Alma e Rosetta sulle tracce del fosforo

Questa infografica mostra i risultati chiave di uno studio che ha rivelato la traccia interstellare del fosforo, uno dei mattoni costitutivi della vita. Crediti: Alma (Eso/Naoj/Nrao), Rivilla et al.; Eso/L. Calçada; Esa/Rosetta/NavCam; Mario Weigand, www.SkyTrip.de

«La vita è apparsa sulla Terra circa 4 miliardi di anni fa, ma non conosciamo ancora i processi che l’hanno resa possibile», dice Víctor Rivilla, autore principale di un nuovo studio pubblicato oggi dalla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. I nuovi risultati di Alma (Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array), di cui l’Osservatorio europeo australe (Eso) è partner, e dello strumento Rosina a bordo di Rosetta mostrano che il monossido di fosforo è un elemento chiave nel rompicapo sull’origine della vita.

Con la potenza di Alma, che ha permesso uno sguardo dettagliato nella regione di formazione stellare Afgl 5142, gli astronomi sono stati in grado di individuare i luoghi in cui si formano molecole contenenti fosforo, come il monossido di fosforo. Nuove stelle e sistemi planetari sorgono in regioni, simili a nubi, formate da gas e polvere sparsi tra le stelle, rendendo queste nubi interstellari i luoghi ideali da cui iniziare la ricerca dei mattoni costitutivi della vita.

Le osservazioni Alma hanno mostrato che le molecole che contengono fosforo vengono create quando si formano stelle massicce. Flussi di gas da stelle giovani e massicce scavano cavità nelle nubi interstellari. Le molecole contenenti fosforo si formano sulle pareti della cavità, attraverso l’azione combinata di urti e radiazioni della giovane stella. Gli astronomi hanno anche dimostrato che il monossido di fosforo è la molecola più abbondante sulle pareti della cavità, tra tutte le molecole contenenti fosforo.

Dopo aver cercato questa molecola nelle regioni di formazione stellare con Alma, il gruppo europeo è passato a un oggetto del Sistema Solare: l’ormai famosa cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko. L’idea era di seguire le tracce di questi composti contenenti fosforo. Se le pareti della cavità collassano per formare una stella, in particolare una non particolarmente massiccia, come il Sole, il monossido di fosforo può congelarsi e rimanere intrappolato nei granelli di polvere ghiacciata che rimangono intorno alla nuova stella. Ancor prima che la stella sia completamente formata, i granelli di polvere si uniscono per formare sassolini, rocce e infine comete, che diventano così trasportatori di monossido di fosforo.

Rosina, acronimo che sta per Rosetta Orbiter Spectrometer for Ion and Neutral Analysis, ha raccolto dati da 67P per due anni, mentre Rosetta era in orbita intorno alla cometa. Gli astronomi avevano già trovato tracce di fosforo nei dati di Rosina, ma non sapevano di quale molecola si trattasse. Kathrin Altwegg, principal investigator di Rosina e co-autrice del nuovo studio, ha avuto un suggerimento su quale potesse essere questa molecola dopo essere stata avvicinata a una conferenza da un’astronoma che studiava con Alma le regioni di formazione stellare: «Mi disse che il monossido di fosforo sarebbe un candidato molto probabile, quindi sono tornata a verificare i nostri dati ed eccolo lì!».

La regione di formazione stellare Afgl 5142vista da Alma. Crediti: Alma (Eso/Naoj/Nrao), Rivilla et al.

Questo primo avvistamento del monossido di fosforo su una cometa aiuta gli astronomi a stabilire una connessione tra le regioni di formazione stellare, dove la molecola viene creata, fino alla Terra.

«La combinazione dei dati di Alma e di Rosina ha rivelato una sorta di filo chimico durante l’intero processo di formazione stellare, in cui il monossido di fosforo svolge il ruolo dominante», spiega Rivilla, ricercatore all’Osservatorio astrofisico di arcetri dell’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica italiano.

«Il fosforo è essenziale per la vita come la conosciamo», aggiunge Altwegg. «Dato che le comete hanno probabilmente fornito grandi quantità di composti organici alla Terra, il monossido di fosforo trovato nella cometa 67P potrebbe rafforzare il legame tra le comete e la vita sulla Terra».

Questo affascinante viaggio ha potuto essere documentato grazie alla collaborazione tra astronomi. «Il rilevamento del monossido di fosforo è stato chiaramente ottenuto grazie a uno scambio interdisciplinare tra telescopi sulla Terra e strumenti nello spazio», commenta Altwegg.

Leonardo Testi, astronomo dell’Eso e responsabile europeo delle operazioni di Alma, conclude: «Comprendere le nostre origini cosmiche, tra cui quanto siano comuni le condizioni chimiche favorevoli all’emergenza della vita, è uno dei temi principali dell’astrofisica moderna. Mentre Eso e Alma si concentrano sulle osservazioni di molecole in giovani sistemi planetari distanti, l’esplorazione diretta dell’inventario chimico all’interno del Sistema solare è resa possibile dalle missioni Esa, come Rosetta. La sinergia tra le strutture terrestri e spaziali all’avanguardi a livello mondiale, attraverso la collaborazione tra Eso ed Esa, è una risorsa preziosa per i ricercatori europei e consente scoperte rivoluzionarie come quella riportata in questo articolo».

Fonte: comunicato stampa Eso

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Quando la bistabilità climatica fa bene alla vita

Rappresentazione artistica di una “snowball Earth”. Crediti: Nasa

Negli ultimi decenni, la scoperta di svariate migliaia di sistemi planetari, ovvero stelle attorno alle quali è stato possibile determinare l’esistenza di uno o più pianeti, ha nauralmente portato gli astrofisici a chiedersi se tali pianeti siano adatti a ospitare la vita – e, soprattutto, se lo facciano. Usando i futuri grandi telescopi – da terra, come l’Extremely Large Telescope, e dallo spazio, come il James Webb Space Telescope – sarà possibile determinare la composizione chimica delle atmosfere dei pianeti più simili al nostro, e quindi cercarvi una biosignature: la “firma” chimica dell’esistenza di una biosfera sviluppata, come la nostra. Tuttavia, si tratta di misure alquanto delicate, che richiederanno lunghi tempi d’osservazione: non sarà quindi possibile compierle per tutti i pianeti promettenti.

Il gruppo di astrobiologia – del quale fanno parte Giovanni Vladilo, Giuseppe Murante, Laura Silva, Michele Maris, Giuliano Taffoni e Stavro Ivanowski – dell’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Trieste, in collaborazione con i climatologi Elisa Palazzi e Jost von Hardenberg del Cnr-Isac di Torino e Antonello Provenzale del Cnr Igg di Pisa, ha sviluppato un semplice modello climatologico teorico in grado di determinare la temperatura superficiale di esopianeti rocciosi in funzione dei loro vari parametri astrofisici, planetologici e atmosferici. La temperatura superficiale dipende criticamente dal clima del pianeta: basti pensare che, senza atmosfera e clima, la temperatura media della Terra sarebbe circa di -18 gradi °C, mentre grazie alla loro esistenza si aggira attorno ai 14,5 °C. Ora, considerando che la presenza di acqua allo stato liquido è di fondamentale importanza per la vita come noi la conosciamo, nel primo caso la Terra sarebbe formalmente considerata non abitabile. Lo scopo principale di modelli come quello sviluppato dai ricercatori dell’Inaf e del Cnr è proprio quello di determinare quali pianeti extrasolari abbiano maggiore probabilità di essere abitabili, e dunque siano più interessanti da osservare con i futuri strumenti.

Occorre però tenere presente che, nel corso dell’esistenza del nostro pianeta, si sono verificate fasi climatiche in cui la Terra è stata ricoperta – completamente o quasi – dal ghiaccio. Durante questi periodi, chiamati dagli scienziati fasi snowball (palla di neve), la biosfera sopravvive, quasi interamente ricoperta da una spessa coltre di ghiaccio, sotto forma di organismi unicellulari, senza lasciare tracce rilevabili di sé nell’atmosfera.

Confronto fra abitabilità e bistabilità al variare di alcuni parametri del modello (pressione vs. semiasse maggiore nel riquadro in alto, eccentricità vs. semiasse maggiore nel riquadro in basso). I punti rappresentano le soluzioni bistabili, e il loro colore indica (seguendo la codifica della barra verticale) la probabilità di avere una “snowball”. La mappa dei colori indica invece il parametro di abitabilità (tra zero e uno) per la vita complessa, usando la codifica della barra orizzontale e ottenuto usando la definizione di Silva et al. (2016). Pannello superiore: pressione contro semi-maggiore Asse. Pannello inferiore: eccentricità vs. asse semi-maggiore. Crediti: G. Murante et al., Mnras, 2019

In un lavoro in corso di pubblicazione su Monthly Notices of the Royal Accademical Society, il team di astrobiologia dell’Inaf e del Cnr, guidato da Giuseppe Murante, ha utilizzato il modello sviluppato per studiare l’abitabilità e il clima di teorici pianeti molto simili alla Terra, tranne che per alcuni parametri orbitali (eccentricità e semiasse maggiore dell’orbita) e planetologici (pressione atmosferica superficiale e inclinazione dell’asse di rotazione). In pratica, hanno preso la Terra e ne hanno determinato il clima ipotetico alterandone alcune caratteristiche: per esempio, cosa acadrebbe se si trovasse più vicina o più lontana dal Sole? E se la sua orbita fosse molto più eccentrica, o la pressione dell’atmosfera molto più alta, o molto più bassa?

Combinano in vario modo questi parametri, sono state realizzate quasi 100mila simulazioni numeriche. In questo primo lavoro, il gruppo si è focalizzato su un aspetto ben preciso: determinare se, dato un pianeta, il suo clima ammetta un solo “stato” o ne ammetta invece diversi a seconda della sua temperatura superficiale di partenza. Per esempio, un clima temperato come quello terrestre attuale è uno stato climatico, mentre un mondo ghiacciato come una snowball rappresenta uno stato climatico differente.

Ciò equivale a chiedersi: se per qualche motivo la temperatura del pianeta salisse o si abbassasse sensibilmente, di decine di gradi, il clima sarebbe in grado di auto-stabilizzarsi? O otterremmo una condizione del tutto diversa? Il modello, al tempo stesso, ha consentto ai ricercatori del gruppo di quantificare l’abitabilità dei pianeti ipotetici, così come la frazione della loro superficie – in base alle stagioni dell’anno e alle temperature di partenza – che presenterebbe una temperatura compresa tra 0 e 50 gradi °C. D’altronde, anche la Terra non è tutta abitabile: per esempio, le regioni interne di alcuni deserti possono essere, in determinate stagioni, troppo calde o troppo fredde, e la zona interna dell’Antartide è troppo fredda per l’intera durtata dell’anno.

Il risultato ottenuto dal team è stato la determinazione (nell’ambito di validità del modello) della percentuale di casi in cui il clima ammette un solo stato – solo temperato, o solo congelato – o entrambi gli stati. In modo non del tutto atteso, è emerso che i pianeti teorici con maggiore abitabilità sono anche quelli che ammettono due stati climatici – vale a dire, anche quello congelato.

Si tratta di una correlazione nuova, per questo settore, e le sue implicazioni sono ancora tutte da investigare. Ma già da ora il gruppo di scienziati è in grado di applicare il modello a esopianeti “veri” – quelli effettivamente osservati – e di determinare quali siano i più indicati per cercare nella loro atmosfera le firme della vita. Ed è altresì in grado di affermare che, se tali firme non si trovassero, non vorrebbe necessariamente dire che la vita non c’è: potrebbe trovarsi ibernata sotto una spessa crosta di ghiaccio.

Per saperne di più:

  • Leggi il preprint dell’articolo in uscita su Monthly Notices of the Royal Accademical Society “Climate bistability of Earth-like exoplanets“, di Murante G., Provenzale A., Vladilo G., Taffoni G., Silv L., Palazzi E., Hardenberg J., Maris M., Londero E., Knapic C. e Zorba S.

 

C’è un nuovo ingrediente per la vita primordiale

Mai provata la carbonara vegetariana? È in tutto e per tutto identica a quella classica. Tranne che per un ingrediente: al posto del guanciale (o della pancetta) ci sono le zucchine. Inorriditi? Be’, dipende dallo scopo. Se prevedete a cena commensali che non toccano carne, magari può essere una soluzione da considerare. O se vi accorgete all’ultimo, con la pasta già buttata, che la pancetta in frigo non c’è… Ecco, un team di biologi della Harvard University guidato da Jack Szostak (premio Nobel per la medicina nel 2009), impegnato da tempo nel tentativo di riprodurre l’Rna primordiale in laboratorio, si è ritrovato in una situazione simile: alcuni ingredienti della “ricetta classica” – per vari motivi – non andavano bene. Così hanno provato a sostituirne uno con un surrogato: l’inosina. E il risultato sembra assai interessante. Soprattutto per chi – come gli astrobiologi – è in cerca di condizioni primordiali promettenti in mondi diversi dal nostro.

La molecola oggi più gettonata per rivestire il ruolo di “madre della vita” è l’Rna, l’acido ribonucleico. Di conseguenza, fra le tracce spettroscopiche che si vanno a cercare per trovare segni di vita al di là della Terra ci sono anche quelle lasciate dai nucleotidi che lo formano: adenina (A), citosina (C), guanina (G) e uracile (U). O meglio: dei loro precursori. Come per esempio il cianoacetilene, precursore della citosina del quale sono state rilevate tracce nella nube di Orione (in uno studio del 2017 guidato da un ricercatore dell’Inaf di Arcetri, Francesco Fontani).

E come sta andando questa caccia a precursori “extraterrestri” dei nucleotidi dell’Rna? Così così. Ma non solo tra le stelle. Persino in laboratorio ci sono notevoli difficoltà a ricreare l’intera catena che porta alla sintesi dei quattro nucleotidi. Se per due di essi – le due pirimidine: uracile e citosina – si sono fatti importanti passi avanti, mentre i due restanti – le due purine: adenina e guanina – sono più sfuggenti.

Ora però uno studio pubblicato su Pnas suggerisce che, per “cucinare” la versione primordiale dell’Rna, almeno della guanina forse possiamo farne a meno. Come? Sostituendola con un surrogato: l’inosina, appunto. Una molecola presente in tutte le nostre cellule, specialmente nel tRna. Impiegata in laboratorio al posto della guanina (o meglio, della guanosina), l’inosina ha dato origine a una versione di Rna diversa da quella “classica” ma comunque in grado di replicarsi a velocità elevata e con pochi errori. Insomma, potenzialmente adatta allo sviluppo della vita.

«I nostri risultati suggeriscono che le prime forme di vita – con basi nucleiche A, U, C e I – potrebbero essere nate da un insieme diverso rispetto a quello che troviamo nella vita moderna – quella con A, U, C e G», spiega il primo autore dello studio, Seohyun Kim, dottorando a Harvard. «Ciò che proponiamo è dunque che l’inosina possa essere servita come surrogato della guanosina all’emergere della vita primordiale».

Se così è, gli astrobiologi hanno ora una molecola in più da aggiungere alla loro lista di ricercati speciali.

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C’era vita sulla Luna?

Immagine ripresa dall’Apollo 16 del lato orientale della Luna e della faccia nascosta

A pochi giorni dall’eclisse più lunga del secolo, e a 49 anni dallo storico sbarco dell’Apollo 11, la Luna richiama la nostra attenzione in un modo insperato: e se in un passato molto remoto, quando era meno arida, fosse stata abitabile? O addirittura abitata?

È solo un’ipotesi, dunque da leggere con tutti i condizionali ben in evidenza, ma in uno studio pubblicato sulla rivista Astrobiology, Dirk Schulze-Makuch, astrobiologo della Washington State University, e Ian Crawford, professore di scienze planetarie e astrobiologia all’Università di Londra, sostengono che le condizioni sulla superficie lunare sarebbero state sufficienti a supportare forme di vita semplici in ben due periodi distinti: poco dopo che la Luna si è formata, circa 4 miliardi di anni fa, e durante un picco della sua attività vulcanica, circa 3.5 miliardi di anni fa. In entrambi i periodi, gli scienziati ritengono che la Luna abbia emesso dal suo interno grandi quantità di gas volatili, surriscaldati, compreso il vapore acqueo. I due ricercatori sostengono che questa perdita di gas avrebbe potuto formare pozze d’acqua liquida sulla superficie lunare, così come un’atmosfera abbastanza densa da essere in grado di trattenere l’acqua sulla superficie per milioni di anni. «Se sulla Luna è stata presente acqua liquida e un’atmosfera significativa per lunghi periodi di tempo, pensiamo che la sua superficie sia stata, almeno transitoriamente, abitabile», afferma Schulze-Makuch.

Il lavoro di Schulze-Makuch e Crawford si basa sui risultati delle recenti missioni spaziali e sull’analisi di campioni di roccia e suolo lunari, che mostrano che la Luna non è così asciutta come si pensava in precedenza. Nel 2009 e nel 2010, un team internazionale di scienziati ha scoperto centinaia di milioni di tonnellate di ghiaccio d’acqua sulla Luna. Inoltre, vi è una forte evidenza di una grande quantità di acqua nel manto lunare che si pensa sia stata depositata nel primo periodo di formazione della Luna.

È probabile che all’inizio anche la Luna avesse un campo magnetico, che avrebbe potuto proteggere eventuali forme di vita sulla superficie dal vento solare. Vita che potrebbe aver avuto origine come è accaduto sulla Terra, ma Schulze-Makuch ritiene che lo scenario più probabile sia che sia stata portata da un meteorite. Le prime prove della vita sulla Terra provengono da cianobatteri fossilizzati che hanno tra i 3.5 e i 3.8 miliardi di anni. Durante questo periodo, il Sistema solare era dominato da frequenti impatti giganteschi di meteoriti. È possibile che meteoriti contenenti organismi semplici come i cianobatteri abbiano lasciato la superficie della Terra e siano arrivati sulla Luna.

«Sembrerebbe proprio che la Luna, in quel periodo, fosse abitabile», continua Schulze-Makuch. «Effettivamente, in queste ipotetiche pozze d’acqua presenti sulla Luna potrebbero aver prosperato microbi, fino a quando la superficie non è diventata arida e priva di vita».

Schulze-Makuch riconosce che la questione del determinare se la vita abbia avuto inizio sulla Luna o sia stata trasportata sulla Luna da qualche altro posto può essere affrontata solo attraverso un programma di esplorazione lunare. Una linea di ricerca molto promettente per eventuali future missioni spaziali sarebbe quella di ottenere campioni dai depositi del periodo di intensa attività vulcanica per vedere se contengono acqua o altri possibili indicatori di vita. In aggiunta, potrebbero essere condotti esperimenti in ambienti lunari simulati, sulla Terra e sulla Stazione spaziale internazionale, per vedere se i microrganismi possono sopravvivere nelle condizioni ambientali previste su una Luna primordiale.

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Decontaminazione non ti temo

La sonda di ExoMars Trace Gas Orbiter e il lander Schiaparelli durante alcuni test. Crediti: ESA–S. Corvaja, 2015

In piccola quantità, ma i batteri sopravvivono anche alle minuziose e lunghe fasi di decontaminazione a cui vengono sottoposti sonde, rover e lander che poi volano nello spazio. Lo standard di pulizia è di solito elevatissimo per evitare ogni rischio, ma nonostante l’utilizzo delle cosiddette clean room (cioè camere bianche o camere pulite) e di tecniche avanzatissime alcuni batteri sopravvivono. Come? Un gruppo di ricercatori della Cal Poly Pomona ha tentato di spiegare perché la contaminazione è ancora un problema, e ha pubblicato i risultati in un articolo sulla rivista Astrobiology dal titolo “Metabolism and Biodegradation of Spacecraft Cleaning Reagents by Strains of Spacecraft-Associated Acinetobacter”.

La Nasa e le altre agenzie spaziali sono particolarmente attente a questi processi, e di anno in anno le misure per portare al minimo la contaminazione biologica si fanno sempre più scrupolose: dagli intensi trattamenti di sterilizzazione a 120° C (protratti per molti giorni) per ogni singolo elemento, sia meccanico o che elettronico, all’obbligo – per i tecnici – di indossare abiti sterili, passando per agenti pulenti i cui nomi sono degli scioglilingua. Ma questo e molto altro, a quanto pare, non basta per la rimozione di contaminanti biologici,  che potrebbero falsare i risultati per gli scienziati in cerca di vita su altri pianeti, primo fra tutti Marte.

Alcuni dei microbi, come risulta dal recente studio, nascono e proliferano proprio all’interno delle camere pulite: parliamo di batteri, funghi e archeobatteri. Nello specifico, i ricercatori guidati da Rakesh Mogul si sono concentrati sugli Acinetobacter, un genere di batteri che la fa da padrone sulle sonde spaziali. Gli scienziati hanno analizzato diversi ceppi di Acinetobacter originariamente isolati dalle strutture dove sono stati assemblati Mars Odyssey e Phoenix, scoprendo che in condizioni di estrema pulizia la maggior parte dei ceppi testati cresceva e biodegradava i detergenti usati durante l’assemblaggio dei veicoli spaziali. Lo studio ha mostrato che le colture proliferavano sull’alcol etilico come unica fonte di carbonio. I ceppi testati erano anche in grado di biodegradare l’alcol isopropilico e il Kleenol 30, altri due agenti pulenti comunemente usati nelle camere pulite, sfruttandoli come fonti di energia.

Il lavoro di Mogul e del suo team servirà a tutta la comunità scientifica e ai tecnici che si occupano di protezione planetaria come «studio di riferimento sulle cause che portano questi microbi a rimanere all’interno delle camere pulite», spiega lo scienziato. «C’è sempre roba che entra nelle camere pulite, ma la domanda aperta è perché i batteri riescano a restarci, e perché esistano specifici microrganismi la cui presenza è comune nelle camere pulite».

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Mamma, non ho paura degli alieni!

Siamo soli nell’Universo? Inutile dire che fin dalla notte dei tempi l’uomo ha sempre mostrato un bisogno impellente di trovare risposte a questa domanda. Che sia per un innato senso di curiosità verso l’ignoto o per un necessario desiderio di stabilire la propria unicità e quella della vita sulla Terra, l’essere umano è sempre stato attratto dalla possibile esistenza di esseri provenienti da altri mondi.

Oltre ad alimentare l’interesse in ambito scientifico, la ricerca di specie senzienti e civiltà simili alla nostra ha stuzzicato l’immaginazione e la fantasia della popolazione soprattutto a partire dalla metà del secolo scorso, quando abbiamo visto nascere una mole pressoché sconfinata di opere letterarie e cinematografiche nelle quali vengono descritti eventuali contatti con entità extraterrestri nelle più svariate maniere possibili. Da scenari catastrofici e apocalittici a incontri con creature benevole e razze coalizzate in gigantesche alleanze galattiche.

Negli ultimi anni, diverse scoperte scientifiche hanno suscitato scalpore mediatico per un possibile collegamento a forme di vita extraterrestre. Basti pensare all’individuazione della prima pulsar nel 1967: alcuni associarono il segnale radio proveniente dalla stella ad un contatto con un’altra civiltà aliena, tanto che il simpatico oggetto celeste fu ribattezzato LGM-1 (“Little Green Man”, il piccolo omino verde). Non dimentichiamoci poi il caso, nel 1996, del meteorite marziano che si riteneva potesse contenere fossili di microrganismi rivelatisi poi strutture minerali naturali.

Al di là dell’enorme impatto nel mondo accademico che potrebbe avere l’effettiva scoperta di una forma di vita extraterrestre, ci siamo mai chiesti quale sarebbe la reazione del grande pubblico, dal punto di vista emotivo e sociale, a una notizia di tale portata? Accetteremmo la scoperta con tranquillità o ne saremmo terrorizzati? Ci sconvolgerebbe ma in senso positivo? Oppure saremmo preoccupati pensando ad eventuali conseguenze nefaste?

Lo psicologo Michael Varnum. Fonte: isearch.asu.edu

Sono proprio le reazioni della popolazione al grido “abbiamo trovato gli alieni” al centro di un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Arizona State University guidato dallo psicologo Michael Varnum.

Il lavoro, presentato oggi, venerdì 16 febbraio, al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (Aaas) ad Austin, in Texas, cerca di quantificare in maniera sistematica come il genere umano potrebbe comportarsi davanti alla rivelazione dell’esistenza di altre forme di vita. «Nel corso degli anni ci sono state molte speculazioni su come potremmo rispondere ad una notizia di questo tipo», commenta Varnum, «ma, fino ad ora, quasi nessuna ricerca empirica sistematica».

La prima parte della bizzarra analisi, pubblicata sulla rivista Frontiers in Psychology lo scorso 10 gennaio, ha preso in esame diversi articoli giornalistici su scoperte scientifiche del passato potenzialmente legate alla presenza di vita extraterrestre. Attraverso un software che identifica gli stati psicologici analizzando il contenuto delle produzioni scritte, Varnum e collaboratori hanno stimato quale percentuale delle parole negli articoli fosse indice di uno stato d’animo positivo rispetto a un’emozione negativa, di preoccupazione o di rischio.

Non contenti, gli autori della ricerca hanno chiesto a un campione di circa 500 persone di descrivere come si fossero sentiti davanti ad un’ipotetica notizia della scoperta di vita extraterrestre, indicando anche quale fosse, secondo loro, la reazione dell’intero genere umano a tale notizia.

Come ciliegina sulla torta, il team ha selezionato un ulteriore gruppo di persone chiedendo a ciascuna di leggere uno tra i vecchi articoli del New York Times sulla scoperta dei possibili fossili nel meteorite marziano del 1996 (dopo aver accuratamente eliminato data e fonte) e di scrivere come si sentissero dopo aver appreso una notizia del genere.

L’analisi del “contenuto emotivo” negli articoli della prima parte e nelle risposte dei partecipanti al simpatico esperimento ha rivelato che, in tutti e tre i casi, le reazioni positive hanno superato quelle negative: gli esseri umani sarebbero in media felici nell’apprendere di non essere soli nell’universo. Un “hurrà” per i piccoli omini verdi!

La seconda parte della ricerca presentata dal team di Varnum alla conferenza dell’Aaas ha preso in esame alcuni recenti notizie riguardanti l’asteroide interstellare “Oumuamua”, il primo sassone spaziale proveniente dall’esterno del Sistema solare mai osservato finora. C’è chi ha addirittura ipotizzato – nonostante quei guastafeste degli scienziati non siano riusciti a cogliere il benché minimo afflato di vita – che l’ospite roccioso potrebbe in realtà essere un’astronave aliena in visita nel Sistema solare. Analizzando nuovamente il modo attraverso cui queste notizie sono state comunicate, Varnum ha concluso, ancora una volta, che l’umanità accoglierebbe la scoperta degli alieni con piacere piuttosto che con spavento.

In conclusione, stando ai risultati di questo particolare e divertente studio, sembrerebbe che la nostra razza sia pronta ad un incontro ravvicinato con altre forme di vita, che si tratti di organismi microscopici come batteri oppure esseri intelligenti ed evoluti, lasciando il terrore di scenari disastrosi all’immaginario cinematografico e letterario.

Ora che questa importante questione appare sistemata, non resta che la parte facile: setacciare il cielo e scovare i tanto desiderati mostriciattoli spaziali!

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