Facebook: il G7 ha bocciato la nuova criptovaluta Libra

Facebook Libra

I Responsabili Finanziari dei principali paesi, durante l’ultimo G7 hanno convenuto che la criptovaluta del social network Facebook, Libra, non porterà nulla di buono.

Vi ricordo che durante gli ultimi mesi i dubbi sulla nuova moneta sono stati molti, soprattutto da parte di investitori dello stesso social network. Scopriamo insieme le parole degli esponenti del G7.

Facebook: Libra non s’ha da fare secondo gli esponenti del G7

L’economista Gianfranco Polillo, su Startmag ha scritto: “Libra non s’ha da fare“. Secondo tutti gli esponenti del G7 il social network dovrebbe riporre l’idea di questa criptovaluta in un cassetto chiuso molto bene a chiave, seguendo le orme del bitcoin. Il potere di battere moneta non le sarà concesso, per il momento. Molto probabilmente inizierà un vero e proprio braccio di ferro tra Zuckeberg e quest’ultimi.

Al giorno d’oggi le aziende non si accontentano più di gestire tutti i dati degli utenti iscritti, vogliono qualcosa in più. Questo qualcosa in più potrebbe essere proprio la nuova criptovaluta. I colossi tech vorrebbero battere moneta, entrando a gamba tesa in una delle prerogative storiche dello Stato nazionale. Ora si spiega il grande allarme derivato dall’idea di Libra.

Secondo gli esponenti del G7 il valore di una moneta virtuale è volatile, come mostrano anche gli andamenti di bitcoin, nonostante Facebook abbia recentemente spiegato che avrebbe un valore fisso, molto simile a quello della normale moneta. Per il momento il colosso di Menlo Park non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma è probabile che lo faccia nelle prossime ore. Noi ovviamente vi terremo informati su qualsiasi novità.

Tutta la scienza di Cheops

Crediti: Esa/P. Carril

A giorni l’Esa dovrebbe comunicare la data scelta per il lancio della missione Cheops, attualmente prevista in un arco temporale che va dal 15 ottobre al 14 novembre dalla base spaziale di Kourou, nella Guyana Francese, condividendo con un satellite della costellazione italiana Cosmo-SkyMed il passaggio offerto da un razzo Sojuz.

Cheops non è pensato per scoprire nuovi esopianeti, ma piuttosto per determinare le caratteristiche di pianeti extrasolari già conosciuti con una precisione senza precedenti. Si tratta di un satellite a basso costo (50 milioni di euro da parte di Esa, circa 100 milioni complessivi), progettato da un consorzio a guida svizzera formato da 11 paesi europei, in cui l’Italia ha avuto un ruolo determinante.

Mentre si attende la partenza, sono già state definite le priorità scientifiche, e verranno annunciate a breve le richieste selezionate per il tempo “libero” di osservazione (guest observations) di Cheops, che ammonta a un 20 per cento del tempo totale.

Il restante 80 per cento verrà dedicato a un programma di osservazioni meticolosamente stilato dallo science team di Cheops, il cui obbiettivo principale è quello di studiare la struttura di esopianeti più grandi della Terra e più piccoli di Nettuno, realizzato osservando il transito dei pianeti medesimi davanti alla loro stella ospite, utilizzando una tecnica chiamata fotometria di transito di altissima precisione.

Cheops, la prima missione dell’Agenzia spaziale europea per studiare gli esopianeti. Credit: Esa/Atg medialab

Il 10 per cento del programma di base sarà impiegato per determinare la massa di esopianeti di cui si conosce la dimensione, ricavandone quindi la densità, valore cruciale per determinare se un pianeta sia roccioso o meno.

Un altro 30 per cento di tempo verrà speso per approfondire la conoscenza di esopianeti di cui si conosce già la densità, concentrandosi in particolare su pianeti di piccola taglia, con caratteristiche peculiari o in sistemi multipli.

Benché la sonda non sia dotata di uno spettrografo, e quindi non sia in grado di determinare la composizione di un’atmosfera planetaria, circa il 25 per cento del programma di base verrà dedicato ad osservare i cambiamenti nella luce della stella dovuti alla riflessione del pianeta mentre vi compie un’intera orbita attorno, una tecnica che permette di ottenere informazioni sulle atmosfere planetarie, ad esempio deducendo la presenza di nuvole.

Cheops “imaginarium”. Crediti: Esa

Un ulteriore 10 per cento del programma di base sarà indirizzato a determinare caratteristiche speciali di alcuni pianeti, come la presenza di lune o di gli anelli, o la deformazione mareale causata dall’attrazione gravitazionale della stella.

Nonostante sia una missione di follow-up – come si dice in termine tecnico, cioè di osservazioni successive – su esopianeti già conosciuti, Cheops possiede comunque un potenziale per nuove scoperte. Circa il 15 per cento del programma scientifico di base verrà infatti dedicato alla ricerca di nuovi pianeti attorno a stelle brillanti, utilizzando una varietà di approcci diversi, che renderanno possibile anche la ricerca dei cosiddetto eso-troiani, piccoli corpi celesti che condividono l’orbita di un pianeta extrasolare conosciuto.

Infine, per il tempo residuo, il satellite sarà dedicato ad altre aree di ricerca, quali fisica stellare e planetologia, ognuna con una particolare rilevanza per gli studi esoplanetari.

EMUI 9.1, lista dei dispositivi Huawei e Honor che riceveranno l’update

Cresce la lista degli smartphone Huawei ed Honor che riceveranno l’aggiornamento ad EMUI 9.1, con con Magic UI 2.1 e GPU Turbo 3.0.

La nuova EMUI introduce novità soprattutto dal punto di vista estetico: sono stati aggiunti nuovi sfondi, nuovi temi e sono state ridisegnate le icone di alcune applicazioni, alle quali è stato conferito un look più realistico ed in linea con le tendenze Google.

Più importanti delle migliorie estetiche sono le novità apportate sul fronte delle prestazioni. EMUI 9.1 garantisce, infatti, un miglioramento del 24% della reattività e del 44% della risposta generale, faciliterà il multi-tasking e consentirà una maggiore autonomia del dispositivo.

Novità anche dal punto di vista del gaming: grazie alla GPU Turbo 3.0, aggiornamento compatibile con venticinque giochi molto popolari come Fortnite, Real Racing 3, PES 2019, FIFA Mobile e Minecraft, è stato ridotto il consumo energetico del SoC del 10%3 e ottimizzate le performance in background del sistema.

Queste sono solo alcune delle novità che saranno introdotte con l’aggiornamento, ma quali sono i dispositivi supportati? Nelle scorse settimane abbiamo già diffuso una lista di dispositivi compatibili, ma poche ore fa Huawei e Honor hanno comunicato una nuova serie di smartphone che riceveranno l’update ad EMUI 9.1 con Magic UI 2.1 e GPU Turbo 3.0.

Lista degli smartphone Huawei e Honor che riceveranno l’update ad EMUI 9.1

Ecco la lista aggiornata degli smartphone Honor e Huawei che si aggiorneranno ad EMUI 9.1.

  • Honor 8X
  • Honor 10
  • Honor Play
  • Honor View 10
  • Honor 10 Lite
  • Huawei P30 Lite
  • Huawei P20 Lite
  • Huawei Nova3i
  • Huawei Y9
  • Huawei Mate 20X
  • Huawei PD Mate 20 RS
  • Huawei Mate 20
  • Huawei Mate 20 Pro
  • Huawei P20
  • Huawei P20 Pro
  • Huawei PD Mate RS
  • Huawei Mate 10
  • Huawei Mate 10 Pro
  • Huawei PD Mate 10
  • Huawei P10
  • Huawei P10 Plus
  • Huawei PD Mate 9
  • Huawei Mate 9
  • Huawei P Smart 2019
  • Huawei P Smart + 2019
  • Huawei P Smart +
  • Huawei Mate 20 Lite
  • Huawei P20 Lite
  • Huawei P Smart
  • Huawei P30 Lite
  • Huawei Y6 2019
  • Huawei Y5 2019
  • Huawei P Smart Z

Mettetevi nei panni di Michael Collins

20.07.2019, ore 21:00

Un ritratto di Michael Collins in tuta spaziale, realizzato il 16 aprile 1969, 3 mesi prima della partenza della missione Apollo 11. Crediti: Nasa

L’astronauta Michael Collins durante l’allunaggio del 1969, mentre Armstrong ed Aldrin passavano alla storia per essere stati i primi due uomini a calpestare la superficie lunare, orbitò per 24 ore intorno alla Luna in attesa del loro rientro, e per mezz’ora perse ogni contatto radio con la Terra. In quei momenti, Collins fu l’uomo più solo dell’universo.

È da questa suggestione che nasce lo spettacolo teatrale “Walking on the Moon”, realizzato dall’Associazione Culturale Progetto Goldstein in coproduzione con il progetto europeo Be Spectactive!, e messo in scena dalla Compagnia del Teatro dell’Orologio di Roma al Teatro Romano di Ostia Antica il 20 luglio 2019. Lo spettacolo è patrocinato dall’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica.

Scritto da Fabio Morgan e diretto da Leonardo Ferrari Carissimi, “Walking on the Moon” è una favola contemporanea a tre personaggi in cui mondo digitale, mondo letterario e mondo dei ricordi s’intrecciano in una sinfonia a 9 attori dal sapore magico, dove si ride, si piange e si sogna. “Walking on the Moon” racconta la solitudine cosmica provata da Michael Collins durante l’allunaggio del 1969, solitudine cui si aggiungeva il dramma esistenziale di essere arrivato vicino alla realizzazione del proprio sogno ma, per il compito a cui era chiamato, impossibilitato a realizzarlo.

Protagonisti della scena sono Elia, un giovane startupper digitale timido ed impreparato al mondo, Alice, una studentessa fuori dal mondo appassionata di poemi cavallereschi, e Michael Collins, interpretato da Graziano Piazza, astronauta della mitica missione Apollo 11, ormai invecchiato, personaggio bizzarro e polemico, figura di rottura tra il mondo del presente e il mondo del passato.

Graziano Piazza interpreta Michael Collins.
Crediti: Manuela Giusto

Uno spettacolo dove la tecnologia incontra una narrazione poetica: uno spaccato surreale ma concreto sulla comunicazione odierna, su come la realizzazione dei propri desideri personali, la soddisfazione del proprio io, possa fagocitare l’individuo e la sua umanità.

La tecnologia è parte integrante dello spettacolo: gli spettatori avranno la possibilità di vivere individualmente l’esperienza di mettere piede sula superficie lunare, in prima persona. Attraverso un applicativo appositamente sviluppato, chiunque sia dotato di uno smartphone e dei cardboard box (forniti sul posto) potrà vivere un’esperienza immersiva a 360° avendo la sensazione di camminare sulla luna.

L’interrogativo sottostante all’intera narrazione è se la tecnologia rappresenti davvero una possibilità concreta di realizzazione dei nostri sogni. “Walking on the Moon” pone costantemente questa domanda e lascia la risposta a tutti i suoi spettatori.

Per i lettori di Media Inaf è stata prevista la possibilità di un ingresso a prezzo ridotto, è possibile usufruirne acquistando il biglietto tramite questo link oppure prenotando all’indirizzo lacittaideale171@gmail.com.

Zoom, l’app ha permesso ai siti Web di accedere alla webcam del Mac

Zoom, una nota app per videoconferenze, ha permesso a siti Web di accedere alla webcam del Mac ad insaputa degli utenti. A rivelare la notizia è stato Jonathan Leitschuh, esperto in sicurezza informatica, dopo aver individuato una falla che è stata da lui chiama “zero day”, proprio perché non ancora nota allo sviluppatore.

Zoom, disponibile come app sia per i dispositivi Apple (e dunque Mac, iPhone e iPad) che per gli smartphone Android, ha consentito ad un utente di accedere ad una videoconferenza in corso, senza ricevere dapprima il permesso da chi ha organizzato la call, riuscendo quindi a spiare i partecipanti. Jonathan ha riferito che ciò sarebbe successo anche se l’app è stata rimossa dal Mac, questo perché una volta installato il client Zoom, viene attivato un Web server in background che permetterebbe all’utente un più rapido collegamento in caso di chiamata.

Zoom, una vulnerabilità ha permesso a siti Web di spiare gli utenti. Problema risolto?

La falla avrebbe messo a rischio la Privacy e la sicurezza degli oltre quattro milioni di utenti che hanno installato sul proprio Mac il client Zoom.

L’azienda sembra aver però risolto il problema rilasciando un update che non solo elimina la vulnerabilità, ma permette anche di eliminare completamente il client Zoom una volta che l’app viene disinstallata dal dispositivo. Com’è stato detto in precedenza, infatti, i siti Web sarebbero riusciti ad accedere anche alle webcam degli utenti che hanno rimosso l’app Zoom dal proprio Mac, poiché il Web server restava attivo in background. L’esperto in sicurezza informatica rivela, però, che vulnerabilità del genere avrebbero intaccato anche altre piattaforme di videoconferenza come RingCentral e BlueJeans.

Flyeye, una sentinella per il rischio asteroidi

Rappresentazione artistica di come apparirà il Flyeye una volta installato sul Monte Mufara. Crediti: Esa/A. Baker

Ricordate l’asteroide caduto sui cieli di Chelyabinsk il 15 febbraio 2013? Fortunatamente non ci furono vittime, ma rimasero ferite centinaia di persone – per lo più a causa dei vetri andati in frantumi. Un evento che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi. Conseguenze che potrebbe essere possibile prevenire riuscendo a intercettare la minaccia e a dare per tempo l’allarme. Ai numerosi progetti in campo in questo senso, ora se ne sta per aggiungere uno unico nel suo genere e tutto made in Italy: un telescopio dotato di un “occhio composito”, simile a quello di una mosca, e per questo chiamato Flyeye.

Alto sei metri e mezzo, largo quattro e pesante 24 tonnellate, Flyeye è stato presentato giovedì scorso dall’Agenzia spaziale europea (Esa) e dall’Agenzia spaziale italiana (Asi) a Turate, in provincia di Como, negli stabilimenti della Ohb Italia, la società che lo ha realizzato. Grazie alla sua capacità di visione e alla sua rapidità, «potremo scoprire asteroidi fino a 40 metri di diametro con un anticipo di almeno tre settimane prima che impattino contro l’atmosfera terrestre», ha dichiarato all’Ansa Ian Carnelli, responsabile del programma General Studies dell’Esa.

«Oltre che monitorare gli asteroidi, però, è necessario anche scoprirli, come fanno le reti di telescopi statunitensi: con Flyeye l’Europa può finalmente mettersi al passo», ha aggiunto Ettore Perozzi, dell’Ufficio di sorveglianza spaziale dell’Asi. «L’enorme flusso di dati che verrà prodotto potrà essere utile in molti altri campi dell’astronomia, per studiare i mutamenti del cielo come la variazione di luminosità delle stelle».

Rappresentazione schematica del Flyeye. Crediti: Esa/A. Baker

«Flyeye è il telescopio ideale per questo tipo di applicazioni. Il motivo è presto detto», spiega a Media Inaf Roberto Ragazzoni, direttore dell’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Padova. «Ha una configurazione – come dice il nome – “a occhio di mosca”: la più adatta per tenere sott’occhio una porzione di cielo estremamente ampia e accorgersi al volo se viene attraversata da piccoli oggetti che sfrecciano rapidissimi – come appunto asteroidi o detriti spaziali». Una configurazione che Ragazzoni conosce bene come pochi altri: è infatti sua una delle tre firme che troviamo sotto al brevetto dell’ottica di Flyeye – le altre due sono quelle di Marco Chiarini e Lorenzo Cibin di Ohb Italia. Un’ottica particolarissima che imita, appunto, l’occhio composto degli insetti. «Al centro c’è uno specchio principale sferico, e tutt’attorno – come fossero i fotorecettori di una mosca – un insieme di 16 piccoli specchietti secondari, che a loro volta riflettono la luce verso altrettante fotocamere. Il sistema ideale per coniugare un’altissima velocità di risposta e un grande campo di vista».

Se Flyeye è lo strumento ideale per questo tipo di osservazioni, altrettanto si può dire per il luogo in cui verrà installato: il Monte Mufara, in Sicilia. «Il sito di Monte Mufara, nel Parco delle Madonie, si trova a un’altitudine di 1865 metri sopra il livello del mare. Questo sito è stato scelto dall’Esa», ricorda Mario Guarcello dell’Osservatorio astronomico Inaf di Palermo, «avvalendosi di un’analisi comparativa prodotta da un tavolo tecnico Asi/Inaf dopo un’attenta valutazione delle caratteristiche di vari siti italiani, e una campagna di misure del seeing (un parametro che dipende dalle turbolenze in atmosfera che influenzano negativamente le osservazioni astronomiche) e delle condizioni meteo. Le misure sono state effettuate per circa un anno, tra il 2017 ed il 2018, utilizzando una camera SBig Seeing Monitor ST-402 acquistata dall’Asi e installata dalla Ohb Italia con la collaborazione di tecnici locali e dell’Inaf di Palermo. La campagna di misure ha rivelato che il sito del Monte Mufara è caratterizzato da una percentuale di notti con cielo limpido del 58 per cento, tra i valori migliori di Italia, e il livello di luminosità del cielo più basso tra tutti i siti confrontati. Il seeing misurato nel periodo estivo e invernale dal Monte Mufara è stato inferiore a 1.5 arcosecondi per l’80 per cento e il 50 per cento delle notti, rispettivamente, con un numero significativo di notti in cui il seeing è stato inferiore a un arcosecondo».

Una panoramica della cima di Monte Mufara. In primo piano, il sito al quale è destinato il Flyeye. Sul fondo, invece, il sito per il Wmt. Crediti: Mario Guarcello / Inaf

«È una straordinaria notizia e una grande giornata per la scienza», dice Giuseppe Mogavero, presidente della Fondazione Gal Hassin – Centro Internazionale per le Scienze Astronomiche di Isnello (PA), il cui contributo alla costruzione del sito di Monte Mufara è stato fondamentale. «Nello stesso sito di Monte Mufara verrà collocato a brevissimo il Wide-field Mufara Telescope (Wmt) del Gal Hassin, un telescopio della classe di 1 metro, prototipo di un innovativo strumento a grande campo (7 gradi quadrati)».

«Per il Flyeye», aggiunge Mogavero, «il Gal Hassin – sostenuto negli anni dal 2015 al 2017 dal Miur con un contributo annuo di mezzo milione di euro, assegnato all’Inaf e destinato appunto al Gal Hassin – è stato un apripista: un sito già strutturato, viabilità di accesso, infrastrutture e servizi di rete e un punto di riferimento per le interlocuzioni con le istituzioni del territorio e con la Regione Sicilia. E con possibili future collaborazioni. Il Flyeye sarà completamente dedicato alla ricerca di oggetti celesti che passano vicino alla Terra e, per farlo, dovrà scandire quanto più cielo possibile ogni notte. Scoprirà oggetti interessanti, che andranno seguiti immediatamente per migliorare la definizione dell’orbita, all’inizio mal determinata. Questo inseguimento non potrà essere fatto dal Flyeye stesso, perché questo andrebbe a ridurre la porzione di cielo osservata in cerca di nuovi oggetti. Il Wmt è nella condizione ideale per questo compito, che lo terrà impegnato solo per una frazione della notte, ma che sarà prezioso per migliorare l’efficienza del Flyeye nella ricerca di oggetti nuovi».

Eclissi di Luna: ecco le novità, come vederla e una curiosità unica

eclissi di luna

Stavolta non vi serviranno occhiali o altre protezioni per gli occhi per assistere allo spettacolo dell’eclissi di Luna del prossimo 16 luglio, e avrete l’occasione anche di brindare al cinquantennale della missione Apollo 11 che effettuò l’allunaggio. L’appuntamento tra la notte del 16 e quella del 17 luglio sarà cruciale verso le 22:30 circa.

Grazie a un semplice binocolo sarà possibile notare diversi elementi specifici dell’eclissi di Luna, mentre al telescopio si potranno gustare tutti i momenti più belli anticipati dagli allineamenti di domani per Giove e Saturno. I due giganti sono infatti visibili al loro massimo dalla Terra.

Per chi vuole prendere nota dei prossimi appuntamenti con la Luna, ricordiamo che la rivedremo in eclissi parziale nel 2023, poi in eclissi totale nel 2025 e ancora parziale nell’agosto del 2026.

Eclissi di Luna: ecco le novità, come vederla e una curiosità unica

Se invece siete appassionati di eclissi solari, si dovrà attendere il 21 giugno del prossimo anno per averne una anulare. Il fenomeno poi si ripeterà nel 2021. Dopo cinque anni si avranno i due grandi fenomeni di eclisse totale dell’agosto 2026 e quella dell’agosto del 2027, definita l’eclissi del millennio che sarà visibile nella sua totalità soprattutto a Sud della Sicilia.

Se volete catturare l’evento anche con una semplice fotocamera digitale compatta, o meglio con una reflex dotata di teleobiettivo con focale sui 200mm, potrete evidenziare scatto dopo scatto l’incessante avanzare dell’ombra terrestre a copertura della Luna. Per una resa ottimale, consigliamo inoltre di mantenere le impostazioni ISO nel range 100-400, con diaframma completamente aperto e tempi di esposizione armonizzati.

Quel disco che non t’aspetti attorno al buco nero

Rappresentazione artistica del tenue disco attorno al buco nero centrale della galassia Ngc 3147. Crediti: Esa/Hubble, M. Kornmesser

Un tenue disco di materia è stato individuato dove non avrebbe dovuto esserci, ovvero attorno al buco nero supermassiccio nel centro della poco luminosa galassia Ngc 3147, distante 130 milioni di anni luce da noi. A scoprirlo è stato un team internazionale di ricercatori guidato da Stefano Bianchi, dell’Università degli Studi Roma Tre e a cui hanno partecipato anche colleghe e colleghi dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), grazie alle riprese del telescopio spaziale Hubble di Nasa ed Esa. Il lavoro che descrive la scoperta viene pubblicato oggi sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

La scoperta di un disco di materia attorno al buco nero centrale di una galassia a bassa luminosità come Ngc 3147 ha sorpreso gli astronomi. I buchi neri in certi tipi di galassie come Ngc 3147 sono infatti considerati “affamati”, in quanto attorno a loro non vi è sufficiente materiale catturato gravitazionalmente che possano ingurgitare e grazie al quale sono in grado di emettere enormi quantità di energia, sotto forma di getti e radiazione elettromagnetica, come la luce, ma anche più energetica, fino ai raggi X e gamma. La tenue struttura individuata nel cuore della galassia Ngc 3147, che può essere considerata a tutti gli effetti una copia sbiadita dei luminosi dischi attorno ai buchi neri centrali delle galassie attive, è una novità assoluta per chi studia questi oggetti celesti estremi.

«Questo è il primo, affascinante sguardo che abbiamo ottenuto di un disco così debole, tanto vicino al buco nero che le velocità della materia che lo compone e l’eccezionale forza di attrazione gravitazionale del buco nero che orbita influenzano notevolmente il modo in cui vediamo la luce emessa da questo sistema finora unico nel suo genere», dice Bianchi, che è anche ricercatore associato all’Inaf.

Osservare e misurare gli effetti estremi legati all’interazione tra materia, radiazione elettromagnetica e gravità nel cuore di Ngc 3147 è di estremo interesse per testare le teorie della relatività di Albert Einstein, come conferma Marco Chiaberge, in forza all’Stsci e alla Johns Hopkins University, anche lui nel team che ha realizzato la scoperta: «Non avevamo mai visto gli effetti della Relatività generale e speciale sulla luce visibile con un’accuratezza simile».

La galassia a spirale Ngc 3147, distante 130 milioni di anni luce da noi, in tutto il suo splendore. Crediti: Esa/Hubble & Nasa, A. Riess et al.

I dati raccolti dallo strumento Stis (Space Telescope Imaging Spectrograph) di Hubble hanno permesso di raccogliere preziose informazioni sulla velocità con cui ruota la materia del disco attorno al buco nero, pari a oltre il 10 per cento di quella della luce. Con questi valori così estremi, il gas sembra risultare più brillante mentre si sposta verso la Terra e al contrario perde luminosità mentre si allontana da noi. Questo effetto è noto come Doppler boosting o relativistic beaming. Le osservazioni di Hubble mostrano inoltre che la materia del disco è così profondamente dominata dalla forza di gravità del buco nero, la cui massa stimata è di 250 milioni di volte quella del Sole, che anche la luce prodotta dal gas che lo compone fa fatica a sfuggirgli, e ci arriva con lunghezze d’onda grandi e ci appare più arrossata. «Grazie agli effetti di distorsione della luce proveniente dal disco di gas siamo riusciti a misurare la sua distanza dal buco nero, che corrisponde a 30 miliardi di km, pari a circa 6 volte la distanza tra il Sole e Nettuno», aggiunge Andrea Marinucci, ricercatore dell’Asi, che ha partecipato allo studio.

Il team ha deciso di studiare in dettaglio il cuore della galassia Ngc 3147 proprio per verificare gli attuali modelli teorici che descrivono le proprietà delle galassie attive con bassa luminosità, ovvero quelle che ospitano nel loro centro buchi neri di grande massa ma “affamati”. Questi modelli suggeriscono che i dischi di materiale dovrebbero formarsi quando grandi quantità di gas vengono catturate dalla formidabile attrazione gravitazionale prodotta da un buco nero supermassiccio, emettendo così una enorme quantità di luce, come un potentissimo faro: quello che gli astronomi chiamano quasar.

«Il tipo di disco che vediamo è un quasar ridimensionato che non ci aspettavamo potesse esistere», sottolinea Alessandro Capetti dell’Inaf a Torino, anch’egli nel team di Bianchi. «È lo stesso tipo di disco che vediamo negli oggetti che sono 1000 o anche 100.000 volte più luminosi. È quindi evidente che le previsioni degli attuali modelli per galassie attive molto deboli in questo caso falliscono».

Per saperne di più:

La “terza via” alla costante di Hubble si accorcia

Illustrazione artistica di due stelle di neutroni che si fondono. Crediti: Nsf/Ligo/Sonoma State University/A. Simonnet

La soluzione alla controversia sul valore della costante di Hubble – 67 come calcola Planck, o 74 come sembrerebbe emergere dalle osservazioni astrofisiche? – potrebbe arrivare dalle onde gravitazionali. In particolare, da eventi di fusione fra stelle di neutroni, come quello celebre noto con la sigla Gw 170817. Questo già lo si sapeva, ne avevamo scritto anche su queste pagine: potendo stimare la distanza dell’evento sia attraverso i dati gravitazionali (con interferometri come Ligo e Virgo) che attraverso i tradizionali dati elettromagnetici (con i telescopi), è infatti possibile ottenere una misura indipendente, del tutto autonoma rispetto al modello cosmologico adottato, da una parte, e dall’altra alla scala delle distanze cosmiche. Il problema, però, sta in quanti di questi eventi occorre osservare per arrivare a una misura sufficientemente precisa da essere davvero utile: i calcoli dicono tra i 50 e 100 eventi. Non pochi, considerando che fino a oggi ne è stato osservato uno soltanto – Gw 170817, appunto.

Ora però è stato realizzato un nuovo studio, pubblicato oggi su Nature Astronomy, che mostra come – conoscendo l’orientamento del piano orbitale della coppia di stelle di neutroni rispetto a noi osservatori – il numero di eventi necessario potrebbe scendere drasticamente. «Riteniamo che per risolvere il problema potrebbero essere sufficienti altri 15 eventi di questo tipo, osservati sia con le onde gravitazionali che con i radiotelescopi», dice il primo autore dell’articolo, Kenta Hotokezaka, della Princeton University, riferendosi appunto a eventi come Gw 170817.

«Avere una stima precisa di quanto sia inclinato rispetto a noi il piano sul quale orbitano l’una attorno all’altra le due stelle di neutroni – o la stella di neutroni e il buco nero – fa un’enorme differenza», spiega a Media Inaf Paolo D’Avanzo dell’Inaf di Brera, coordinatore della parte operativa del team Inaf Grawita e membro del governing council di Engrave dell’Eso, al quale ci siamo rivolti per un commento, «perché l’inclinazione ha effetto sull’intensità delle onde gravitazionali che registriamo sulla Terra: si “vedono” meglio se il sistema binario in coalescenza è face-on, cioè se siamo perpendicolari al piano orbitale».

«Il vantaggio di Gw 170817», continua D’Avanzo, «è che questa misura dell’orientamento esiste. Per effettuarla è stato necessario attendere circa un anno dopo l’evento, ma alla fine ci si è riusciti – grazie a osservazioni radio del getto, emesso a seguito della fusione, condotte con la tecnica Vlbi: la stessa adottata per la famosa fotografia al buco nero. Osservazioni descritte in due lavori importanti – uno guidato da Giancarlo Ghirlanda dell’Inaf e l’altro da Kunal Moolay del Caltech – che hanno permesso di stabilire, rispettivamente, quanto fosse collimato il getto e quanto fosse fuori asse rispetto a noi osservatori. Ora, dato che il getto è perpendicolare al piano sul quale orbitavano le sorgenti del sistema binario, ecco che è stato possibile calcolare l’inclinazione di quest’ultimo».

Le linee continue mostrano, rispettivamente, la distribuzione di H0 ottenibile dall’osservazione di eventi di coalescenza con i soli dati gravitazionali (arancione) o con la combinazione fra dati gravitazionali e osservazioni Vlbi (blu). Le barre verticali verdi e salmone mostrano invece, rispettivamente, gli intervalli ottenuti da Planck e dalle misure astrofisiche con supernove. Fonte: K. Hotokezaka et al., Nature Astronomy (2019); https://arxiv.org/abs/1806.10596

E di quanto è migliorata, la precisione sulla stima della costante di Hubble conseguita grazie alla conoscenza precisa dell’orientamento del sistema binario di Gw 170817? Non di poco (vedi grafico qui a fianco): si è passati da un valore di 74 km/s per megaparsec con barre d’errore che andavano da 66 a 90 (misura da onde gravitazionali) al valore 70.3 km/s per megaparsec con barre d’errore che vanno da 65.3 a 75.6, ottenuto grazie appunto alla conoscenza dell’inclinazione, riportato oggi su Nature Astronomy. Un intervallo ancora troppo ampio per poter risolvere la tensione fra stime cosmologiche e stime astrofisiche, ma incredibilmente preciso se solo pensiamo alla sfida tecnologica pazzesca rappresentata da una misura di onde gravitazionali.

Dunque occorrono almeno altri 15 eventi “multimessageri”. Con il run O3 in corso, il più sensibile di sempre, quanti è ragionevole attendersene? Basta dare un’occhiata al database pubblico per farsene un’idea. «Dal primo aprile a oggi sono già stati rivelati 15 eventi di coalescenza fra coppie di buchi neri, dunque grosso modo uno a settimana», dice D’Avanzo, «ma fra coppie di stelle di neutroni – come nel caso di Gw 170817 – il numero è molto più basso, due soltanto: uno il 25 aprile, fra due stelle di neutroni, e l’altro il 26 aprile, forse fra una stella di neutroni e un buco nero. Il vero problema, però, è che per nessuno di questi due eventi è stato possibile osservare la controparte elettromagnetica, come invece riuscimmo a fare con Gw 170817. E senza la controparte, per il calcolo della costante di Hubble di cui stiamo parlando, non sono utilizzabili, perché occorrono due misure indipendenti».

Insomma, il metodo è assai promettente, ma serviranno molta tenacia e pazienza per arrivare a raccogliere i dati richiesti.

Per saperne di più:

Xiaomi lancia il robot di Iron Man Mk 50 controllabile dallo smartphone

L’effetto “Avengers: Endgame” sembra non essersi concluso, anzi: l’ultimo capitolo della saga ha ottenuto un successo tale da aver spinto Xiaomi a lanciare un prodotto ispirato ad uno dei protagonisti indiscussi dell’intero Universo Marvel: il robot giocattolo Iron Man Mk50.

Prodotto da UBITECH, azienda specializzata nella progettazione di questo genere di prodotti, il robot-giocattolo consiste in una versione in miniatura del celebre supereroe Iron Man ed è collegato ad un’applicazione disponibile sia per dispositivi iOS che Android, grazie alla quale non solo è possibile controllare il robot ma anche giocare a mini-giochi e vivere esperienze AR.

Xiaomi lancia il robot giocattolo di Iron Man Mk50

Il robot è dotato di uno schermo LCD posizionato all’interno del casco: questo può essere personalizzato per mostrare il volto della persona che lo utilizza e può persino parlare, riproducendo frasi personalizzate in determinati momenti di gioco o quando il casco si ritrae.

A bordo del robot ispirato all’ultimo Iron Man apparso nel film Avengers: Endgame ci sono sette motori che gli consentono di camminare avanti e indietro, inclinare la testa verso il basso, verso l’alto, a destra e a sinistra, muovere le braccia, ruotare il busto e monta diversi sensori e luci LED. In uno dei piedi è addirittura presente un sensore a infrarossi che, individuando eventuali bordi, impedisce al robot di cadere da superfici elevate.

Il dispositivo è dotato di batterie ricaricabili che garantiscono quasi due ore di autonomia per ogni carica completa, e come è stato detto in precedenza il robot può essere controllato tramite l’apposita app disponibile sia per smartphone Android che per iPhone. Grazie all’app è anche possibile giocare a mini-giochi in realtà aumentata.