distante.

Huawei ad IFA 2019 porterà le proprie Smart TV

Secondo le altre informazioni trapelate, queste Smart TV sono caratterizzate dalla presenza della EMUI HomeVision 9.0.0.13. Non è chiaro se si tratta di un OS basato su HarmonyOS e su Android. Non è chiaro neanche se le TV saranno presentate sotto il brand Honor o sotto quello Huawei.

Non resta che attendere la conferenza del produttore prevista per il prossimo 6 settembre. L’orario è fissato per le 10 e 30 e il principale protagonista sarà il processore Kirin 990. Tuttavia a margine della presentazione del SoC troveranno spazio tanti altri prodotti tra cui anche le Smart TV.