Zoom: annullato l’aggiornamento in seguito alle ultime lamentele

Zoom ha annullato l’aggiornamento con le nuove funzionalità e si concentrerà invece sulla sicurezza e il rispetto della privacy. Il fondatore e amministratore delegato dell’azienda Eric Yuan si è scusato con gli utenti dopo una serie di problemi riscontrati.

Yuan ha delineato un piano per migliorare la sicurezza dell’app entro i prossimi 90 giorni. Ha ammesso che l’app ha lottato con il vasto numero di nuovi utenti dovuti a questo periodo d’emergenza. L’azienda non aveva previsto un tale successo. “A partire dalla fine di dicembre dello scorso anno, il numero massimo di partecipanti giornalieri, sia gratuiti che a pagamento, su Zoom era di circa 10 milioni. A marzo abbiamo raggiunto oltre 200 milioni di utenti al giorno” ha dichiarato Yuan in un post sul blog. Oltre a un rapido aumento dell’utilizzo della piattaforma, l’attenzione è ricaduta su una serie di bug di sicurezza e privacy all’interno dell’app.

Zoom si impegnerà per risolvere i problemi relativi alla privacy, accantonati per ora i progetti sulle nuove funzionalità

Supportare l’arrivo di così tanti nuovi utenti è stata una’impresa e Yuan ha riconosciuto che la piattaforma non ha rispettato a pieno le normative di sicurezza. Tra i problemi c’è la possibilità fornita da Zoom di lasciare le riunioni aperte a chiunque a meno che non siano bloccate dall’host. Ciò ha costretto l’azienda a pubblicare una guida online su come proteggersi durante le chiamate.

Gli esperti di sicurezza informatica hanno anche sollevato preoccupazioni in merito alle pratiche di Zoom in passato, come i difetti precedenti e le funzionalità ora modificate, incluso uno strumento che ha permesso agli host delle riunioni di verificare se altri partecipanti cliccano su un’altra finestra sullo schermo durante la chiamata. Inoltre, sono state rilevate attività di hackeraggio delle webcam. “La trasparenza è sempre stata una parte fondamentale della nostra cultura”, ha affermato Yuan. “Mi impegno a essere aperto e onesto riguardo alle aree in cui stiamo rafforzando la nostra piattaforma e alle aree in cui gli utenti possono prendere le proprie misure di sicurezza per proteggersi.”

Srt, in ascolto del cosmo dall’altopiano del sangue

Il Sardinia Radio Telescope. Crediti: Sergio Poppi/Inaf Cagliari

Dopo Medicina con la stazione radioastronomica omonima, Asiago con i telescopi Galileo, Schmidt e Copernico, e l’isola di La Palma con Magic e il Telescopio nazionale Galileo, lo “Speciale telescopi” di Media Inaf oggi vi porta nell’entroterra del sud della Sardegna, più precisamente a San Basilio, un piccolo comune di poco più di mille abitanti a circa 35 chilometri da Cagliari. In questo territorio, a 600 m s.l.m, si trova una distesa di terra dove la leggenda vuole sia avvenuta un’epica lotta tra San Giorgio e il drago. Drago il cui sangue – versato dopo esser stato trafitto dalla spada d’oro del cavaliere – avrebbe reso quelle terre aride, capaci di far crescere solo un’erbetta dalle foglie color rosso brillante, da cui il nome di Pranu ‘e Sàngùni che viene dato all’altipiano. La specie della pianta in questione è caeruleum, che in latino significa celeste: come il cielo scrutato dal Sardinia Radio Telescope, l’enorme parabola che sorge proprio al centro di questa vallata silenziosa. Un silenzio rotto soltanto dalle ruote azionate dagli otto motori che permettono alle sue tremila tonnellate di muoversi in azimut alla ricerca di oggetti come pulsar, quasar e nebulose.

Il radiotelescopio è gestito dall’Inaf, che è anche co-finanziatore insieme al Miur, all’Agenzia spaziale italiana e alla Regione autonoma della Sardegna. E il responsabile delle operazioni è Sergio Poppi, dell’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Cagliari. Nato ad Argenta, in provincia di Ferrara, dopo la laurea in astronomia e un periodo di ricerca ai radiotelescopi di Medicina, nel 2006 si trasferisce in Sardegna. Oggi vive a Serdiana, un piccolo paese di duemila abitanti a 20 km da Cagliari e 30 km da Srt. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli un’aggiornamento sullo stato di operatività del radiotelescopio.

Dottor Poppi, com’è messo Srt? È in funzione?

«Attualmente Srt è operativo, naturalmente tenendo conto delle normative che ci sono state date per ridurre la diffusione del coronavirus. A questo scopo abbiamo limitato al massimo la presenza in situ, giusto al minimo indispensabile per poter fare sia le osservazioni che la manutenzione. Al momento nel sito ci sono infatti solo due persone. Entrambe lavorano con guanti e mascherine in locali le cui superfici vengono frequentemente sanificate con prodotti a base di cloro da parte di aziende specializzate. Srt è quindi in funzione, ma mantenendo tutte le precauzioni degli operatori che attualmente vi lavorano».

Sullo sfondo il Sardinia Radio Telescope. In primo piano Sergio Poppi, Inaf-Osservatorio astronomico di Cagliari, responsabile delle operazioni del telescopio

Chi sono queste due persone?

«Una è l’astronomo che sta in control room per fare le osservazioni, l’altra è il site manager, Gian Paolo Vargiu, che si occupa della manutenzione, della supervisione del sito e del controllo della strumentazione. Proprio qualche giorno fa, ad esempio è dovuto intervenire per un problema».

Di che problema si trattava?

«Srt ha 12 motori che servono per orientare la parabola durante le osservazioni: 8 per i movimenti in azimut e 4 per quelli in elevazione. La settimana scorsa a un certo punto qualcosa ha smesso di funzionare correttamente nell’elettronica che controlla il raffreddamento di uno di questi motori, che si è surriscaldato ed è andato in blocco. Il site manager, accortosi del problema, è sceso giù in antenna attivando le procedure del caso per risolverlo. Capita però che alle volte debba svolgere anche compiti non previsti.

Di che genere?

«L’altro ieri mi hanno mandato una e-mail dicendo che c’era un problema logistico: era entrato un gregge di capre nel sito. È stato lui a fare le veci del mandriano per accompagnarle gentilmente fuori dal sito».

Quali sono le osservazioni attualmente in corso?

«Sono quelle già approvate dal time allocation commitee in risposta alla call for proposal iniziata lo scorso 6 marzo. In particolare, il comitato valuta le proposte che arrivano per i radiotelescopi italiani – proposte che possono essere fatte per singola antenna oppure per più telescopi: Srt partecipa infatti al consorzio Evn (European Vlbi Network), all’interno del quale funge da service insieme a tutte le altre antenne che fanno parte della rete.

E per le altre call che richiederanno tempo osservativo con Srt, invece, cosa succederà?

«Coloro che hanno fatto domanda e che, per fare le osservazioni, devono venire da fuori al momento non possono raggiungere la Sardegna. O meglio, potrebbero farlo, ma è molto complesso. È possibile quindi che alcuni progetti non si riescano a fare. L’osservatore ora presente finirà il suo tempo di osservazione, successivamente ci adegueremo via via considerando l’evoluzione della situazione. C’è un costante dialogo tra me, il direttore dell’osservatorio astronomico di Cagliari (colui che ha la responsabilità ultima di dichiarare l’operatività del telescopio), la direzione generale e la presidenza dell’Inaf. La ricerca scientifica è una di quelle attività poste dall’ultimo Dpcm nell’elenco di quelle fondamentali: questo mi riempie di orgoglio e mi dà forza. Ma la situazione è complessa, valutiamo costantemente la situazione per operare nelle migliori condizioni possibili».

Ci parli un po’ del Sardinia Radio Telescope. Quand’è stato costruito?

«L’idea di Srt come grande single dish nasce negli anni ’90. Il kick off del progetto è stato nel 2002. La sua costruzione è cominciata nel 2005 con il basamento, ed è andata avanti fino al 2011, l’anno in cui è stato completato. Poi, nel 2013, l’inaugurazione. È seguita quindi una fase di messa a punto e infine, all’inizio del 2015, l’operatività con i primi progetti osservativi. Successivamente è seguito un fermo per manutenzione straordinaria, dopo il quale l’attività è ripresa con l’Asi, che ha fatto il tracking della sonda Cassini, e con le osservazioni in risposta alle call for proposal».

Credit: Osservatorio astronomico di Cagliari/Inaf

Lei Srt lo ha visto nascere. Qual è stato il momento più emozionante?

«Il “tiro del cesto”: il momento in cui, per la prima volta per un radiotelescopio di questa classe, la struttura di quasi 500 tonnellate che costituisce la “parabola” è stata collocata sulla cosiddetta alidada in un unico “tiro”, come si dice in gergo. È stata una bella sfida. Una sfida tecnica senza precedenti avvenuta con successo nel maggio del 2010. Per farlo è stata necessaria una gru portata lì a pezzi da 40 tir e poi montata: la più grande gru d’Europa. Mi ricordo che è iniziata a giungere molta gente dai paesi vicini per seguire l’operazione, parlando sottovoce per paura di disturbare questa delicata e complessa operazione. Uno dei momenti chiave e più emozionanti della costruzione di Srt».

E il ricordo che più lo lega al telescopio, invece?

«Adesso lavoriamo all’interno di una struttura che ha uffici, una control room e tutto il necessario. Ma questi spazi sono stati disponibili solo a partire dal 2017. Prima di allora tutte le operazioni venivano fatte in una sorta di container. In un box non particolarmente grande. Era sia control room che locale mensa. In un altro box c’erano gli apparati scientifici e in un altro ancora i bagni. Lì dal 2011 al 2017, oltre alle operazioni di installazione e commissioning, abbiamo portato avanti diversi progetti, compreso quello del programma early science. È stata una sfida anche questa, che però mi ha dato come l’impressione di partecipare alla costruzione di Srt, di essere vivo, presente, anche in quei momenti. Oggi una nuova struttura si trova a circa 300 metri da Srt e contiene una control room, una camera schermata e una stanza con pavimento, pareti e soffitto di metallo, chiusa tipo caveau in modo che tutta la radiazione dovuta alla strumentazione scientifica rimanga confinata e non interferisca con le osservazioni di Srt. Ci sono gli uffici dove lavorano gli osservatori e il personale tecnico, c’è il centro visite e la foresteria con dieci posti letto».

Che scienza produce Srt? 

«Srt è uno strumento versatile, che nasce per poter affrontare diverse tematiche scientifiche. Al momento ha quattro ricevitori, due in bassa frequenza (300 MHz e 1.4 GHz), uno attorno ai 6 GHz e uno che va dai 18 ai 26 GHz. A queste frequenze può studiare oggetti celesti come le pulsar, può studiare il mezzo interstellare, può fare spettroscopia – ovvero andare a vedere la composizione chimica del mezzo interstellare – e fare space weather per il monitoraggio del Sole. E viene usato anche per il monitoraggio radar dei detriti spaziali».

Come ci riesce?

«Ci sono fenomeni fisici che invece di emettere nel visibile o in un’altra lunghezza d’onda, emettono nel radio. Srt ha uno specchio principale tassellato da 64 metri di diametro e uno specchio secondario subriflettore da 8 metri. Gli specchi convogliano la luce al ricevitore che converte l’onda elettromagnetica in segnali elettrici. Un rilevatore misura poi la potenza del segnale e determina se l’onda elettromagnetica ha una direzione privilegiata, cioè se è polarizzata, mentre gli spettrometri ne misurano l’intensità in base alla frequenza. Tutto questo ci permette di capire quanto è forte l’emissione dell’oggetto, quanto è forte il campo magnetico, di derivare la provenienza della sorgente e di fare spettroscopia, che vuol dire cercare quegli elementi chimici che emettono a determinate frequenze e capire se in una determinata nube c’è quell’elemento chimico. L’ammoniaca, per esempio: è una molecol con una determinata frequenza di emissione, circa 23 GHz. Quindi quando noi vediamo quella frequenza sappiamo che lì c’è ammoniaca. Volendo fare una similitudine, Srt funziona come lo specchio della parabola satellitare che abbiamo sul tetto di casa. Ci sono infatti radioamatori e radioastronomi amatoriali che usano la parabola di casa come fosse un radiotelescopio».

Può anche produrre immagini?

«Sì, ma rispetto ad altri telescopi, ad esempio quelli ottici, che hanno un sensore digitale come quello di una macchina fotografica, e che nell’immagine che producono a ogni punto corrisponde un pixel, i radiotelescopi lavorano con un solo pixel. Come fai allora per avere un’immagine della sorgente? Ti sposti. Muovi il radiotelescopio attorno alla sorgente. Fai una sorta di mappa attraverso la cosiddetta tecnica on-the-fly, che acquisisce mentre il telescopio si muove permettendo di ricostruire una struttura piuttosto grande. In pratica, a ogni direzione viene associata l’intensità dell’emissione radio. Questa viene poi convertita in segnali digitali che, infine, al computer rappresenta l’immagine dell’oggetto».

C’è qualche aspetto che contraddistingue Srt rispeto agli altri radiotelescopi?

«Una particolarità riguarda i 1008 tasselli che compongono il suo specchio principale. Ciascuno di questi tasselli può essere mosso in modoo indipendente grazie a oltre 1100 attuatori. Questo è importante per recuperare le deformazioni cui inevitabilmente è soggetto Srt durante i movimenti, vuoi per il peso (3000 tonnellate), vuoi per la gravità o per l’irraggiamento del Sole. Questo fa sì che la superficie sia quanto più possibile ideale per le osservazioni. Poi c’è quella che riguarda la “parabola”: tra virgolette, perché in realtà non è una parabola. La forma è un profilo calcolato in maniera analitica sulla base di determinate equazioni in modo da aumentarne l’efficienza. Si chiama profilo shaped ed è una caratteristica di Srt utile per migliorare le sue prestazioni. Infine, sebbene come single dish Srt si collochi solo al terzo o quarto posto tra i radiotelescopi orientabili più grandi al mondo, per le sue dimensioni e frequenze di esercizio – fino a 100 gigahertz – Srt è uno dei telescopi più all’avanguardia che esistano. Oltretutto, a breve, ci sarà un potenziamento che lo renderà ancora più performante».

Di che potenziamento si tratta?

«Abbiamo partecipato a un progetto Pon che Srt ha vinto. Si sta procedendo quindi con i bandi di gara per acquistare ricevitori per poter arrivare fino a 115 GHz di frequenza. Saranno acquistati anche nuovi sistemi di acquisizione dati e di metrologia per misurare con maggiore accuratezza le deformazioni dei singoli tasselli e correggerle. Un potenziamento che dovrebbe completarsi entro il 2022, e che sfruttando una più alta frequenza permetterà lo studio di molecole più complesse che si trovano nelle regioni di formazione stellare. Diciamo che con questo upgrade si apre una nuova finestra nel cielo per lo studio di diversi fenomeni. Anche perché, aumentando la risoluzione angolare dello strumento, possiamo vedere maggiori dettagli nelle strutture osservate».

Quali sono stati i principali risultati scientifici di Srt?

«Sicuramente la detection dell’emissione “anomala” di polvere nella galassia di Andromeda. Ma anche quello ottenuti a seguito degli studi sui campi magnetici  in ammassi di galassie, che hanno confermato la teoria sulla loro formazione. E quelli ottenuti con gli studi sulle supernove, per citarne alcuni».

Quale di questi le ha dato più soddisfazioni?

«Il primo. Un risultato frutto del lavoro fatto durante il progetto “Mapping the microwave emission of Andromeda: filling the gap between radio and IR emission”, nell’ambito del programma early science. Il principal investigator era Elia Stefano Battistelli della Sapienza di Roma. È stata un’occasione per confrontarsi con qualcuno che non è stato nel radiotelescopio sin dall’inizio, nel senso che seguire tutte le fasi evolutive del radiotelescopio dà un vantaggio, ma a volte si rischia di non vedere bene i problemi che ci sono. Lavorare con il professor Battistelli è stato molto stimolante, perché ha messo in evidenza alcune problematiche ma anche alcuni punti forti di Srt. Quando è partito, il progetto era piccolo, ma adesso si è evoluto, ampliandosi ulteriormente con l’ultima proposal. Un progetto al quale ho partecipato in prima persona e che mi ha dato molte soddisfazioni».

Una scolaresca in visita al Sardinia Radio Telescope. Crediti: Inaf Cagliari

Si può visitare Srt?

«Sì, organizziamo visite guidate e c’è un centro visite che ci permette di accogliere visitatori. Abbiamo cominciato già da parecchi anni, anche prima che fosse inaugurato Srt, ad accogliere scolaresche e presentare il radiotelescopio al pubblico. Il gruppo che si occupa di divulgazione fa un lavoro costante con attività nelle scuole che riguardano Srt e l’osservatorio. In questo periodo, però, non può ovviamente venire nessuno. Chi vorrà potrà comunque visitare virtualmente il sito attraverso un tour a 360 gradi disponibile online».

Nonostante le limitazioni imposte per il coronavirus, le capita di andare alla stazione osservativa, in questi giorni?

«A volte si rende necessario, sì. In questi casi prendo tutte le precauzioni necessarie. Ma il grosso lo faccio da casa, dove controllo da remoto cosa succede al telescopio. Stavo giusto monitorando il problema di cui abbiamo parlato, relativo a uno dei motori che muove Srt. I motori hanno dei sensori di temperatura. Ogni 10 minuti viene pubblicato il suo valore in un log. Il problema aveva portato la temperatura sopra i 30 °C. Oggi il valore è di 26 °C, che è la temperatura di esercizio. Da casa programmo inoltre manutenzioni, faccio reportistica e videoconferenze per vedere se gli osservatori o i colleghi che si occupano della parte tecnica hanno esigenze o necessità. L’unica persona con la quale non faccio le riunioni in teleconferenza è mia moglie, che si occupa della parte informatica di Srt».

Sul suo profilo Facebook ha condiviso la playlist Astronomy, “45 brani che ha in sottofondo mentre lavora da casa”, scrive. “Il tema è l’astronomia, tutto quello che gira sopra le nostre teste a partire da qualche centinaio di chilometri fino al termine dell’universo”. Se dovesse descrivere Srt con una di queste canzoni, quale sceglierebbe?

«Astronomy Domine. Mi piace il suo ritmo, sembra quasi che descriva le operazioni e le attività frenetiche della costruzione del telescopio. Mi ricorda qualcosa che si muove, che opera e lavora. E poi è una di quelle canzoni incentrata sull’immensità dell’universo».

Ho anche letto che ha un alveare…

«Sì, ho adottato un alveare. Un’adozione a distanza. Ogni tanto vado a controllare come stanno le api tramite un’apposita app. Mi piace molto il miele. Quando ero piccolo mio padre per un periodo di tempo ha fatto l’apicoltore, quindi appena ho visto che c’era questa possibilità mi sono detto: perché non farlo? È un modo per dare un supporto agli apicoltori.

È in Sardegna da 14 anni. Come ci è arrivato?

«Per circa cinque anni ho lavorato ai radiotelescopi di Medicina, lavorando prima al progetto Sport-Iss (Sky Polarization Observatory) – un esperimento selezionato per andare sulla Stazione spaziale internazionale volto a misurare tramite ricevitori la polarizzazione del cielo a diverse frequenze – poi a un suo spin-off, Bar-Sport (Balloon-borne Radiometers for Sky Polarisation Observations), volto a rilevare la polarizzazione della radiazione cosmica di fondo. Terminati i contratti, nel 2006 mi sono trasferito qui in Sardegna, dove ho iniziato a lavorare fin da subito al progetto Srt, occupandomi di sviluppo software di controllo e tecniche di metrologia per le misure delle deformazioni delle sue ottiche. E dove ho trovato anche l’anima gemella».

In merito all’emergenza Covid-19, com’è la situazione dalle sue parti?

«Qui in Sardegna viviamo un po’ di riflesso quello che sta succedendo, sebbene ci siano nel nord dell’isola alcuni punti abbastanza critici. Sono preoccupato, confido però che tutto si risolverà. Anche se credo che dopo non sarà più tutto come prima. Penso che cambieranno molte abitudini: avremo più coscienza di quello che è uno stato di malattia e di cosa significa il rispetto per il prossimo. Anche dal punto di vista lavorativo credo cambierà qualcosa. Forse quello che sarà possibile fare da remoto lo si farà. Vedo anche che in certi casi si è sbloccata la burocrazia. Tutto questo, se ben sfruttato, potrebbe darci una mano e proiettarci verso qualcosa di migliore».


Per leggere le altre interviste di questa serie dedicata ai telescopi:

Per un tour virtuale del radiotelescopio:

Guarda su MediaInaf Tv il video del tiro in quota del paraboloide di Srt:

 

 

BepiColombo saluta la Terra

Una visione d’artista del flyby di BepiColombo con la Terra. Crediti: Esa

L’appuntamento è per venerdì 10 aprile, alle 6:25 di mattina ora italiana: la missione BepiColombo, lanciata il 20 ottobre 2018, si avvicinerà alla Terra – arrivando a soli 12.677 km di distanza – per effettuare il primo dei nove voli ravvicinati (o flyby, in inglese) che le consentirà di rallentare leggermente la sua corsa cambiando traiettoria puntando verso il Sistema solare centrale. Obiettivo: Mercurio. Arrivo previsto: dicembre 2025 dopo un viaggio di oltre 7 anni. A causa delle misure di distanziamento sociale adottate in tutta Europa come risposta alla pandemia da nuovo coronavirus, le operazioni verranno seguite da un numero limitato di ingegneri e tecnici presso il Centro operativo spaziale europeo (Esoc) dell’ESA a Darmstadt in Germania. La missione ha visto il forte contributo dell’Italia che, grazie al supporto dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) e al contributo scientifico dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), ha realizzato 4 dei 16 strumenti/esperimenti a bordo più una collaborazione internazionale.

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Frutto della collaborazione tra l’Agenzia spaziale europea (Esa) e l’Agenzia spaziale giapponese (Jaxa), la missione BepiColombo si compone di due sonde, l’europea Mercury Planetary Orbiter (Mpo) e la giapponese Mercury Magnetospheric Orbiter (Mmo). Le due sonde viaggiano a bordo di un modulo trasportatore, il Mercury Transfer Module (Mtm), che utilizzerà una combinazione di propulsione ionica e chimica in aggiunta a numerose spinte gravitazionali durante il lungo percorso. Oltre a quello intorno alla Terra, BepiColombo effettuerà altri due voli ravvicinati attorno a Venere e sei attorno Mercurio prima di passare alle cruciali manovre di frenata e posizionamento orbitale.

«Man mano che si avvicina l’evento del 10 aprile l’ansia cresce, tanto che in questi giorni mi è sembrato di tornare ai momenti emozionantissimi prima del lancio», commenta Valeria Mangano, ricercatrice Inaf del team scientifico di Serena, strumento a bordo di BepiColombo. «Abbiamo seriamente temuto che, a causa dell’emergenza coronavirus, questo evento potesse avvenire solo con le minime operazioni strettamente necessarie e senza strumenti accesi. Grazie al lavoro di Esoc e di Esa e all’operato in remoto dei gruppi scientifici, incluso quello dell’Inaf, tutti gli strumenti che possono prendere dati saranno operativi e faranno misure attorno alla Terra. Si tratta di un test molto importante dal punto di vista scientifico e tecnologico, perché conoscendo bene l’ambiente vicino la Terra, potremo capire se la strumentazione funziona a dovere».

«È il primo, e quindi molto importante, dei flyby della complicatissima rotta di BepiColombo verso Mercurio: ci saranno altri 2 con Venere, e poi ben 6 con Mercurio prima di raggiungere l’orbita ottimale», ricorda Raffaele Mugnuolo, capo Ufficio missioni scientifiche dell’Unità esplorazione e osservazione dell’universo di Asi, «per avviare l’osservazione scientifica del pianeta; durante questi flyby sarà verificato lo stato dei singoli strumenti e soprattutto si potranno verificare le loro capacità di osservazione in orbita».

«La data del 10 aprile rappresenta una tappa molto importante per la missione BepiColombo è lo è a maggior ragione per tutti noi», sottolinea Angelo Olivieri, di Asi e responsabile di progetto per Serena, «che per molti anni abbiamo lavorato alla realizzazione degli strumenti a bordo, affrontando con tenacia tutte le difficoltà tecnologiche che una missione così ambiziosa presentava».

Le tappe principali del viggio di BepiColombo verso Mercurio. Crediti: Esa

Come funziona un flyby: la fionda gravitazionale

Sfruttando i sorvoli e l’effetto “fionda gravitazionale” si riesce a imprimere a una sonda spaziale una spinta sufficiente per farle raggiungere più rapidamente la sua destinazione finale. Questo perché nella maggior parte dei casi, per problemi di peso al momento del lancio, le sonde non vengono equipaggiate del propellente sufficiente per arrivare direttamente sull’obiettivo prefissato, dovendo già trasportare numerosi strumenti scientifici.  Per evitare l’eccessivo dispendio di carburante, il modo più efficiente per viaggiare nel Sistema solare  è, quindi, quello di utilizzare traiettorie tangenti ai pianeti (FlyBy) per sfruttarne l’attrazione gravitazionale, il cosiddetto effetto fionda. Si tratta di una grande intuizione del professor Giuseppe (Bepi) Colombo (1920-1984) dell’Università di Padova, matematico e ingegnere famoso per i suoi importanti studi sulle orbite di Mercurio. I voli ravvicinati sfruttano la forza di gravità del pianeta per rallentare o accelerare e per modificare le traiettorie della sonda spaziale durante il suo viaggio.

BepiColombo saluta la Terra

Quando BepiColombo si avvicinerà al nostro pianeta il prossimo 10 aprile, volerà “di fronte” alla Terra da est a ovest e la sfiorerà: la vedremo a 12.700 km di distanza, meno della metà dell’altitudine dei satelliti di navigazione Galileo e circa un terzo di quelli in orbita geostazionaria. Il 9 aprile si troverà a oltre 500mila km e il giorno successivo al flyby sarà già a oltre 300mila km. Il veicolo spaziale deve ridurre la sua energia e cambiare la sua traiettoria per spostarsi verso il Sistema Solare interno, guadagnando il percorso di volo che lo porterà attorno a Venere, per le prossime spinte gravitazionali previste a ottobre 2020 e ad agosto 2021. In termini di velocità, BepiColombo guadagnerà circa 5 km/s rispetto al Sole.

Per avere un flyby di successo sono necessarie diverse manovre correttive della traiettoria (trajectory correction manoeuvers, o Tcm) eseguite nelle settimane precedenti al volo ravvicinato, a cui va aggiunta poi un’altra manovra dopo il flyby. Queste operazioni si basano sul sistema di propulsione chimica del Mercury Transfer Module, ad eccezione dell’ultima che utilizza il sistema di propulsione elettrica solare (Seps). Durante il flyby, non vengono azionati i propulsori: è la gravità a farla da padrona.

Cenni sulla missione

BepiColombo è la prima missione europea verso Mercurio, è la quinta missione cornerstone del programma Horizon 2000+ adottata dallo Science Programme Committee dell’Esa per il programma del Direttorato scientifico. È una delle missioni di esplorazione interplanetaria più ambiziose mai programmate dall’Esa. L’industria italiana ha collaborato alla realizzazione della missione, in particolare sono Leonardo e Thales Alenia Space (Thales-Leonardo). Quest’ultima è stata il subcontraente principale del satellite (costruito da Airbus Defence and Space in qualità di prime contractor) guidando le 35 aziende europee coinvolte e sviluppando i sistemi di telecomunicazione, controllo termico e distribuzione dell’energia elettrica, insieme all’integrazione e al testing del Mercury Planetary Orbiter (Mpo), del Mercury Transfer Module (Mtm) e del satellite completo sino alla conclusione della campagna di lancio. L’Agenzia spaziale italiana (Asi) ha realizzato 4 dei 16 strumenti ed esperimenti a bordo dei due orbiter, grazie al contributo della comunità scientifica italiana, tra cui i ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dell’Università “La Sapienza” di Roma. A bordo del Mercury Planetary Orbiter ci sono gli esperimenti italiani Isa, Serena e Simbio-Sys, mentre More è un esperimento effettuato sulla Terra.

Apple Store: negli Stati Uniti rimarranno chiusi fino all’inizio di maggio

Gli abitanti degli Stati Uniti, non possono aspettarsi che l’Apple Store più vicino a casa loro riaprirà presto. In un promemoria ottenuto da Bloomberg, L’SVP di Apple Deirdre O’Brien ha dichiarato ai dipendenti che i suoi negozi al dettaglio rimarranno chiusi fino all’inizio di maggio a causa dell’epidemia di Coronavirus. Le procedure di lavoro da casa dell’azienda resteranno valide anche per tutti i suoi uffici.

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Apple Store: chi ha lasciato il proprio smartphone o iPad all’interno dello Store per una riparazione dovrà aspettare

Apple ha chiuso tutti i suoi negozi al di fuori della Cina a marzo, poco dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva ufficialmente dichiarato COVID-19 una pandemia. Il piano originale di Apple era di riaprire il 27 marzo. Il piano si è arenato fino a quando la società non ha pubblicato un messaggio sul suo sito Web il quale diceva ai clienti che i suoi negozi rimarranno chiusi “fino a nuovo avviso”. In una precedente nota interna di O’Brien, si legge di una comunicazione ai membri dello staff: “Apple potrebbe iniziare a riaprire i negozi all’inizio di aprile“, ma ciò non sarà ancora possibile.

Faccia a faccia con la galassia Ngc 3344

La galassia a spirale Ngc 3344 ripresa dal telescopio spaziale Hubble. Crediti: Esa/Hubble, Nasa

In direzione della costellazione del leone Minore, alta verso sud nei cieli serali di aprile, si trova la spettacolare galassia Ngc 3344. Distante da noi circa 20 milioni di anni luce, possiamo individuarla già con l’ aiuto di un piccolo telescopio. La sua magnificenza possiamo apprezzarla nell’immagine qui a fiancoottenuta dal telescopio spaziale Hubble che ci rivela la disposizione quasi perfettamente di faccia di NGC 3344 e mostrano molti dettagli della sua struttura ed estensione, pari a circa la metà della nostra galassia, la Via Lattea. I bracci rotanti di Ngc 3344 sono il luogo dove si formano continuamente nuove stelle. le più calde e giovani risplendono di una luce bluastra. Le nubi di polveri e gas, immensi bacini di materiale che, collassando, potrà dar vita a nuovi astri, sono invece associate ai toni del rosso.

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Ma il cielo serale di aprile ha moltissime altre meraviglie in arrivo, nuvole permettendo. Se siete curiosi di saperne di più, non vi resta che guardare il video qui sotto che come ogni mese abbiamo preparato per voi:

OnePlus, lo smartphone di fascia media potrebbe chiamarsi OnePlus Z

Una nuova voce sostiene che il prossimo mid-range di OnePlus verrà lanciato come “OnePlus Z.” Il dispositivo potrebbe essere dotato di un chipset MediaTek Dimensity 1000 5G e un display fluido a 90Hz. Il telefono di fascia media dovrebbe debuttare entro la fine dell’anno.

Tra due settimane, il produttore cinese di smartphone OnePlus dovrebbe presentare i suoi smartphone OnePlus 8 serie 5G. A differenza degli ultimi anni, tuttavia, si dice che la società rilasci un nuovo device di fascia media insieme ai telefoni di punta della serie 8. Mentre finora lo smartphone è stato chiamato OnePlus 8 Lite, nuove informazioni che sono emerse online suggeriscono il contrario.

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OnePlus, il device mid-range non si chiamerà OnePlus Lite

Secondo l’affidabile tipster Max Weinbach, il telefono non si chiamerà OnePlus 8 Lite. Invece, Weinbach afferma che il prossimo device mid-range di OnePlus debutterà con il nome di OnePlus Z. Questo device è dotato di un design simile ai telefoni OnePlus 8 e 8 Pro. Tuttavia, potrebbe non condividere le potenti specifiche hardware della serie 8.

Secondo le informazioni rivelate dal leaker Ishan Agarwal all’inizio di questo mese, OnePlus Z sarà alimentato da un chipset MediaTek Dimensity 1000. Si prevede inoltre un display AMOLED a 90Hz, simile allo standard OnePlus 8. Mentre il CEO di OnePlus Pete Lau ha recentemente confermato che la società annuncerà molto presto i telefoni della serie OnePlus 8, è probabile che OnePlus Z non debutterà insieme ai due telefoni di punta.

Alcune fonti indicano che il telefono di fascia media dovrebbe essere lanciato a luglio nella maggior parte dei mercati.

Il cielo in una goccia di Massimo Tamajo

A Little Drop of Galaxy. Crediti: Massimo Tamajo

L’agenzia spaziale statunitense pubblica ogni giorno l’Astronomy Picture Of the Day, meglio conosciuta come Apod, l’immagine astronomica del giorno. Ne riproponiamo spesso anche qui su Media Inaf. Affascinanti lavori di astrofotografia realizzati all’aperto, là dove il cielo è più nitido. Un’attività, questa della fotografia naturalistica, che in tempi di isolamento non è possibile fare. Forse per questo, e per la difficile situazione che sta vivendo l’Italia, la Nasa ha scelto di pubblicare lo scatto del siciliano Massimo Tamajo: un suggestivo esperimento di macrofotografia che immortala la galassia di Andromeda riflessa in una goccia di rugiada sullo stelo di un fiore.

«Mi ha sorpreso la velocità con cui Nasa ha voluto pubblicare. È successo tutto nel giro di 48 ore», dice Tamajo a Media Inaf.

Anche se a prima vista può risultare indistinguibile con il suo debole alone, Andromeda è forse la luce più antica che possiamo osservare a occhio nudo (M31 dista circa 2,5 milioni di anni luce da noi). Ed è a dir poco impressionante vedere raccolti in una goccia d’acqua le braccia a spirale di un oggetto celeste grande 100mila anni luce. Tamajo l’ha fotografata nell’agosto 2018 a Stromboli, isole Eolie. La stampa di quello scatto è finita sulla parete del suo studio ed è lì, dall’isolamento che tutti siamo chiamati a rispettare in questi giorni, che ha voluto osservarla e ritrarla nuovamente. 

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«Per poter ottenere dei buoni scatti astronomici, bisogna raggiungere spazi aperti privi di inquinamento luminoso, e questo era quello che facevo ogni volta che ne avevo occasione prima dell’emanazione dei decreti, che oggi ci chiedono di restare a casa. Così è nata l’idea di continuare a lavorare indoor, mettendo insieme le mie due più grandi passioni: la macro e l’astrofotografia. E mi è venuta l’idea di far riflettere all’interno di una goccia d’acqua l’immagine di una galassia, la mia preferita: M31», spiega Tamajo. Era ancora studente quando decise di frequentare un corso di astronomia presso il Centro osservazione e divulgazione astronomica di Siracusa. La fotografia, confessa, gli ha cambiato la vita e da ingegnere elettronico è diventato fotografo naturalista. Oggi organizza mostre fotografiche, eventi divulgativi con scuole ed enti naturalistici, workshop di macrofotografia e astrofotografia di base, ma anche corsi di fotografia individuale.

Il fotografo Massimo Tamajo

Qualche informazione tecnica? 

«Per realizzare lo scatto ho utilizzato la mia reflex Nikon D750 con su una lente macro Sigma 180mm f/3,5 su cavalletto. Davanti alla reflex ho sistemato lo stelo grazie a un’asta snodabile. Mi sono servito della glicerina per creare la goccia. Avrei potuto usare della semplice acqua ma la glicerina è più densa e idonea allo scopo. Infine ho posizionato la mia stampa della galassia di Andromeda sullo sfondo, a una distanza di circa 30 centimetri dallo stelo. Naturalmente la stampa era capovolta, così da ottenere il riflesso corretto all’interno della goccia. I dati di scatto sono i seguenti: ISO 100, f/8, 10 secondi».

Attrezzatura?

«Per il primo approccio all’astrofotografia mi è bastato acquistare un astro inseguitore e utilizzare le lenti che già possedevo. Naturalmente la mia astro fotografia è assolutamente amatoriale e non paragonabile a quella ottenuta con attrezzatura ben più idonea (ma anche molto costosa) che prevede camere astronomiche, telescopi, montature equatoriali di buon livello, camere guida e via dicendo. Io scatto con una reflex che ho fatto modificare per l’astrofotografia e utilizzo i miei obiettivi, tra cui un Tamron 150-600mm che mi è servito per realizzare la foto di Andromeda. Solo da pochi mesi ho sostituito il mio astro inseguitore con una montatura equatoriale Ioptron Cem25P e da pochissimo ho anche aggiunto un telescopio 60-240mm insieme a una cam mono, entrambi per la guida. Piccoli passi che devo dire mi stanno dando anche molta soddisfazione a livello personale».

Perseverance porterà 11 milioni di nomi su Marte

La placca del concorso “Send Your Name to Mars” con cui la Nasa ha raccolto quasi 11 milioni di nomi da mandare su Marte, scritti su tre microchip a bordo del rover Mars 2020. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

La Nasa spesso organizza contest o iniziative simpatiche per accompagnare i lanci delle missioni più popolari. Stavolta toccherà al rover Perseverance, che partirà la prossima estate in direzione di Marte – arrivo previsto il 18 febbraio 2021. Anche questa volta la Nasa ha giocato la carta della campagna di successo “Send Your Name to Mars”: come è già accaduto con InSight, quasi 11 milioni di appassionati (per la precisione 10.932.295) hanno avuto la possibilità di aggiungere il proprio nome su uno dei tre microchip di silicio che verranno trasportati direttamente sul Pianeta rosso.

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Il rover Perseverance era già stato protagonista, qualche tempo fa, del concorso “Name the Rover”, appunto per trovare il nome ufficiale alla missione Mars 2020. Anche i 155 nomi semifinalisti viaggeranno verso Marte all’interno dei microchip, posti su una piastra anodizzata con una grafica incisa al laser che raffigura la Terra e Marte uniti dai raggi del Sole. La piastra sarà visibile dalle telecamere di Perseverance.

Pesante meno di un’utilitaria (una tonnellata o poco più), il rover Mars 2020 – ora Perseverance – si basa sulla configurazione del più famoso Curiosity. Cercherà segni della vita microbica nel passato di Marte, studierà il clima e la geologia del nostro vicino di casa, raccoglierà campioni da riportare sulla Terra. Nonostante gli attuali disagi causati dalla diffusione anche negli Stati Uniti della pandemia da nuovo coronavirus, il lancio del rover a bordo del razzo Atlas V è ancora previsto tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto. Staremo a vedere e vi aggiorneremo.

INPS: blocco delle pensioni a Maggio, la Garanzia arriva dallo Stato

nessun blocco pensioni inps

Dopo qualche rumor che ventilava ipotesi fantasiose sul blocco delle pensioni, il Governo ha tenuto a specificare che non ci sarà alcun rischio per i nostri pensionati. Qualsiasi cosa succeda le pensioni saranno garantite dallo Stato, così come rafforza il concetto il presidente dell’INPS Pasquale Tridico.

Il rumor si era ingrossato a seguito di una dichiarazione interpretata male dello stesso Tridico ospite al programma TV DiMartedì. L’affermazione “abbiamo i soldi per pagare fino al momento in cui è stato sospeso il pagamento dei contributi. Quindi fino a maggio non c’è problema di liquidità” è stata fraintesa e subito smentita a più riprese dal presidente INPS.

INPS: blocco delle pensioni a Maggio, la Garanzia arriva dallo Stato

C’è stata comunque qualche preoccupazione sul fatto che il pagamento dei contributi è sospeso per tutti i lavoratori in quarantena per l’emergenza coronavirus ma, come ha ribadito Tridico, le pensioni sarebbero comunque coperte dallo Stato.

Entro 30 giorni l’INPS erogherà gli emolumenti per chi è in cassa integrazione e per tutti gli autonomi e le partite IVA che faranno domanda per il bonus di 600 euro. “Tutte le prestazioni sociali hanno un limite di spesa, ma saranno rifinanziate. Le domande per bonus babysitter e i 600 euro agli autonomi si potranno fare sempre”.

Secondo i dati statistici dell’Istituto di Previdenza, all’inizio del 2020 erano in vigore 17,89 milioni di pensioni, per la maggioranza concernente pagamenti inferiori ai 750 euro mensili e per il 70% al di sotto dei 1.000 euro. La spesa per questi assegni è di 208,8 miliardi di euro, di cui 187 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali e 21,8 da quelle assistenziali. L’importo medio delle pensioni è di 11.559 euro l’anno.

Quando non si può tornare indietro nel tempo

Due simulazioni al computer di tre buchi neri che si influenzano a vicenda. La linea rossa è la simulazione in cui il computer torna indietro nel tempo. La linea bianca è la simulazione in cui il computer avanza nel tempo. Dopo 35 milioni di anni (situazione a sinistra), non vi è ancora alcuna deviazione tra i due casi: la linea rossa copre completamente la linea bianca. Dopo 37 milioni di anni (al centro), le orbite si discostano leggermente e la linea bianca diventa visibile. La simmetria temporale viene spezzata perché disturbi della dimensione della lunghezza di Planck si propagano esponenzialmente. Dopo 40 milioni di anni (a destra), la deviazione è evidente. Crediti: Astronomie.nl/Tjarda Boekholt

Il caos è presente nella maggior parte dei sistemi stellari dinamici e si manifesta attraverso la divergenza esponenziale di piccole perturbazioni, che porta all’irreversibilità temporale e aumenta l’entropia nel sistema.

Fino ad ora, una relazione quantitativa tra il caos nei sistemi stellari dinamici e il livello di irreversibilità del sistema era indeterminata. Gli scienziati hanno sempre spiegato la mancanza di simmetria temporale con l’interazione statistica tra un gran numero di particelle.

Tjarda Boekholt (Università di Coimbra, Portogallo), Simon Portegies Zwart (Università di Leida) e Mauri Valtonen (Università di Turku, Finlandia) hanno invece dimostrato che sono sufficienti tre particelle per spezzare la simmetria temporale. Per farlo, hanno studiato sistemi caotici a tre corpi usando la “forza bruta”, servendosi di Brutus (Brute force arbitrary-precision N-body code), un codice molto accurato che permette di superare le incertezze legate all’aritmetica standard a doppia precisione.

Ma vediamo di arrivare per gradi a capire quello che i tre ricercatori hanno fatto, sperando di non fare troppo caos descrivendo il caos.

Sarebbe molto bello se, date posizioni e velocità di ogni oggetto dell’universo con una certa precisione, fosse possibile conoscere il suo futuro e il suo passato. Il caos però ci insegna che, se è vero che il passato determina il futuro, non è vero che un’approssimazione del passato determina approssimativamente il futuro. Due stati iniziali molto vicini possono evolvere lungo strade completamente diverse, e non è proprio possibile fare un rewind per risalire alla configurazione iniziale che ha portato a quel particolare stato del sistema.

Da un punto di vista numerico, nelle simulazioni a N-corpi gli errori sulla conoscenza degli stati agiscono come piccole perturbazioni del sistema e la loro successiva amplificazione esponenziale fa sì che la soluzione diverga in una traiettoria completamente diversa dopo solo alcune scale temporali di Lyapunov, dove quest’ultimo è il tempo oltre il quale il sistema dinamico diventa caotico e non è più possibile fare previsioni.

Capiterete anche voi che questo non è propriamente rincuorante. La nostra fiducia in questo tipo di simulazioni potrebbe essere rafforzata se si potesse dimostrare che la “traiettoria numericamente divergente” ha ancora qualche connessione fisica con lo spazio delle condizioni iniziali in esame, ossia con una realizzazione iniziale leggermente diversa rispetto a quella usata per iniziare la simulazione. Questo potrebbe essere dimostrato da soluzioni approssimate che hanno “orbite ombra“, ossia orbite che rimangono vicine alla traiettoria approssimata per un tempo molto più lungo del tempo di Lyapunov, con di fatto una connessione fisica alla condizione spaziale iniziale del problema a N-corpi in esame.

Senza questa dimostrazione, si può pensare di applicare la forza bruta per cercare di ridurre l’entità degli errori numerici. Ed è proprio quello che hanno fatto i tre ricercatori.

Un modo robusto per testare l’accuratezza di uno specifico problema a N-corpi è quello di fare un test di reversibilità. Poiché le equazioni del moto di Newton sono reversibili nel tempo, un’integrazione in avanti seguita da un’integrazione all’indietro dello stesso tempo dovrebbe riportare alla stessa realizzazione iniziale del sistema. Il risultato di un test di reversibilità è quindi noto esattamente. Nella pratica, la reversibilità nelle simulazioni di sistemi caotici è molto difficile da raggiungere a causa sia di una crescita esponenziale delle perturbazioni per via del caos, sia per via di errori numerici irreversibili. Anche se Brutus non è formalmente reversibile nel tempo, riesce a recuperare la condizione iniziale del sistema alle prime 10 cifre decimali in ciascuna coordinata di ogni corpo presente nell’istantanea finale. Mentre l’integrazione diretta è soggetta a divergenza esponenziale, quella inversa è soggetta alla convergenza esponenziale alla dimensione iniziale della perturbazione su ben nove ordini di grandezza.

L’idea alla base del lavoro è la seguente. Ogni sistema triplo è caratterizzato da un certo tempo di fuga, che è il tempo dopo il quale il sistema si spezza. Quando questo succede, uno o più corpi se ne vanno per i fatti loro. Data una certa precisione numerica, esiste anche un tempo di tracciamento, che è il tempo in cui la soluzione numerica rimane vicina alla traiettoria fisica, legata alla condizione iniziale. Se il tempo di tracciamento è inferiore al tempo di fuga, la soluzione numerica si discosta dalla soluzione fisica e, di conseguenza, il sistema è irreversibile rispetto al tempo. Solo i sistemi con piccolissimi fattori di amplificazione passeranno il test di reversibilità. Tuttavia, aumentando sistematicamente l’accuratezza numerica, si aumenta il tempo di tracciamento di ciascun sistema. In questo modo, una parte crescente di sistemi avrà un tempo di tracciamento superiore al suo tempo di fuga, riducendo così gradualmente la frazione di soluzioni irreversibili.

I tre ricercatori hanno applicato questo risultato a sistemi costituiti da tre enormi buchi neri (ognuno di massa pari a un milione di masse solari) inizialmente separati da un parsec, pari a 1051 lunghezze di Planck. Hanno calcolato le orbite dei tre buchi neri che si influenzano a vicenda, attraverso due diverse simulazioni. Nella prima simulazione, i buchi neri partono da fermi, per poi muoversi l’uno verso l’altro incrociando le loro complicate orbite finché uno dei tre abbandona gli altri due. La seconda simulazione inizia con la situazione finale della prima simulazione, con due buchi neri legati gravitazionalmente e il terzo buco nero sfuggito dal sistema, e tenta di riportare indietro il tempo alla situazione iniziale.

Ciò che hanno visto è che questo è generalmente possibile e solo nel 5 per cento dei casi il rewind non si riesce a fare, anche se il computer utilizza più di cento decimali! Questa piccola percentuale non è quindi legata alla potenza del computer o a metodi di calcolo più intelligenti, come si pensava in precedenza, bensì è dovuta a un limite fisico dettato dalla lunghezza di Planck. Il cinque per cento di tali sistemi richiederebbe infatti una precisione nella conoscenza delle condizioni iniziali inferiore alla lunghezza di Planck per generare una soluzione reversibile nel tempo, rendendoli quindi fondamentalmente imprevedibili.

«Il movimento dei tre buchi neri può essere talmente caotico che qualcosa di così piccolo come la lunghezza di Planck ne influenzerà i movimenti. Le perturbazioni su scala della lunghezza di Planck hanno un effetto esponenziale e spezzano la simmetria temporale», spiega Boekholt.

«Quindi non essere in grado di tornare indietro nel tempo non è più solo un argomento statistico, bensì è un fatto insito nelle leggi fondamentali della natura. Nemmeno un sistema di tre oggetti in movimento, grandi o piccoli che siano, pianeti o buchi neri, può sfuggire alla direzione del tempo», conclude Portegies Zwart.

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